RECENSIONE “POERN” AA.VV.

[A cura di Davide Comotti]

Dopo una lunga gestazione, vede finalmente la luce POERN (2015), un film a episodi guidato dal geniale e sempre più attivo Domiziano Cristopharo. Se definire i suoi film è sempre un’impresa ardua, in questo caso lo è ancora di più: trattasi di una rilettura in chiave hard (Porn Poemes recita il sottotitolo) di cinque scritti di Edgar Allan Poe, liberamente reinterpretati con uno stile e una narrazione assolutamente anarchici e sperimentali (E.A. Poe as its never been told before, dice la tagline, cioè “E.A. Poe come mai è stato raccontato prima”). Sarebbe riduttivo definire POERN un film pornografico, in quanto è espressione artistica declinata nei modi più bizzarri e personali: cinque registi, cinque storie, cinque mondi visivi differenti, accomunati dalla componente hard, senza nessuno pseudo-moralismo. Cristopharo ha sempre dimostrato interesse per le rielaborazioni cinematografiche di Poe, progettando la trilogia dedicata al celebre scrittore e dirigendo un episodio per ogni film: ma con POERN si va decisamente oltre, un film anarchico, visionario, psichedelico, una vera opera d’avanguardia che sfugge ad ogni classificazione; ci sono elementi horror ma non è un film dell’orrore, c’è il fantasy, il grottesco, il sesso esplicito, l’animazione, in un caleidoscopio ipnotico dove conta più il flusso delle immagini che non la narrazione stessa (comunque importante).

Tutti gli episodi sono muti, in uno stile quasi espressionista, con le immagini accompagnate solo dalla musica, dalle grida o dal silenzio. Cristopharo dirige la cornice narrativa e l’episodio William Wilson, riunendo attorno a sé vari esponenti dell’indi italiano – Alessandro Redaelli con Alone, Andrea Aste e Riccardo Antonino con The black cat e Alessandro Basso con Ligeia.

Già i titoli di testa introducono l’atmosfera quasi video-artistica del film: realizzati da Yumiko Sakura Itou (Song in P.O.E. – Poetry of Eerie), presentano una serie di immagini montate freneticamente – quasi in modo subliminale – raffiguranti scene pornografiche ma non solo; vediamo infatti anche altro, come una nave, una piazza, uno scimmione (forse un omaggio al racconto Rue Morgue di Poe), il tutto fotografato con la sua tipica immagine “sporca” e virata in vari colori che abbiamo visto anche in Song. Sullo sfondo di varie televisioni, fluttuano sullo schermo disegni di un rasoio, una testa di bambola e una frusta – forse richiami al thriller italiano anni Settanta molto amato da Cristopharo. Accompagnano il tutto le musiche martellanti ed elettroniche di Gabriele Saffioti.

La cornice vede la splendida Roberta Gemma, “Musa” di Cristopharo in vari film (Hyde’s secret nightmare, Bloody sin, The transparent woman), intenta a leggere un libro coi vari racconti: ritratta con la consueta fotografia morbida e flou di Cristopharo, la vediamo prima di ogni episodio stesa su un letto in atteggiamento voluttuoso, mentre si accarezza fino a concludere con una sensuale masturbazione.

Apre il film Alone di Redaelli: un segmento breve e abbastanza spiazzante, che può lasciare un po’ delusi non in relazione al film (nel quale calza a pennello) ma rispetto ai precedenti lavori del regista quali gli ottimi Between us di Shock, King Pest di P.O.E. III e Pray for diamonds, con storie appassionanti ed effetti speciali. Qui entriamo invece in un territorio inesplorato e minimalista, un lavoro di concetto giocato su tre personaggi: un ragazzo (Massimo Onorato, attore “feticcio” di Redaelli), una ragazza (Alice Castegnaro) e un altro uomo che vedremo alla fine. Tutto è giocato sul misterioso legame fra gli interpreti, e costruito con una singolare alternanza tra il fermo-immagine di lui, i primi piani sul volto di lei e gli spezzoni hard in un’immagine analogica (raffiguranti la VHS vista da Onorato), il tutto accompagnato dalla musica a contrasto della Bohème di Puccini. Una musica non casuale, vista l’impostazione semi-teatrale del racconto, in cui – come tutto il film – dominano amore e morte, Eros e Thanatos.

Incredibile l’episodio successivo, The black cat diretto in coppia da Aste e Antonini: prima ancora del racconto, colpisce come la pornografia sia un’arte trasversale applicabile anche al cinema d’animazione. La storia in questo caso è abbastanza fedele al racconto di Poe: un uomo scopre il tradimento della moglie e la uccide insieme al suo gatto nero; il diabolico felino torna però a perseguitarlo, fino a far scoprire il suo delitto. Ottimi i disegni, realizzati dallo stesso Aste e poi animati da una troupe che comprende anche il regista Antonino; stilizzati ma efficaci, vedono prevalere un bianco e nero “graffiato” alternato al rosso delle fiamme e del sangue. Per essere un film d’animazione, è abbastanza forte sia in quanto a sesso (vediamo due penetrazioni esplicite), sia in quanto a violenza, con gli schizzi di sangue e il gatto deorbitato e impiccato; la regia riesce a restituire in modo efficace il senso di ossessione descritto da Poe. Da notare anche la presenza del disegno dell’impiccagione sul pelo del felino, già messo in scena da Dario Argento nel suo episodio di Due occhi diabolici.

