RECENSIONE “P.O.E.3 – PIECES OF ELDRITCH” AA.VV.

[Di Davide Comotti]

Edgar Allan Poe 2.0, cioè la trasposizione cinematografica di suoi celebri racconti reinterpretati e modernizzati, continua con P.O.E. – Pieces of Eldritch (POE III, 2014). Il terzo capitolo di questa trilogia, presentato in anteprima al Fantafestival di Roma, segue i precedenti P.O.E. – Poetry of Eeerie e P.O.E. – Project of Evil: se da un lato mantiene la stessa struttura (episodi diretti ciascuno da un nome di spicco dell’indi italiano), dall’altro se ne differenzia per una superiore maturità e coesione. Non solo per la presenza di un racconto-cornice, con Venantino Venantini che presenta i vari pieces alla tv, ma anche per la riuscita complessiva degli episodi (minore distanza qualitativa fra i medesimi) e per l’autorialità di ciascuno. POE III è sicuramente il capitolo migliore della trilogia, senza voler sminuire le due opere precedenti: l’impressione è di trovarci di fronte a un film più compatto e robusto, che quasi supera la struttura episodica per diventare un’unica espressione cinematografica – sia pure declinata in varie forme e stili. A questo contribuisce probabilmente anche la riduzione del numero di racconti: dai 13 (8 nella versione ridotta) del primo ai 7 del secondo, qui passiamo a 6, perfettamente intervallati dal narratore Venantini – il che vuol dire concedere più spazio espressivo per ciascuno.

I sei registi sono: Domiziano Cristopharo, guida del progetto presente in tutti e tre i film collettivi dedicati a Poe; Ricky Caruso (Naftalina); Alessandro Redaelli (l’episodio Between us di Shock, ma anche il corto Pray for diamonds); Francesco Campanini (La casa nel vento dei morti); Edo Tagliavini, regista del cult Bloodline e anch’egli sempre presente nella serie; Mirko Virgili, che dopo la pulp-comedy Ganja Fiction si cimenta egregiamente per la prima volta nel genere horror. Pieces of Eldritch è uno dei casi in cui il valore del film comprende anche i titoli di testa: realizzati dall’artista videomaker Juppa Agatea, compongono un quadro variegato di video-arte in cui i nomi dei registi compaiono sullo sfondo di corpi e dettagli legati all’immaginario di Poe, deformati e montati freneticamente. Tocca poi al grande Venantini, già apparso brevemente prima dei titoli, entrare in scena: attore-feticcio di Cristopharo (infatti la cornice è diretta da lui), guadagna di espressività col passare del tempo, soprattutto se presentato come in questo caso con una giacca verde brillante e una cravatta viola. In uno studio televisivo introduce, parlando in inglese arcaico, i vari episodi: ripreso spesso in primo piano mentre parla nello schermo, regala un sapore vintage (grazie anche all’effetto “anticato” dell’immagine) che ricorda le grandi serie-tv horror introdotte da un presentatore carismatico.

