INTERVISTA AL REGISTA E AUTORE LUCA CASERTA

[A cura di Andrea Stella]

Oggi NSG vi propone una bella e completa intervista al regista e autore Luca Caserta. Dalla passione per il cinema al percorso intrapreso fino alla fondazione della sua casa di produzione, la Nuove Officine Cinematografiche fondata nel 2011, con uno sguardo su gli ultimi lavori e nuovi progetti. Buona lettura!

[NSG] – Hai voglia di parlarci un po’ della tua carriera?

[L.C.] – La mia carriera nel mondo dello spettacolo inizia molti anni fa, più di trenta, quando ero ancora bambino. Vengo infatti da una famiglia di teatranti, mio padre era drammaturgo e regista, mia mamma e mia sorella sono attrici. Sono cresciuto quindi in quel mondo, partecipando agli spettacoli e alle tournée della nostra compagnia teatrale (il Teatro Scientifico di Verona), che ci hanno portato in tutta Italia e nel mondo, dalla Francia alla Germania ai paesi dell’Est Europa e agli Stati Uniti. Mio padre mi ha sempre coinvolto nei suoi progetti e così mi sono ben presto trovato a rivestire ruoli sia artistici, come attore, che tecnici (la mia prima esperienza in regia è stata all’età di 7 anni, a manovrare il mixer audio delle musiche di uno spettacolo): devo ammettere che tutto questo mi piaceva e mi divertiva. Era un mondo complesso, poliedrico, colorato, creativo e stimolante, fatto di attori, registi, musicisti, scrittori, artisti e che ha sicuramente contribuito a forgiare il mio senso estetico e narrativo, nutrendo la mia fantasia.
Durante l’infanzia e l’adolescenza ho sentito pian piano l’impulso a scrivere, avvicinandomi inizialmente alla poesia, con la quale avevo un approccio molto istintivo. Con quei primi componimenti ho partecipato a vari concorsi, vincendo alcuni premi, tra cui il Premio Speciale della Giuria al XXVII Concorso di “Poesia giovanile europea” (Roma, Campidoglio). Durante gli anni dell’università ho maturato sempre più interesse verso la scrittura e la regia, fino ad arrivare al teatro, realizzando con il Teatro Scientifico quattordici spettacoli in qualità sia di autore che di regista. I testi di alcuni di essi sono stati pubblicati su riviste specializzate, tra cui “L’appuntamento” e “Donne nella storia”, quest’ultimo tra l’altro premiato all’VIII Edizione del “Premio Calcante” (Roma, Biblioteca del Burcardo).

Dentro di me cresceva però l’attrazione verso la macchina da presa e il linguaggio cinematografico, in realtà già iniziata (e mai sopita) in età adolescenziale con una folgorante visione di “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, autore a me molto caro. Ho preso pertanto la decisione di trasferirmi a Roma per frequentare l’Accademia di Cinema e Televisione di Cinecittà, diretta dal compianto Carlo Lizzani, presso la quale mi sono diplomato in Filmmaking con specializzazione in regia e sceneggiatura cinematografica, sotto la guida di Giacomo Scarpelli, Franco Brogi Taviani, Mario Brenta e Cristiano Bortone. Qui ho avuto modo di studiare anche direzione della fotografia, ripresa e cinema con Giuseppe Pinori, Daniele Nannuzzi e Giuseppe Berardini. È stata un’esperienza molto intensa e formativa, che mi ha garantito una rigorosa preparazione tecnica e ampliato la mia visione artistica.

Dopo l’Accademia ho quindi fondato nel 2011 Nuove Officine Cinematografiche (www.noc-cinema.com), casa di produzione indipendente dedicata alla realizzazione sia di opere audiovisive con un taglio più autoriale (cortometraggi, documentari e video d’arte) che commerciale (video musicali, commercial e promo). Alcuni cortometraggi hanno partecipato a festival nazionali e internazionali, tra cui il Festival di Cannes. Attualmente stiamo sviluppando anche alcuni progetti per lungometraggi.

