RECENSIONE “LILITH’S HELL” DI VINCENZO PETRAROLO

[A cura di Davide Comotti]

Sulla scia degli innumerevoli esempi americani ed europei, il genere mockumentary/found-footage ha attecchito pure nel cinema indipendente italiano, anche se in misura minore rispetto agli altri Paesi. Gli iniziatori del filone in Italia sono stati Greco e Leggio con Road to L., uno dei migliori esempi; più di recente, si segnalano altri film notevoli (Psychomentary, The Gerber Syndrome) e buoni prodotti quali ChristmaZ, End Roll, Doc. 33. Prodotto dalla Bea Production Company, spunta un interessante found-footage horror di Vincenzo Petrarolo, Lilith’s Hell (2015), che si inserisce nei canoni del genere con spunti originali e riuscendo in certi momenti a far davvero paura. Girato parte in inglese e parte in italiano (perché i protagonisti sono di varie nazionalità), è attualmente in cerca di una distribuzione.

Scritto da Davide Chiara – nome già conosciuto nell’ambiente per la sceneggiatura di Nero infinito e dell’episodio di Cristopharo in Phantasmagoria – nasce sotto il “nume tutelare” di un maestro come Ruggero Deodato, che compare in un cameo all’inizio e alla fine del film (nel ruolo di se stesso) e fa da ispiratore alla vicenda. Protagonisti sono infatti alcuni giovani filmmaker – Marco, Alberto e Ryan – che vivono nel mito cinematografico di Cannibal holocaust, e vogliono realizzare un mockumentary “realistico” in suo onore: a tale scopo, prendono in prestito la villa della nonna di Marco (nonostante i suoi avvertimenti) per girare un finto documentario incentrato su alcune persone chiuse in casa, minacciate da un serial killer e costrette al cannibalismo. In attesa di iniziare le riprese, si divertono a girare un backstage insieme alle nuove arrivate Michelle e Sara – attrice e truccatrice. Non immaginano però che il loro found-footage sta per trasformarsi in qualcosa di terribilmente reale. Rumori e strane presenze sono solo l’inizio di un incubo: Michelle viene posseduta da un’entità malefica e si trasforma in cannibale; gli altri, costretti a rifugiarsi in una stanza, scoprono che la nonna di Marco era un’occultista e ha evocato Lilith, un demone. Per sopravvivere (forse), sarà necessario l’intervento di un esorcista – il tutto ripreso dalle telecamere.

La sceneggiatura e la regia sono molto “all’americana”, con tutti i crismi del genere, risultando un buon prodotto d’imitazione che non ha niente da invidiare a vari film d’oltreoceano (The Blair Witch Project e Paranormal Activity sono i modelli più citati). Un pregio di Lilith’s Hell è sicuramente quello di fondere gli stilemi classici con qualcosa di nuovo: come in ogni found-footage che si rispetti, le riprese sono rigorosamente “in soggettiva” dal punto di vista delle telecamere (quella dei protagonisti e il circuito chiuso della villa), ci sono ragazzi chiusi in una casa, entità malefiche che li minacciano, recitazioni il più possibile spontanee e sfasamenti nell’immagine per restituire un maggior verismo. Petrarolo crea però anche qualcosa di nuovo, moltiplicando i livelli narrativi: essendo ormai un genere visto e rivisto, ha l’intuizione di innestare il suo film su dei personaggi che a loro volta vogliono girare un mockumentary. All’inizio sembra voler “smascherare” la finzione, ma poi crea un found-footage sulle “rovine” di quello che doveva essere il film dei protagonisti. La presenza di Deodato – inventore e precursore del genere proprio con Cannibal holocaust nel 1980 – è al contempo un omaggio al genere e parte integrante della vicenda: il regista introduce la storia parlando di come è stato “reclutato” dai giovani registi e conclude il film sulla scena del massacro, invitando l’operatore a filmare proprio come faceva la troupe in Amazzonia nel suo capolavoro.

Lilith’s Hell funziona molto bene per quanto riguarda atmosfera ed effetti speciali, un po’ più altalenante nelle interpretazioni. In certe sequenze riesce davvero a spaventare lo spettatore, e questo in un horror “commerciale” è sempre un dato importante: pensiamo soprattutto alla comparsa di Michelle indemoniata con l’immagine che sfasa, la brava attrice (Manuela Stanciu) che si contorce posseduta in un’estetica a metà fra il J-horror e L’esorcista, le claustrofobiche riprese nella stanza e durante la fuga in casa (con la classica immagine mossa e/o agli infrarossi), oppure il video registrato in cui vediamo la seduta spiritica effettuata dalla nonna e con cui è stata evocata Lilith. Buoni (anche se dosati senza abbondanza) gli effetti splatter, a cura dello specialista Tiziano Martella; le scenografie classiche della casa lasciano poi il posto a quelle più suggestive della stanza segreta, con le pareti ricoperte da simboli demoniaci. Le recitazioni dei ragazzi sono discrete e credibili, nella norma del found-footage, in cui è richiesta la maggiore spontaneità possibile: la Stanciu recita meglio da posseduta che da normale (quando invece si lascia andare a frasi come “non te la do neanche se mi implori”), buoni anche gli altri – compreso lo stesso Petrarolo (Marco) e Joelle Rigollet (Sara). Nonostante le scene della seduta spiritica e dell’esorcismo funzionino bene e siano inquietanti, la medium e l’esorcista recitano invece un po’ troppo sopra le righe, rischiando di sfociare nel grottesco – rischio evitato grazie alla regia e agli effetti visivi e sonori.

 

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