L’episodio che inaugura POE III è Morella di Ricky Caruso. Dopo il bellissimo Naftalina, film weird di difficile classificazione (horror, feticismo, surrealismo cavalloniano), il regista si conferma uno fra i più talentuosi e particolari del panorama indipendente italiano. Protagonista è Morella (Feda Fargas), una ragazza segnata dall’abbandono del padre a cui lo legava – da piccola – un amore malsano: dopo averlo rintracciato su un sito BDSM, lo incontra per una sessione sadomaso, e quando l’uomo la riconosce è troppo tardi per salvarlo dalla sua follia. Morella è un episodio squisitamente personale nello stile e nella narrazione, come lo saranno tutti gli altri per ciascun regista: Caruso ripropone alcuni temi essenziali che aveva presentato in Naftalina, come feticismo e incesto, adorazione degli oggetti (bambole, vestiti) e ricordo del passato, pulsioni malsane e affascinanti mistress. Se nel lungometraggio la donna era interpretata dalla celebre Monika Zanchi, qui la giovane e bravissima Feda Fargas non è da meno in quanto a bellezza e intensità: l’attrice dipinge un personaggio dark e psicolabile, sadico e voluttuoso – indimenticabili l’adorazione dei piedi (già presente in Naftalina) e la scena in cui si masturba mentre assiste all’agonia del padre che sta uccidendo. Caruso, dal punto di vista estetico, osa forse ancora di più che nell’opera precedente, utilizzando efficaci luci rosse e verdi dal sapore baviano e un montaggio frenetico/psichedelico nei flashback allucinatori sul passato della ragazza. Come spiega il regista, il legame col racconto di Poe è più forte di quanto possa sembrare, ma “lo ribalta nella prospettiva, ne capovolge i ruoli”: scompare l’elemento soprannaturale della reincarnazione, e “la figlia diventa nemesi della madre riappropriandosi del feticcio paterno che l’aveva abbandonata da piccola e che aveva causato la morte della donna”. Indimenticabile il quadretto necrofilo finale. Un episodio veramente complesso, ricco di perversione ed elementi psicanalitici, che dimostra come Caruso sia abile nel raccontare una storia anche in tempi brevi.

Segue Re Peste di Alessandro Redaelli. Il bravo regista, che aveva già dato ottime prove con Shock e Pray for diamonds, conferma il suo stile teatrale e vagamente grottesco mettendo in scena una narrazione decisamente originale. Assistiamo infatti a un “episodio nell’episodio”, nel senso che quanto vediamo è una recita teatrale (con sorpresa conclusiva), una rappresentazione del racconto di Poe: il grande valore dell’episodio è quindi innanzitutto quello di introdurre un ulteriore livello di narrazione, scandito da vari cartelli indicanti le scene proprio come se fossimo a teatro. La vicenda si svolge nella Londra medioevale, durante un’epidemia di peste: due vagabondi, Legs e Hugh (Antonio Pauletta ed Ettore Nicoletti), si aggirano per la città vivendo di truffe ed espedienti. Una notte si ritrovano alla corte di “Re Peste”, un individuo mascherato che vive insieme ad alcuni inquietanti freaks: fuggire non sarà facile. Il corto di Redaelli è il più dialogato del film, insieme a quello di Virgili, e deve buona parte del suo fascino proprio alle irresistibili performance dei due protagonisti e dei personaggi grotteschi che incontrano lungo la strada. Nelle scenografie essenziali ma efficaci si inseriscono figure notevoli come Re Peste e la sua “corte dei miracoli”, fra un gigantesco uomo simil-zombie, un buffo individuo dalle orecchie enormi, una donna dal volto coperto e altri ancora. Ottimi, in proposito, il make-up e gli effetti speciali di Athanasius Pernath e Riccardo Grippo: vediamo impressionanti bubboni pestilenziali, ferite, escrescenze mostruose, schizzi di sangue e persino una candela conficcata in un occhio. Da segnalare che è l’unico episodio del film, e uno dei pochi della trilogia, ad essere “in costume”, cioè ambientato in un’epoca differente da quella contemporanea.