[NSG] – Con il corto “Dal Profondo” sei riuscito a svecchiare un tema classico dell’horror: la casa infestata. È stato difficile?

[L.C.] – Era da molto che desideravo raccontare una storia che ruotasse attorno a questo tema. Quella di “Dal profondo”, però, non è propriamente una “casa infestata”, ma una “casa organica”, ossia un’entità vivente dotata di vita propria. Per la sceneggiatura mi sono liberamente ispirato a due racconti, “La caduta della casa degli Usher” di E.A. Poe e “I ratti nei muri” di H.P. Lovecraft, sviluppando una storia che facesse emergere alcuni temi a me cari (già in parte trattati anche nei miei spettacoli teatrali “Otello – Altre verità” e “L’appuntamento”), quali “il doppio”, ossia ciò che si nasconde dietro a quello che vediamo degli altri o mostriamo di noi stessi, e i “mostri” nascosti nei recessi più remoti dell’animo umano, che, talvolta, possono emergere, come purtroppo sempre più spesso ci testimoniano le notizie di cronaca.

La scelta del registro horror è dettata appunto dal fatto che esso, secondo me, può essere un potente strumento di metafora, capace di parlare della società e dell’essere umano a noi contemporanei, come ci ha insegnato (permettetemi il paragone forse irrispettoso) Dante Alighieri con la “Divina Commedia”, nella quale tale registro è ben presente, in particolar modo ne “L’inferno”. Come anche la fantascienza, credo infatti che un autore possa utilizzare l’horror per parlare in chiave traslata delle relazioni umane e di ciò che ci circonda, per raccontare ciò che accade attorno o dentro di noi. Quest’aspetto mi affascina molto. Nei miei lavori amo inserire diversi livelli di lettura: la trama costituisce il livello più in superficie e d’immediato accesso. Sotto di esso, però, nascosti nelle inquadrature e nella sceneggiatura, risiedono simboli e simbologie, in grado di fornire ulteriori livelli di significato e collegati l’uno all’altro per creare un piano concettuale più profondo. È una stratificazione di significati, che necessita di essere decompressa.

In “Dal profondo” ho sviluppato tutto questo, cercando di trovare uno stile personale, che evitasse alcuni cliché tipici del genere tanto dal punto di vista estetico che registico: ad esempio, ho voluto privilegiare la predominanza della luce rispetto all’oscurità tipica del gotico e optato per una recitazione straniante e quasi asettica dei protagonisti (Davide Bardi ed Elisa Bertato), in modo da trasmettere il senso di reciproca indifferenza e falsità nel loro rapporto coniugale e una percezione della situazione d’isolamento e pericolo in cui vengono a trovarsi. Il risultato è un’atmosfera sospesa, in cui si percepisce un senso d’attesa inquietante. La fotografia è di Davide Manca, il montaggio di Brunella Perrotta, il suono in presa diretta di Tommaso Ferrari e le musiche originali di Lorenzo Tomio, una squadra ben rodata che, insieme al resto della troupe e dei collaboratori, ha saputo rendere al meglio la mia idea registica.

Di fatto “Dal profondo” è il capitolo centrale di quella che è divenuta una trilogia, preceduto da “Dentro lo specchio”, il mio corto di diploma all’Accademia (visibile gratuitamente sul canale Youtube di Nuove Officine Cinematografiche), e seguito dal nuovo cortometraggio “L’altra faccia della luna”, attualmente in post-produzione. Questi tre film fanno parte di quella che ho chiamato “la trilogia del doppio”. “Dal profondo” è stato presentato al Festival di Cannes 2013 ed è stato acquisito dalla società americana IndiePix Films, che da ottobre 2014 lo distribuisce on demand negli Stati Uniti col titolo “Out of the Depths” sulla propria piattaforma online.

[NSG] – Com’è nata la collaborazione con IndiePix Films?

