RECENSIONE “R.A.C.H.E.” DI MARIANO EQUIZZI

[A cura di Davide Comotti]

Ispirato ai racconti del celebre scrittore italiano di fantascienza Valerio Evangelisti, nel 2003 nasce Evangelisti’s R.A.C.H.E. di Mariano Equizzi – noto anche semplicemente come R.A.C.H.E. – poi concluso nel 2006 come edizione definitiva: presentato allo SciencePlusFiction di Trieste nel novembre 2005, viene ora distribuito online in versione on-demand (www.rache.company). Equizzi è spesso conosciuto nel cinema underground per il discreto horror The Mark (2004), una sorta di J-horror in versione nostrana, co-produzione indipendente tra Italia e Spagna in cui la creatività del regista è stata un po’ ristretta dalle esigenze produttive. Equizzi ha modo invece di esprimersi al meglio proprio con R.A.C.H.E., mediometraggio di 37 minuti dal quale lui stesso sta creando un lungometraggio. L’opera è impossibile da racchiudere in un genere: fantascienza, fantapolitica, horror, action, post-apocalittico, il tutto “messo in centrifuga” attraverso un linguaggio visivo assolutamente psichedelico e sperimentale. I temi trattati e lo stile ossessivo dell’estetica lo rendono un prodotto unico, in grado di colpire e mettere a disagio lo spettatore: R.A.C.H.E. può piacere o non piacere, ma di sicuro non può lasciare indifferenti.

La complessa vicenda – sceneggiata dallo stesso Evangelisti – si snoda attraverso vari piani temporali, tre fondamentalmente: il nazismo, il 1980 e un periodo che si colloca in un imprecisato futuro (in sostanza: passato, presente e futuro). Lo scienziato del Terzo Reich Joseph Graf progetta nel suo libro un esperimento per moltiplicare le cellule degli organismi umani e creare dei super-uomini. In Guatemala, nel 1980, alcuni criminali nazisti si alleano con il capo della R.A.C.H.E., una società segreta che dietro le parvenze di una chiesa nasconde traffici aberranti, per portare avanti gli esperimenti iniziati anni prima e generare individui con più organi. In un prossimo futuro, le mutazioni genetiche hanno prodotto degli orribili mostri, i Poliploidi, sfuggiti al controllo: nei Balcani, alcuni soldati combattono contro queste creature e contro mercenari dell’organizzazione segreta, mentre un agente rumeno viene interrogato sugli esperimenti.

Tradurre in immagini gli scritti visionari di Evangelisti non è una cosa semplice, ma Equizzi – supportato da un ottimo lavoro di squadra – ci riesce egregiamente. R.A.C.H.E., ispirato soprattutto al racconto O Gorica tu sei maledetta, è qualcosa di più di un semplice film di fantascienza: è una visione distopica del mondo di ieri, oggi e domani, realizzato con una narrazione atipica in grado di creare un’angoscia ctonia nello spettatore – anche in virtù dello stile frastornante con cui è girato. L’universo orwelliano immaginato da Evangelisti è ben rispecchiato nel film, dove troviamo alcuni elementi fondamentali della sua cosmogonia (la R.A.C.H.E., i Poliploidi) – tant’è vero che il mediometraggio ha ottenuto una recensione entusiasta anche da parte dello scrittore stesso. R.A.C.H.E. (termine inquietante che in tedesco significa “vendetta” ma che possiede anche una certa assonanza col Reich nazista) crea un flusso temporale continuo tra passato, presente e futuro, assurgendo a metafora degli orrori del mondo: la scienza che crea mostri, le guerre, gli oscuri interessi delle multinazionali, terrorismo e mercenari, il tutto messo in scena in una vicenda fantastica ma rappresentante qualcosa di terribilmente concreto.

Grazie a un massiccio ma efficace utilizzo del digitale e a scenografie da film post-atomico, Equizzi mette in scena esplosioni apocalittiche, cieli “bruciati” dove volano aerei di guerra, e i terribili Poliploidi: se in alcune scene è evidente il loro carattere digitale, in altre (vedasi la scena col mostro nella vasca o i primi piani quando avanzano contro i soldati) sembra trattarsi di creazioni prostetiche, ma in realtà sono realizzati interamente in CGI – a testimonianza di come il digitale, se ben utilizzato, possa risultare molto efficace. Dal sapore vagamente gigeriano (da H.R. Giger), questi giganteschi mostri sono stati realizzati partendo dagli artwork della scultrice Ursula Equizzi (sorella del regista), poi modellati in 3D dalla EDI di Milano. Il regista, per usare le sue parole, non riesce “a concepire il cinema come narrazione prevedibile, ma solo come epifania psichedelica”: per questo motivo, R.A.C.H.E. è così diverso e autoriale rispetto a The Mark, pur essendo stato girato prima. Il film è un flusso visivo dove contano più le immagini che la sceneggiatura e gli attori: c’è una storia con un filo logico da seguire, continuamente spezzettata tra flashback e flashforward (nazisti, mercenari, mad-doctor, spie), ma è innanzitutto l’estetica “anarchica” e “cyberpunk” ad avvolgere lo spettatore. Uso massiccio dello split-screen, montaggio frenetico (Luca Liggio), fotografia prevalentemente “bruciata” e desaturata (quasi color seppia, per intenderci), alternata a sequenze in B/N, luci martellanti e stroboscopiche, immagini di mostri urlanti e combattimenti la cui forza è aumentata da una colonna sonora elettronica e dissonante, “industrial e sincopata” (scrive Giovanni De Matteo), composta da Paolo Bigazzi Alderigi. Un’autentica apocalisse visiva e narrativa.

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