Il terzo episodio è La botte di Amontillado, diretto da Domiziano Cristopharo. Che sia opera del geniale regista romano, fra i più visionari e prolifici di oggi, è evidente dalla fotografia, dalla narrazione e dai temi affrontati. Protagonista è un uomo (Federico Ivan Biagioli) che viene murato vivo, non sappiamo da chi né per quale motivo, all’interno di un edificio abbandonato: imbavagliato e con le mani inchiodate al muro, è impossibilitato a chiedere aiuto e deve fare i conti con la paura e le sue ossessioni. Cristopharo tralascia dunque la narrazione legata al barile del titolo per concentrarsi su un unico aspetto del racconto di Poe, il sepolto vivo: quello che gli interessa è mettere in scena la sofferenza umana, il martirio del corpo, il mondo degli incubi e delle allucinazioni, che sono poi i temi basilari della sua cinematografia. Con Amontillado, il regista prosegue dunque un discorso estetico e narrativo portato avanti dagli esordi (House of flesh mannequins, The Museum of Wonders) fino alle opere più recenti (Red Krokodil, Doll Syndrome). Di questi ultimi due, l’episodio ha in comune la narrazione incentrata su uno/due personaggi al massimo. Poetica ed effetti speciali (a cura dello stesso Cristopharo) sono strettamente connessi: i chiodi conficcati nelle mani e nel pene, le ferite e i marchi a sangue rimangono impressi per il loro estremo realismo, che nel finale lascia il posto a un surrealismo visionario (il protagonista incontra il suo doppio, in una sorta di aldilà). Biagioli è eccezionale nella sua espressività visiva, riesce a comunicare solo col volto tutto l’orrore che il personaggio sta vivendo, senza utilizzare parole. Notevole anche la scena in cui l’uomo si immedesima in un topo assumendone le sembianze nel viso, con una mutazione quasi cronenberghiana tanto cara a Cristopharo (dai film citati al più recente episodio di Phantasmagoria). Bellissima e suggestiva la fotografia, diretta dal regista stesso, coi caratteristici contorni “flou” dal sapore onirico e psichedelico. Gli esterni, col casermone abbandonato in mezzo al nulla, ricordano un po’ quelli post-apocalittici di Red Krokodil.

Nel quarto episodio, Sei tu il colpevole, troviamo alla regia Francesco Campanini – celebre soprattutto per il curioso noir/thriller/horror La casa nel vento dei morti. Il regista sceglie un racconto di Poe non famosissimo e lo traspone in maniera egregia, grazie al gelido bianco e nero della fotografia, alle location inquietanti e a una struttura divisa in capitoli e flashback. Il signor Shuttleworthy (Giacomo Boselli) è scomparso nel nulla: il commissario indaga e concentra i suoi sospetti sull’amico Goodfellow (Martin Webster). Infatti è stato proprio lui a ucciderlo, per una controversia sull’utilizzo di un ex-manicomio: per smascherarlo, il detective allestisce una messinscena proprio nel luogo teatro dell’omicidio. Anche questo episodio è marcatamente personale, soprattutto per la scelta delle location: già ne La casa nel vento dei morti Campanini aveva dimostrato interesse per i luoghi sperduti, le case abbandonate e i loro misteri, nel rispetto di una tradizione gotica in cui l’elemento soprannaturale sembra emergere per poi lasciare spazio al giallo e alla tradizione popolare (un po’ “alla Pupi Avati”, se vogliamo). In Sei tu il colpevole sono proprio gli esterni misteriosi e gli interni angoscianti a produrre quella forza evocativa che rende interessante l’episodio, senza nulla togliere agli ottimi duetti fra i due personaggi. Come nell’opera precedente, anche qui si respira quell’atmosfera nerissima a metà fra il thriller e l’horror, in cui la tensione aumenta fino a sfociare nel claustrofobico finale all’interno dei sotterranei.

