RECENSIONE “GANJA FICTION” DI MIRKO VIRGILI

[A cura di Davide Comotti]

Partendo dal suo omonimo cortometraggio del 2008, il regista romano Mirko Virgili dirige Ganja Fiction (2015), un raro esempio di autentico pulp italiano. Un nome di certo già conosciuto agli appassionati del nostro cinema indipendente, avendo diretto il brillante episodio Non scommettere la testa col diavolo nell’horror collettivo P.O.E. III – Pieces of Eldritch (2014). Ispirandosi volutamente al celeberrimo Pulp Fiction di Tarantino, più volte citato, Virgili dirige solidamente una vicenda complessa in grado di passare attraverso vari registri: la commedia, il noir, il thriller e persino l’horror in certi momenti. Appunto le componenti basilari del cosiddetto “pulp”, un genere in realtà di difficile definizione e che racchiude i suddetti elementi – combinati talvolta con l’azione – in vicende grottesche e con personaggi sopra le righe.

Virgili ha innanzitutto il grande merito di saper sfruttare il budget ridotto a disposizione costruendo un film robusto, tecnicamente perfetto e appassionante dal punto di vista narrativo, in grado di riproporre i cliché del modello americano in una nuova veste: siamo infatti nella piccola malavita romana, nel “coattume” orgogliosamente romanesco più volte messo in scena nel cinema (un po’ in stile Manetti Bros., per intenderci). Un film “leggero” e divertente sì, ma anche “scomodo” da un certo punto di vista, trattando temi che in Italia sono considerati tabù – droga, sesso, violenza, gioco d’azzardo: ma Ganja Fiction, incentrato sulla sostanza del titolo, è diretto senza nessuno pseudo-moralismo o messaggio da trasmettere, bensì come un’opera di puro intrattenimento cinematografico.

Sceneggiato da Guido Ludovici su un soggetto dello stesso Virgili, Ganja Fiction inizia nella città per antonomasia della marijuana, Amsterdam, dove incontriamo i due protagonisti intenti a scappare da alcuni misteriosi inseguitori: questa è la conclusione della storia, che sarà ripresa al termine del film, e tutto ciò che vediamo è una lunga narrazione in flashback. A Roma, il romano Becchino e il napoletano Sasà (Andrea De Rosa e Renato Solpietro) sono due spiantati che lavorano in un’agenzia di pompe funebri diretta da Bianca (Crisula Stafida). Sasà ha il vizio del gioco, e per procurarsi soldi non esita a rubare oggetti ai defunti: facendo leva sui sentimenti dell’amico, che vorrebbe arricchirsi per conquistare la donna, lo convince ad accettare un prestito dal feroce camorrista O’Varano. Il denaro gli serve in realtà per una partita a poker, al termine della quale si trovano sconfitti e impossibilitati a restituire i soldi: disperati, chiedono aiuto a Bianca. Parallelamente, si svolgono le storie di Mr. Nice (Francesco Venditti), uno spacciatore che possiede un particolare tipo di marijuana al sapore di fragola; Mr. Grady, un suo amico omosessuale amico indebitato col crudele boss Er Conte; tre poliziotti corrotti e drogati che devono indagare proprio su Mr. Nice. Tutte le storie si intrecciano quando Bianca propone ai due protagonisti di compiere una rapina in casa dello spacciatore per saldare il loro debito.

Ganja Fiction è geniale nel suo svolgersi con eleganza e nel saper intrecciare tante storie e personaggi in quello che risulta alla fine un puzzle perfetto che si compone man mano: la sceneggiatura è davvero complicata, ma ben scritta, come testimonia il fatto che in conclusione tutto torna e si spiega. Certi passaggi possono sfuggire, e il film richiede (e merita) più visioni, in ciascuna delle quali si possono capire ulteriori tasselli ed elementi che a una prima visione possono essere sfuggiti o non chiari – e ad ogni visione la goduria è assicurata. Divertenti gli sketch comici fra i due protagonisti, il timoroso Becchino e l’espansivo Sasà, che lo coinvolge sempre in imprese disastrose, ma ancora più azzeccati i personaggi di contorno: i poliziotti col vizio della droga, l’affascinante Mr. Nice (Francesco Venditti, figlio del celebre cantante Antonello), la coppia omosessuale e i “cattivi” – il napoletano verace O’Varano (Ernesto Mahieux), lo spietato Conte (Gianluca Tocci) e lo spacciatore Bomba (G-Max dei Flaminio Maphia). Come in ogni pulp che si rispetti, i personaggi non hanno quasi mai un nome né un cognome, ma sono identificati con un soprannome che identifica una loro caratteristica: gli sbirri corrotti sono Mocio, Mago e Spettro, il venditore di armi in una carrozzeria (topos del genere noir/poliziesco) è Bazooka, senza dimenticare l’irresistibile Spadino che sarà protagonista della lunga parte conclusiva. In Ganja Fiction abbondano anche le presenze femminili: Bianca in primis, interpretata da una delle attrici italiane più in forma del momento, Crisula Stafida (celebre per il suo ruolo in Tulpa di Zampaglione), ma anche Ludmilla Radchenko (la spogliarellista Luna), più volte apparsa in varie fiction televisive. Battute divertenti, situazioni esagerate e personaggi sopra le righe si alternano a momenti di improvvisa violenza: ricordiamo la feroce uccisione del ragazzo omosessuale sulle note di un brano rock, la sanguinaria resa dei conti finale, Spadino evirato con un morso dalla Radchenko e la sequenza in stile torture-porn con i due poliziotti catturati ed evirati da G-Max (vediamo tanto di testicoli esibiti in primo piano). Numerose anche le scene di sesso, fra night-club e sessioni bondage, abbastanza brevi e soft ma di impatto assicurato grazie soprattutto alle splendide attrici: merita una menzione particolare la scena perversa in cui la Radchenko pratica un sensuale blow-job alla pistola di Spadino, poco prima dell’evirazione. Azione vera e propria non ce n’è, ma il ritmo è sempre alto e in grado di creare nello spettatore la voglia di vedere quanto accadrà dopo.

Ganja Fiction è notevole anche dal punto di vista stilistico. Possiamo notare in alcune scene quello che è un “marchio di fabbrica” di Virgili, cioè l’uso di luci coloratissime e quasi psichedeliche (presenti pure nell’episodio di P.O.E. III), alternate a un’illuminazione più “al naturale” (fotografia di Samuel Masi). Come in ogni pulp che si rispetti, i personaggi sono presentati con una didascalia che riproduce il loro nome, e immortalati in un’immagine disegnata. Possiamo notare anche un particolare uso delle inquadrature, in grado di spaziare dai campi medio-lunghi delle strade romane ai primi piani, fino ai dettagli sulle bocche e le mani dei personaggi intenti a consumare stupefacenti. Non mancano neanche vari split-screen e alcune finezze di montaggio (curato dallo stesso Virgili): basti pensare all’apertura della cerniera-lampo che “sfocia” nell’apertura di un sacco. Completa il tutto il comparto musicale, composto soprattutto da pezzi rap e reggae che ben si adattano al contesto della storia.

 

Licenza Creative Commons Questo sito è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.
Hit counter by goldbetreview