RECENSIONE “RITUAL – UNA STORIA PSICOMAGICA” di Giulia Brazzale & Luca Immensi

[Di Davide Comotti]

Il fatto che un film indipendente italiano approdi nelle sale è di per sé un evento degno di nota e orgoglio: se poi nel cast è presente un famosissimo regista e attore come Alejandro Jodorowsky, il tutto desta ancora una maggiore curiosità, ampiamente ripagata dall’ottima riuscita del film. Stiamo parlando di Ritual – Una storia psicomagica (2012) di Giulia Brazzale e Luca Immesi, al loro esordio nel lungometraggio. Opera di grande valore e interesse sotto vari punti di vista, narrativo e recitativo, estetico e tecnico, è un autentico film d’autore che non si lascia rinchiudere in un preciso genere ma spazia dal thriller (para)psicologico al dramma, passando attraverso il surrealismo e il gotico popolare. Prodotto dalla Esperimento Cinema, dopo aver partecipato a vari festival sbarca finalmente in sala distribuito dalla Mariposa Cinematografica. È stato presentato inoltre fuori concorso alla Mostra di Venezia del 2013, all’interno dello spazio dedicato alla Regione Veneto.

Questa è la vicenda, scritta dai registi stessi. La giovane stilista Lia (Désirée Giorgetti) intrattiene una relazione perversa e masochista con il sadico Viktor (Ivan Franek): il loro già precario equilibrio si spezza quando la ragazza rimane incinta e l’uomo la costringe ad abortire. Su consiglio del suo psicologo, il dottor Guerrieri (Cosimo Cinieri), Lia fugge dall’amante e raggiunge la zia Agata (Anna Bonasso) nella sua casa di campagna a Mason, uno sperduto paesino veneto dove passava le estati da bambina. L’anziana donna svolge nel villaggio la funzione di “guaritrice”, osservata da tutti con rispetto e timore anche per via del defunto marito, il “guaritore” cileno Fernando (Alejandro Jodorowsky), che le appare ancora in sogno. L’atmosfera apparentemente tranquilla viene turbata dalle visioni di Lia, che incontra due strani bambini e una donna misteriosa. La zia Agata cerca di curarla attraverso un rito “psicomagico”, ma l’arrivo di Viktor sconvolge ancora una volta gli equilibri.

Come si diceva, è impossibile identificare Ritual in un preciso genere o stile, e anche in questo consiste la sua unicità: è ascrivibile sì al thriller, ma un thriller molto sui generis, per i motivi che vedremo. Distinguiamo innanzitutto una prima parte cittadina (circa mezzora) caratterizzata da location fredde e geometriche (il museo, il viale coi piloni, l’appartamento arredato con gusto moderno), da una seconda (preponderante) che si svolge nella campagna veneta, fra vecchie case immerse nella natura e interni antichi, quasi barocchi. La storia (scritta dai due registi) è costruita in maniera fluida e si evolve senza soluzione di continuità.

L’atmosfera misteriosa e inquietante che si respira in tutto il film (soprattutto nella seconda parte) nasce da quel “gotico padano” che affonda le proprie radici nelle leggende popolari e superstizioni di un nucleo chiuso come il villaggio rappresentato. Viene in mente, per certi versi, il Pupi Avati de La casa dalle finestre che ridono o L’arcano incantatore, e ancora più da vicino Lorenzo Bianchini, uno fra i più talentuosi registi italiani contemporanei (Custodes bestiae, Oltre il guado). Il critico Davide Pulici definisce il suo come un cinema “epicorico, che vuol dire strettamente legato […] ai luoghi della sua esistenza”: allo stesso modo, si potrebbe definire anche Ritual un film epicorico, in quanto la protagonista si muove in un mondo di folclore e leggende popolari (molto sentito dagli autori), creature magiche e antiche nenie che finiscono per avvolgere lo spettatore creando un senso di inquietudine e al contempo di fascino: la “chiesetta maledetta” che ossessionava Lia da piccola, la creatura mitologica nota come “Anguana”, le filastrocche popolari, il rito della bottiglia, i tarocchi, l’uso del dialetto in alcuni punti (sottotitolato in italiano). Ma Ritual è altro ancora: già dal sottotitolo Una storia psicomagica si può comprendere come gli elementi della cultura veneta si fondano con tratti marcatamente surrealisti. Attenzione però, non siamo in un film surrealista, ma in una vicenda narrata linearmente che concede spazi al surrealismo e alla psicomagia di Jodorowsky. Il film è infatti liberamente tratto dal suo libro La danza della realtà, che codifica la disciplina come terapeutica: la psicomagia è una sorta di psicologia alternativa che affonda le radici negli antichi rituali curativi e utilizza atti pratici per guarire la psiche di una persona liberandola dai suoi traumi (“il potere della suggestione è immenso”, afferma Lia). All’interno di Ritual ci sono sequenze raffiguranti atti psicomagici: ceneri di una foto bevute insieme al vino, un disturbo fisico “guarito” attraverso un fegato animale, una ragazza di colore a cui viene dipinto il volto di bianco e la simulazione di un parto tramite un frutto. Ritual è un dramma psicologico dal sapore polanskiano e zulawskiano in certi momenti, in cui la fragile e allucinata protagonista scivola man mano in un abisso di follia: per lei, il ritorno al passato e le pratiche di guarigione alternativa sono (o potrebbero rappresentare) una cura per rimuovere gli incubi del suo inconscio, fra il trauma delle mestruazioni e la maternità negata. Tutta la parte del film ambientata a Mason gioca sull’ambiguità fra allucinazioni e soprannaturale, un topos del genere thriller rivisitato in maniera completamente diversa, che esclude ogni componente orrorifica lasciando spazio a qualcosa di altrettanto inquietante: gli abissi della mente e dell’inconscio. Vedasi quindi l’incontro coi Salbanei, due fratellini (maschio e femmina) che giocano con una palla bianca di baviana memoria, il pianto di un neonato percepito in lontananza, l’apparizione notturna dell’Anguana (creatura a metà fra strega e sirena) che canta una nenia malinconica e inquietante, o la disturbante scena in cui Lia culla un bambolotto come se fosse un bambino. Questa discesa nella dimensione allucinata ricorda il Polanski di Repulsion (fra i supervisori alla sceneggiatura c’è infatti Jeff Gross, uno dei suoi sceneggiatori), mentre l’interpretazione intensa e “urlata” della Giorgetti sembra richiamare la teatralità disperata di Zulawski (Possession, su tutti), soprattutto nei momenti di crisi in cui la vediamo convulsa sul letto ripresa con inquadrature vertiginose, oppure nella seduta psicoterapeutica in cui rivisita il suo passato sdoppiandosi fra lei bambina e sua zia. Ritual non è una semplice unione di tutti questi elementi: Ritual “è” tutto questo, in una fusione panica e simbolica di folclore, surrealismo e psicologia.