Il quinto episodio è Ombra, di Edo Tagliavini. Rispetto agli altri episodi, qui la fotografia è più “fredda” e meno personale, ma al contempo è il corto che fa più paura. Del resto, Tagliavini – fra i più importanti registi indi italiani – ha dimostrato più volte di saper mettere in scena l’angoscia e le ossessioni: nel cult Bloodline, ad esempio, ma anche nel breve episodio Assuefazione del film collettivo 17 a mezzanotte. Protagonista è una bambina (Lumi Tagliavini) che vive con la nonna, sempre assorta davanti alla televisione: non avendo amici, inizia a dialogare e giocare con la propria ombra, fino a quando scopre che essa sta assumendo una vita propria. Inizialmente spaventata da questa misteriosa entità, impara poi a controllarla e a servirsene. Ombra è sicuramente il più riuscito fra i tre episodi che Tagliavini ha diretto per i tre P.O.E., e dimostra come il regista sia bravo a suscitare paura disponendo di elementi essenziali, quasi minimalisti. Tutto il racconto è incentrato sulla bambina (bravissima l’interprete, figlia del regista), sulle sue azioni quotidiane (inquietante anche la figura della nonna, quasi in catalessi davanti alla tv che trasmette voci con immagini stroboscopiche) e segue un climax ascendente nella costruzione della suspense. Dai giochi innocenti con l’ombra passiamo al distacco della medesima, fino alla sua progressiva autonomia – diventa infatti un vero e proprio spettro malvagio, con richiami al J-horror. Terrificante è la scena, con un voluto omaggio a The grudge, in cui la bambina vede l’ombra infilarsi sotto il letto per poi emergere da sotto le lenzuola come il fantasma della nonna col volto malvagio. Nessun effetto speciale nell’episodio, ma una grande cura stilistica con il frequente utilizzo di un vertiginoso grandangolo.

Chiude Pieces of Eldritch l’episodio di Mirko Virgili Non scommettere la testa col diavolo. Il regista, celebre per la pulp-comedy Ganja Fiction tratta dal suo omonimo cortometraggio, si cimenta per la prima volta nel genere horror dimostrando un’ottima versatilità. Virgili sceglie un racconto di Poe particolarmente impegnativo, visto che fu portato in scena da Fellini nell’episodio Toby Dammit di Tre passi nel delirio. Il protagonista Toby Dammit (Wayne Abbruscato) è un giovane spaccone diventato una sorta di “star” del web con i suoi video di YouTube, dove finge di compiere azioni pericolose dicendo sempre che “scommette la testa col diavolo”. Un ragazzo, volendolo imitare, perde la vita giocando alla roulette russa, ma Toby continua la sua attività di esibizionista. Fino a quando entra in uno strano locale che si rivela essere una sorta di inferno: senza saperlo, incontra veramente il diavolo e – scommettendoci la testa – questa volta la perde. L’episodio di Virgili chiude alla perfezione il film collettivo, dando vita a un racconto complesso, molto dialogato e in cui l’elemento soprannaturale si mescola a una sorta di denuncia (l’esibizionismo della società contemporanea, la creazione dei falsi miti): il protagonista è infatti uno dei tanti giovani d’oggi che sfruttano il web per apparire, millantando azioni senza pensare alle possibili e pericolose conseguenze. Alla prima parte dal sapore più “pulp” tipico del regista (soprattutto nel protagonista palestrato e nella sua bellissima amica, la Aurora Kostova di Doll Syndrome), segue la seconda più onirica e marcatamente horror. Grazie all’ottima e coloratissima fotografia (di Domiziano Cristopharo) con toni rossi e blu quasi argentiani, ci troviamo immersi in un mondo surreale che scopriremo trattarsi proprio di un “aldilà”, popolato da misteriosi personaggi: l’inquietante barman (Ariel Levanel, il Barbablù di Bloody Sin), il ragazzo morto suicida e un sulfureo individuo che personifica il diavolo, magistralmente interpretato da una guest-star d’eccezione (Frank LaLoggia, regista del celebre thriller Scarlatti – Lady in White). Notevoli, infine, anche gli effetti speciali: la gola squarciata del protagonista e il suicida, redivivo nel bar, che vomita le proprie cervella.

Il fatto che Pieces of Eldritch sia un’opera matura e completa è dimostrato anche da altri elementi: la presenza di vari trait d’union che ritornano periodicamente (gli insetti, ad esempio) e l’utilizzo della colonna sonora. Al tema ossessivo, martellante e dissonante che accompagna i titoli di testa e di coda (realizzato da Kristian Sensini) si uniscono in ciascun episodio brani d’atmosfera e pezzi differenti, ognuno espressione della relativa atmosfera. Dalle nenie infantili di Morella alle ballate medievali di Re Peste, dalle musiche gravi di Amontillado a quelle “gotiche” di Sei tu il colpevole.

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