RECENSIONE “DON’T FORGIVE” DI SAMUELE VALENTE

[A cura di Davide Comotti]

Promette bene l’esordio alla regia di Samuele Valente con il cortometraggio Don’t forgive (2014), crudo revenge movie con una spiccata attenzione all’aspetto psicologico. Autore della sceneggiatura è Lorenzo Paviano (sulla base di un soggetto scritto da lui insieme a Valente), nome noto nell’indi italiano per alcuni ottimi script: fra i vari lavori, sua (insieme a Picchio e De Flaviis) è la sceneggiatura del fortissimo My gift to you di Tiziano Martella – episodio dell’horror collettivo Phantasmagoria – e anche quella dell’altrettanto crudele cortometraggio Recording di Stefano Rossi, con cui Don’t forgive ha vari punti in comune. La vicenda inizia in media res: un giovane sanguinante legato in un lurido scantinato, una ragazza disperata (Lavinia Pini) e un uomo armato di fucile che inizia con loro un sadico gioco; la giovane dovrà uccidere il ragazzo con un coltello, se non vorrà essere uccisa lei stessa; il motivo di tanta crudeltà sarà svelato solo nel finale grazie ad alcune riprese realizzate con una videocamera.

Grande merito di regia e sceneggiatura è innanzitutto l’originalità, la fusione di vari generi che crea qualcosa di nuovo: se l’incipit e la location possono far pensare a una vicenda in stile Hostel o Saw, lo svolgimento della storia introduce un elemento quasi “giallo” sull’identità dei personaggi e il loro ruolo, nonché una caratterizzazione drammatica che lo rende differente dal semplice “torture-porn”. La spiegazione del mistero è infine affidata ad alcuni filmati intradiegetici che fungono da flashback, quasi in modalità found-footage per rendere l’idea. Crudeltà e sadismo sono esibiti in maniera diretta e sanguinaria un po’ come in Recording, pur essendo meno ricco di dettagli gore e splatter rispetto al corto di Rossi: notevole la sfida psicologica a cui il personaggio della Pini è sottoposto, cioè dover scegliere fra l’uccidere il suo fidanzato o farsi uccidere lei stessa.

Don’t forgive si richiama a Recording anche per altri motivi: la presenza della bravissima attrice Lavinia Pini, dotata di un’espressività incisiva che esprime senza remore tutta la sofferenza della situazione, i ribaltamenti di ruolo fra i personaggi e l’utilizzo di filmati rivelatori (elementi in cui si sente la mano di Paviano alla sceneggiatura). La regia di Valente amalgama bene il tutto creando una vicenda appassionante e abbastanza complessa pur nella sua breve durata (10 minuti). Notevoli anche alcune scelte di montaggio (Andrea Cilento), come l’iniziale discrepanza fra la voce fuori campo e lo stivale in primo piano – che si rivela essere non del torturatore ma della ragazza. Efficace la fotografia di Roberto Ricci, con la prevalenza di toni scuri sui quali risalta il rosso del sangue. Molto espressivi anche gli altri due attori, Fabio Morelli (il ragazzo) e Pietro Trisciuoglio (il sequestratore).

 

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