[L.C.] – Ero convinto che “Dal profondo” potesse essere adatto a una distribuzione internazionale e stavo cercando un interlocutore in questo senso. Quando mi hanno parlato della IndiePix Films ho capito che era il canale giusto da seguire. È una società fondata nel 2004 con sede a New York, dedicata al cinema indipendente e mirata a selezionare e distribuire film provenienti da tutto il mondo. Nel loro catalogo annoverano numerosi titoli di vario genere, tra lungometraggi, cortometraggi e documentari, tutti di alto valore artistico e produttivo. Ho proposto loro “Dal profondo” e ne sono rimasti affascinati, cogliendone i significati e le potenzialità. Si sono subito dichiarati interessati ad acquisirlo per la distribuzione on demand e abbiamo raggiunto un accordo di esclusiva della durata di cinque anni. L’hanno lanciato come loro film di Halloween 2014.
Bisogna dire che, rispetto all’Italia, negli Stati Uniti ci sono un maggiore interesse e attenzione verso l’horror e anche un pubblico preparato e capace di recepirlo, oltre al fatto che Poe e Lovecraft, ai quali mi sono ispirato, là sono riconosciuti maestri del genere. Non intendo dire che da noi l’horror non abbia seguito, anzi sono numerosissimi gli appassionati, ma si tratta di un genere che in Italia purtroppo fatica ancora ad essere sdoganato ufficialmente ed equiparato ad altre tipologie di film considerate “più adulte”.

[NSG] – Secondo te l’Italia crede nel cinema indipendente? E l’America?

[L.C.] – Credo che il cinema indipendente sia una grande risorsa per il cinema italiano, poiché permette di sperimentare a dare voce a tanti stili e nuovi autori. È una vera e propria fucina artistica e artigianale, che sta riscuotendo sempre maggiore attenzione da parte dei canali distributivi, non tanto quelli tradizionali delle sale (dove sono pochi i film indipendenti ad approdare rispetto alla media delle produzioni) quanto quelli nuovi legati al digitale e al web, che rappresentano il futuro. Oltre agli ormai più scontati Youtube e Vimeo, penso anche ai vari canali online che stanno emergendo e guadagnando progressivamente fette di utenti. Oggigiorno gli autori e le case di produzione indipendenti hanno a disposizione strumenti che, fino a qualche anno fa, non esistevano. Tutto sta nel capire questi mezzi e nel saperli sfruttare al meglio. Rispetto all’America, dove la distribuzione on demand è ormai ben radicata, l’Italia però è ancora indietro, sebbene le cose stiano pian piano cambiando.

A parte qualche caso isolato, anche i sistemi di fundrising faticano a decollare qui da noi rispetto agli Stati Uniti e ad altri paesi europei. Penso che sia un fatto culturale e una ancora non completa confidenza nei confronti del web. Basti pensare al mercato del cortometraggio, che in Italia è quasi inesistente, mentre nel resto dell’Europa e del mondo questa tipologia di film viene regolarmente distribuita. Durante il Festival di Cannes, ad esempio, numerose case di distribuzione sono presenti per cercare e acquistare cortometraggi da distribuire su vari canali (principalmente web e on demand, ma anche televisivi). La stessa IndiePix Films seleziona film all’interno dei principali Festival internazionali. Da noi questa attenzione verso i cortometraggi, un tempo presente, si è purtroppo persa ed è relegata talvolta a qualche passaggio notturno, oltre al ben nutrito panorama dei Festival nazionali, alcuni dei quali sono molto validi. Con il digitale, i canali tematici e, appunto, la rete qualcosa oggi ha iniziato a cambiare, anche grazie alla diffusione di tecnologie come smartphone e tablet, che garantiscono un accesso pressoché immediato al web. Certo, per un autore la proiezione su grande schermo in una vera sala cinematografica resta però un’emozione impareggiabile.

[NSG] – Attualmente a cosa stai lavorando?

