RECENSIONE “GUANTI NERI” DI FEDERICO TADOLINI

[A cura di Davide Comotti]

Dopo varie incursioni nel genere gore/splatter (Orgia di sangue, Video nasty, Evisceral plague) e un torture-porn (Il collezionista), Federico Tadolini cambia genere pur rimanendo nel cinema del brivido e dirige il neo-giallo Guanti neri (2014). Trattasi di un filone particolarmente frequentato dai registi di oggi – indipendenti e non – e che rivisita in vari modi il thriller italiano degli anni Settanta: dai nostrani Zampaglione (Tulpa) e Pastore (Come una crisalide) a nomi illustri del panorama internazionale (Marschall con Masks, Cattet/Forzani con Amer e Strange colour) fino al Sudamerica, numerosi sono gli autori che si cimentano nel filone. Non mancano neanche i cortometraggi, come il tedesco Yellow di Ryan Haysom, Le destin de Torelli di David Marchand e ora anche l’italiano Guanti neri di Tadolini. Naturalmente è un lavoro low-budget, ma il bravo regista riesce ancora una volta a fare di necessità virtù e dirige un bel corto sfruttando nel modo migliore i mezzi e i tempi ristretti. Guanti neri è tratto dall’omonimo racconto dello scrittore Roberto Ricci, contenuto nella raccolta Buio rosso, “Dieci racconti thriller/horror, un vero e proprio omaggio al cinema italiano della paura degli anni 70/80. Freda, Bava, Argento e Fulci, per intenderci” (Ricci). Anche il racconto Il cappotto è diventato in precedenza un interessante e omonimo cortometraggio (diretto da Giuseppe Ferlito), ma Guanti neri compie un netto salto di qualità.

Un paese della provincia italiana è sconvolto da feroci omicidi che vedono come vittime alcune ragazze. La prima donna uccisa era la fidanzata di uomo che indossa sempre due guanti neri per una dermatite: sarà lui l’assassino? La polizia indaga, con l’aiuto di un testimone. Come spiega Tadolini nell’intervista rilasciata al nostro sito, l’idea di girare un corto tratto da Guanti neri viene proprio da Ricci: “Lessi questo racconto e il 50% era visivo, l’altro 50% no (come si può vedere, il racconto contenuto in Buio rosso è leggermente diverso dal film). Scrivemmo la sceneggiatura a quattro mani”. La bravura registica di Tadolini e l’efficacia della sceneggiatura si vedono innanzitutto nel saper concentrare una vicenda complessa come quella di un giallo in un prodotto di breve durata ma che funziona perfettamente, senza voler fare voli pindarici ma seguendo le regole del genere e applicandole a un cortometraggio. Cambia il genere ma non la mano: il regista dirige un altro bel corto sempre con “occhio da fan” e al contempo grande maturità espressiva.

Ciò che si nota subito, a livello visivo, è un miglioramento della qualità e della fotografia: rispetto ai lavori precedenti, comunque già notevoli esteticamente, qui l’immagine è più cinematografica. Non solo la trama, ma anche le ambientazioni e il look dell’assassino omaggiano espressamente il giallo all’italiana – fin dal titolo: i “guanti neri” sono stati indossati più o meno da tutti i serial killer di Argento e degli altri registi, così come l’impermeabile nero; l’assassino del nostro cortometraggio si veste esattamente in questo modo, armato di rasoio, con un passamontagna nero che cita Torso di Martino e una siluette complessiva derivante da Sei donne per l’assassino di Bava. Poi c’è il pedinamento in strada, l’omicidio in auto (citazione dall’argentiano Tenebre), il delitto nel parco (un altro topos del genere), il testimone, il finale in una casa abbandonata, e l’immancabile trauma che ha scatenato la furia omicida. La preparazione del primo omicidio ricorda anch’essa Tenebre, con la ragazza che cammina in strada di giorno (c’è persino un cane che cerca di saltare la recinzione, proprio come nel film di Argento).

Tadolini gioca più sulla suspense, sulla costruzione e coreografia degli omicidi, che non sulla messa in mostra del sangue – come era abituato invece a fare nei precedenti lavori; molto efficace, comunque, il make-up (a cura di Sara Bellandi) sulle due ragazze sgozzate, con primi piani dettagliati sulle ferite. Il cast tecnico e artistico è il consueto della Morgue Production di Tadolini, composta da attori e artigiani affiatati: fra gli interpreti troviamo Valentina Vannelli, lo stesso Tadolini (il ragazzo con la dermatite), Andrea Quintavalle, Raffaele Totaro e Raffaele Borreca, che si occupa anche del montaggio. Una menzione a parte per la colonna sonora, composta completamente da Marco Rosati (già autore delle musiche per Orgia di sangue): in Guanti neri ha alternato composizioni strumentali in perfetta linea con i classici del giallo ad altri brani più rock; la title-track finale è stata scritta da Roberto Ricci e arrangiata e cantata dallo stesso Rosati, autore di un lavoro eccellente. Da notare, infine, gli omaggi alla celebre rivista horror Splatter, di cui vediamo vari volumi nella fumetteria e un adesivo sull’auto della ragazza.

Licenza Creative Commons Questo sito è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.
Hit counter by goldbetreview