RECENSIONE “THE STALKER” DI GIORGIO AMATO

[Di Davide Comotti]

Dopo l’ottimo Circuito Chiuso, raro esperimento di torture-porn in forma di mockumentary, Giorgio Amato torna a indagare una patologia criminale con The Stalker (2013): se il precedente era incentrato su un serial killer, qui entra in scena un’altra figura di cui si parla molto in questi tempi, appunto lo stalker, il persecutore. Studioso di criminologia forense, Amato realizza un lavoro praticamente perfetto – dal punto di vista sia estetico che contenutistico – un film ancora più maturo del precedente, già notevole. Mentre Circuito chiuso si inseriva nei canoni del thriller/horror, anche se rivisitato dall’occhio “scientifico” del regista, con The stalker siamo di fronte a un film d’autore, un dramma psicologico e sociale mai scontato e con toni da noir, un viaggio da incubo che non molla un attimo la presa sullo spettatore, concedendo pure alcuni momenti ad alta tensione.

La storia è ambientata a Roma, ai giorni nostri, e protagonista è una coppia qualsiasi, come ne sentiamo tante nei fatti di cronaca. Lucio Melillo (Victor Alfieri) è una guardia giurata, allontanato per ordine del giudice dalla moglie Nadia (Cosetta Turco) e dalla loro bambina Adele. Il suo temperamento sanguigno e la paura di perdere la figlia non gli consentono però di arrendersi: inizia così a spiare in maniera metodica la vita della donna, i suoi spostamenti, le persone che frequenta, registrando tutto con una telecamera. Penetra anche in casa durante le sue assenze e la va a cercare sul posto di lavoro: in tal modo, peggiora però la propria situazione giudiziaria, costringendo il giudice a prendere ulteriori provvedimenti.

The stalker ha un andamento particolare, a conferma di un ottimo lavoro di regia e sceneggiatura (scritta dallo stesso Amato). Il primo quarto d’ora è privo di dialoghi (ma ugualmente appassionante) ed esplora in nuce quella che è la vita patologica del protagonista: lo vediamo appostarsi fuori da quella che era la sua casa, calarsi con una corda vicino alla finestra e filmare la moglie che ha un rapporto sessuale con un altro uomo, poi sedersi in un bar a guardare i necrologi e infine tornare nella sua sordida abitazione. Il giorno dopo, con lo stesso meccanismo, si introduce in casa come un ladro, rovista dappertutto con una curiosità morbosa che trasuda una feroce gelosia e una forte mania possessiva. Poi entra in scena la figlia, e la vicenda entra nel vivo accelerando la tensione e i dialoghi. Il personaggio è costruito in maniera progressiva: all’inizio non sappiamo bene chi è né cosa fa (per esempio, perché ha una pistola?), e solo col proseguire del film scopriamo che è una guardia giurata, che è stato allontanato da casa per il suo comportamento violento, e si delinea quello che è il rapporto conflittuale con l’ex moglie e l’affettuoso legame con la bambina.

The stalker è una cruda analisi di una mente disturbata, senza però facili concessioni a condanne o stereotipi: Giorgio Amato, forte della sua esperienza sia di narratore che di criminologo, eviscera nel profondo il personaggio di Lucio Melillo, affetto da una sorta di “doppia personalità” – da una parte persecutore e violento, dall’altra amorevole nei confronti della figlia (un amore sincero, come vedremo nel commovente finale). Contribuisce in maniera notevole l’eccezionale performance di Victor Alfieri, attore italiano naturalizzato statunitense: oltre a una piccola parte nel kolossal Angeli e demoni di Ron Howard, ha recitato molto in tv, comparendo in Beautiful, Elisa di Rivombrosa, Alias e altro ancora. Col suo volto da “bello e dannato”, fisico prestante e lineamenti marcati, ben diretto da Amato riesce a dare il giusto spessore al personaggio, immedesimandosi in maniera partecipata e sanguigna. Tenebroso e inquietante, riesce però a sfumare la complessa personalità del protagonista, soprattutto nei momenti con la figlia, trasmettendo quasi l’idea che il torto non stia da una parte sola. Memorabili alcuni passaggi, come il duro confronto fra Melillo e lo psicologo amante della moglie (interpretato dallo stesso Amato), i numerosi scontri con la donna, lo stupro della prostituta e le due sequenze in cui il protagonista intrattiene un rapporto sessuale con la moglie narcotizzata, filmando il tutto. Melillo è caratterizzato infatti da un desiderio bulimico di filmare tutto ciò che lo circonda – la moglie e l’amante innanzitutto, ma non solo – quasi come il Mark Lewis dell’Occhio che uccide di Powell. Anche Cosetta Turco (Operazione vacanze e Una notte da paura di Claudio Fragasso, oltre che varie fiction televisive) è convincente nel ruolo di Nadia, una vittima che nello spettatore non desta però simpatia né immedesimazione. The stalker è un racconto ossessivo e reiterato, come la vita e le manie del protagonista, in cui spesso tornano le stesse situazioni (il bar, la prostituta, il lavoro, le visite alla figlia) senza però mai annoiare grazie al bel ritmo della vicenda (che conduce sempre lo spettatore a chiedersi cosa succederà dopo) e allo spessore psicologico dei personaggi. Non mancano le sequenze di tensione, come il suddetto stupro, le minacce a mano armata, le irruzioni nella casa che non si sa mai a cosa portano, senza dimenticare la rapina nel caveau dove lui lavora – un gesto estremo che fa da svolta narrativa e conduce verso il malinconico e inatteso finale. Da notare, infine, le due sequenze ambientate in tribunale col giudice e gli avvocati: la terminologia specifica e le procedure seguite rivelano ancora una volta la grande esperienza di Giorgio Amato nel settore.

Ottimo, infine, anche dal punto di vista estetico: grazie alla fotografia molto cinematografica (senza patina di fiction) e alla varietà di inquadrature – che spaziano dai piani fissi a sequenze con camera a mano – The stalker è un gioiello da prendere in seria considerazione, e un orgoglio del cinema italiano contemporaneo (non solo indipendente), sia per la potenza emotiva che per la notevole tecnica con cui è realizzato

 

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