William Wilson di Cristopharo è l’episodio più complesso e riuscito, grazie alla lunga esperienza del regista nel cinema. Un cinema d’autore, “fantasioso” e irriverente, che racconta sempre con le immagini qualcosa d’altro, e che raggiunge qui lo zenit della sperimentazione. L’omonimo racconto di Poe è solo il punto di partenza, completamente rielaborato dalla sceneggiatura di Francesco Scardone e dalla splendida regia. Protagonista è un uomo in carcere che vede moltiplicarsi la sua personalità in varie emanazioni: un prigioniero col quale si relaziona attraverso un minuscolo foro nel muro, il crudele secondino e un altro suo doppio che emerge dal letto. William Wilson racchiude buona parte dell’estetica e dei temi trattati da Cristopharo nella sua vasta filmografia: fotografato in uno splendido bianco e nero dai contorni flou (ricorda un po’ il suo corto House of shells), tratta la diversità, i traumi, il doppio, la schizofrenia, l’omosessualità. Tipico del regista è anche il disfacimento fisico e mentale dell’essere umano: impossibile non pensare alla similare desolazione del protagonista e degli ambienti di Red Krokodil e Doll syndrome (due tra i suoi film più autoriali), dei quali torna la sofferenza estrema, la minzione, il corpo che si disfa attraverso il colare del sangue. Notevole anche la prima scena, che mostra la “nascita” del suo doppelgänger con un’immagine graffiata e un montaggio frenetico, in cui vediamo una creatura coperta di sangue e liquami (ricorda i mostri di House of shells) emergere dal protagonista. L’episodio è il più lungo del film, interpretato da un unico attore (Mauro Carboni) per tutti i ruoli e coadiuvato dalla “controfigura” Viktor Karam per le scene che vedono entrambi protagonisti. Carboni è bravissimo e possiede un’espressività marcata, in grado di passare con disinvoltura dalla sofferenza mentale al piacere che prova durante la masturbazione (ripresa in primo piano, con tanto di eiaculazione). L’atmosfera claustrofobica e ossessiva di William Wilson riesce ad essere al contempo crudele e onirica, corporea e mentale, ricca di squarci visionari quali la pietra fluttuante che compare periodicamente di fronte al protagonista. Per quanto riguarda l’aspetto pornografico, oltre alla suddetta eiaculazione troviamo una breve masturbazione anale, mentre è ai limiti dell’hard l’abbraccio fra Wilson e il suo doppio coi membri turgidi in primo piano; non esplicito ma molto realistico è invece il coito fra l’uomo e il secondino, che prima abbiamo visto far praticare all’altro prigioniero un blow-job sul manganello. Crudelmente poetica l’uccisione del doppelgänger durante l’amplesso, con lo schizzo del sangue che sostituisce lo schizzo di sperma. Anche questo episodio è completamente muto, quasi espressionista: è la dimostrazione di come i dialoghi non siano sempre necessari per trasmettere un urlo di dolore così forte; in questo caso, bastano le scenografie, la tecnica, una forte recitazione, il tutto diretto da una solida regia d’avanguardia; le immagini sono accompagnate da un ammaliante sound-design, e periodicamente compaiono pannelli con scritte, come nel cinema muto.

Conclude POERN l’episodio Ligeia di Alessandro Basso. Anche questo corto è d’animazione, realizzato in computer-grafica 3D: dimentichiamo però l’orribile e irrealistico digitale che vediamo spesso nel cinema (indipendente e non), perché Basso è uno fra i migliori artisti italiani in fatto di CGI. Già collaboratore di Cristopharo in vari film (Bloody sin, Reveniens di E.N.D. – The movie), riesce a creare personaggi e paesaggi molto realistici e credibili, soprattutto in alcune scene. Protagonista è un uomo ossessionato dalla morte della moglie, di cui veglia in continuazione il cadavere: un giorno, vede uscirne dalla vagina una nuova donna, e ha così inizio un delirio allucinatorio in cui il personaggio intrattiene un rapporto a tre con Ligeia e l’altra, un sogno erotico destinato però a trasformarsi in un incubo mortale. Il protagonista e la nuova donna sono esplicitamente modellati ispirandosi a Domiziano Cristopharo e Roberta Gemma, coi quali c’è davvero una forte somiglianza. Gli interni gotici, l’esterno con la lapide e il non-luogo del sogno creano un’atmosfera sepolcrale, onirica e morbosa, accompagnata dalle musiche prima dissonanti poi più soavi con vocalizzi, un’atmosfera in cui l’incubo e il soprannaturale si fondono e si confondono. La componente hard si esplica in un blow-job praticato al protagonista (come si è già detto a proposito di The black cat, anche un film d’animazione può avere componenti pornografiche). Squisitamente orrorifiche due scene: la donna che fuoriesce dalla vagina di Ligeia in un tripudio di sangue e con movenze quasi da J-horror, e la trasformazione delle due donne in mostri durante l’incubo. Anche Ligeia è dunque un lavoro ricco di implicazioni psicologiche: la morte, l’ossessione, lo sdoppiamento, il sogno.

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