Grande merito va anche al cast, tutti attori in parte che regalano performance intense. A cominciare dalla protagonista Désirée Giorgetti: attrice di cinema e teatro divenuta celebre per il violentissimo e controverso horror Morituris di Raffaele Picchio, dimostra di essere un’interprete matura e completa, in grado di recitare con incredibile intensità e dipingere complesse sfumature psicologiche sul suo personaggio. Altrettanto va detto del bravissimo attore ceco Ivan Franek, molto attivo in questi ultimi anni: visto di recente in Tulpa di Zampaglione (dove già interpretava un uomo dalla sessualità deviata) e La grande bellezza di Sorrentino, qui diventa un co-protagonista a tutti gli effetti; il volto torvo ed espressivo e il marcato accento straniero danno vita a un individuo crudele e disturbante, una personalità morbosa e violenta che inquieta quasi quanto gli “spettri” visti da Lia. Grande anche Anna Bonasso (zia Agata), e illustre cameo di Jodorowsky nel ruolo di Fernando: un guaritore cileno (dunque interpreta un po’ se stesso), defunto marito di Agata che le appare in sogno per consigliarla. Il celebre regista di film surrealisti come El Topo e La montagna sacra regala un’aura di prestigio ancora maggiore a quest’opera eccezionale: come spiegano Brazzale e Immesi nelle note di regia, “Alejandro Jodorowsky  ha approvato la nostra sceneggiatura, ha definito il film terapeutico, ci ha concesso di utilizzare il termine “psicomagico” per rafforzare il titolo del film e si è prestato per un cameo”. Da notare infine, nell’importante ruolo dello psicologo (la scienza che si contrappone alla magia), Cosimo Cinieri, un volto sicuramente noto a chi ama il cinema di Lucio Fulci per le sue parti in Murderock e Manhattan Baby, e ancora oggi molto attivo sul grande e piccolo schermo.

Ritual è un’autentica lezione di cinema non solo dal punto di vista narrativo e recitativo, ma anche estetico e tecnico. È il primo film in Italia (e uno dei primi in Europa) ad essere girato con la Red Epic 5K, una potentissima telecamera utilizzata negli Stati Uniti per girare kolossal come Lo Hobbit e Il grande Gatsby. E la qualità video e audio risultano eccezionali: immagini nitidissime (così come i dialoghi), valorizzate da un’ottima fotografia (diretta da Luca Coassin) che pur mantenendo lo stesso tono pulito per tutto il film riesce a spaziare dai colori più freddi della prima parte (per esempio, il bianco degli interni che contrasta con il nero dei mobili) ai giochi di luci e ombre della seconda. Notevole la costruzione delle inquadrature, che spaziano con disinvoltura dagli ampi saloni ai primi piani sugli attori, passando attraverso scene di video-arte. Numerose sono poi le sequenze che rivelano un raffinato gusto estetico, fra momenti onirici e surreali: l’inizio all’interno del museo, la scena perversa con Franek che benda la Giorgetti, Lia che fa il bagno coi pesci rossi, e scene allucinatorie che viaggiano negli incubi dei personaggi; memorabile la protagonista chiusa in una stanza bianca con l’inquadratura che corre avanti e indietro verso di lei, oppure Franek che si dilania il viso con un rasoio. Ritual è sicuramente uno fra i migliori film italiani degli ultimi anni.

Notevole fascino rivestono anche le musiche, a ulteriore conferma di come i due registi abbiano sviluppato una concezione di cinema inteso come “arte totale”, ammaliante sinestesia di immagini e suoni a cui partecipano vari autori: il musicista elettronico americano Moby, Michele Menini, lo stesso Luca Immesi e la cantautrice Patrizia Laquidara. Già l’inizio avvolge lo spettatore con un brano musicale denso e psichedelico, seguito nel corso del film da altri pezzi elettronici e vibranti che contribuiscono in maniera determinante alla costruzione dell’atmosfera onirica e surreale. Uno dei leit-motiv di Ritual è la nenia Dormi Putin, a metà fra il malinconico e l’inquietante, cantata da Patrizia Laquidara (che recita anche, nel ruolo dell’Anguana: il personaggio che canta la filastrocca).

 

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