[L.C.] – Oltre a seguire il lato più commerciale di Nuove Officine Cinematografiche con la produzione e realizzazione di videoclip musicali, commercial e promo, sto portando a termine la post-produzione del mio nuovo cortometraggio “L’altra faccia della luna”, che ho scritto insieme ad Adamo Dagradi e che ha come protagonista Francesco Laruffa. Come dicevo, va a chiudere la “trilogia del doppio”, di cui fanno parte “Dentro lo specchio” e “Dal profondo”. Abbiamo girato il film a fine agosto dell’anno scorso, nel Vajo Borago, un bosco quasi incontaminato poco fuori Avesa, una località vicino a Verona: a causa delle condizioni metereologiche instabili, le riprese sono state piuttosto difficoltose e aggravate dalla location tutt’altro che facile, tra fango, massi scivolosi, vegetazione incolta e insetti piuttosto aggressivi. Oltre che della produzione con Nuove Officine Cinematografiche e della regia, mi sono occupato anche della fotografia, delle riprese e del montaggio, agendo da vero e proprio filmmaker. Ho voluto girare sfruttando esclusivamente la luce naturale, senza l’ausilio di fari. L’audio in presa diretta è sempre di Tommaso Ferrari, con cui avevo già collaborato per “Dal profondo”. Anche in questo caso il supporto logistico per permessi e documenti ci è stato fornito dalla Verona Film Commission. Sono molto soddisfatto del risultato, anche se la post-produzione si è protratta un po’ a lungo per il sopraggiungere di altri impegni e progetti, tra cui la promozione presso Festival e proiezioni pubbliche sia di “Dal profondo” sia del documentario “La fabbrica della tela”, che ha come protagonista il pittore Simone Butturini: il film racconta la genesi di un dipinto e il processo artistico e artigianale che ne è alla base.

Stiamo poi lavorando alla sceneggiatura di alcuni lungometraggi, di cui abbiamo già steso il trattamento, poiché è nelle mie intenzioni cimentarmi su un racconto filmico di più lunga durata. Stiamo poi sviluppando vari progetti, tra nuovi cortometraggi e documentari, alcuni a uno stadio più embrionale, altri già più articolati e definiti, di vario genere, perché non è mio interesse concentrarmi esclusivamente su quello horror, ma esprimere ciò che voglio raccontare attraverso differenti stili e linguaggi.

[NSG] – Vuoi aggiungere ancora qualcosa?

[L.C.] – Penso che stiamo attraversando una fase di transizione, un periodo di trasformazione sia tecnologico che estetico, determinato tanto dagli strumenti che dai canali distributivi. È un momento entusiasmante, perché il digitale ha democratizzato molto il linguaggio audiovisivo, rendendo accessibile praticamente a tutti la tecnologia per poter girare il proprio film con costi relativamente contenuti e permettendo ad autori e produzioni indipendenti di sperimentare e raccontare le proprie storie. Mai come oggi siamo invasi da immagini sia audiovisive che fotografiche di ogni tipo e l’incessante rincorsa all’evoluzione tecnologica lascia presupporre che questo fenomeno sarà sempre più forte negli anni a venire. Ciò però non deve far perdere di vista il fatto che, comunque, chi si voglia cimentare seriamente con il racconto filmico e provare a fare di ciò la propria professione, deve comunque studiare e apprendere un linguaggio, capirlo e farlo proprio, non ci si può improvvisare. La macchina da presa è uno strumento potente e in quanto tale implica delle responsabilità nel modo in cui si racconta e si guarda la realtà che ci circonda, sia che si tratti di una storia di finzione che di un documento reale. Si deve imparare a comprenderla e farla parlare, affinché essa diventi un’estensione dell’occhio del regista, come un musicista fa con un violino, un flauto o qualunque altro strumento musicale. Soprattutto, bisogna dedicarsi con sacrificio e passione a quello che si sta facendo per riuscire a trovare la propria voce. Mi è rimasta molto impressa una frase che Pupi Avati ci ha detto a una lezione tenuta in Accademia: “Bisogna amare molto il Cinema, affinché il Cinema ricambi il tuo amore”.

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