ANTEPRIMA NSG: RECENSIONE DI “DOLL SYNDROME”

[Di Marinella Landi]

Dopo il purgatorio vissuto con “Red krokodil”, Domiziano Cristopharo porta avanti questa trilogia e ci presenta, su sceneggiatura di Andrea Cavaletto,  l’inferno di “Doll Syndrome”. Sebbene esistano diverse forme patologiche della malattia della bambola (bambola rotta, di porcellana, di pezza/Angelman), la sindrome della bambola del film, si identifica maggiormente nella totale assenza di espressività del volto, privato delle più piccole sfumature emozionali.

Ancora una volta Cristopharo prende spunto da un orrore che mai ha cessato di essere o di esistere; il male del mondo, della vita reale, quello che sa e può essere estremo più di una qualsiasi messa in scena. Spesso celato dietro patologie o traumi, disagi e malesseri che si nutrono di quella lucidità che fa la differenza nel modo di vivere e vedere la vita, nonché nelle scelte.

Il film inizia con immagini di repertorio; atti di violenza, sodomia e abusi di ogni genere ai danni di prigionieri. La denuncia è fin da subito evidente ed è questo quello che viene percepito nel  trovarci faccia a faccia con il  protagonista, quando nell’armadio si intravede velocemente una divisa, che ci si affretta a collegare alle immagini appena passate per quello che potrebbe apparire come un pensiero per un trauma subito o più per violenze inflitte?

Doll Syndrome ci mostra la vita  – l’inferno – di un uomo fortemente disturbato, autolesionista, erotomane e feticista. Un automa privo di qualsiasi espressione, vacuo. Inquietante per quel bagliore di follia febbricitante che ci viene misuratamente mostrato in quei pochi istanti in cui pare animarsi.  Vorrebbe sorridere, forse dentro di se lo fa, ma il suo volto non si piega ne si deforma ed ecco che l’atto in cui prova e riprova con le mani a forzare le sue labbra assume un enorme significato di qualcosa che conosceva e forse, un tempo, gli apparteneva anche. Un uomo che nel suo decadente percorso arriva all’incontro con una donna che lo porterà a sviluppare una malsana, quasi rabbiosa, ossessione.

Nel film si assiste a un’escalation di gesti sistematici e situazioni, spesso deviate, di un protagonista che cerca sollievo, alleviando il proprio malessere emotivo – una sorta di grido silenzioso, anche, verso quell’umanità che non arriva a sentire – attraverso ferite auto inferte o bruciature, o ingerendo “cose” non proprio digeribili, masturbandosi guardando un mondo evidentemente lontano anni luce da quello che vive, o su un water, oggetto feticcio del quale, in più occasioni, si “prende cura” come non arriva a fare nemmeno su se stesso. Emozioni che arriva a provare, ma non ad esprimere, che lo portano a vomitare in più occasioni e contesti, come a volersi o doversi svuotare di quello che percepisce come qualcosa di anormale, di estraneo. Il tutto destinato a ripetersi, come si dice succeda all’inferno, fino a quando, un tassello sconosciuto e inaspettato non si intromette tra lui e la sua ossessione, trascinando la sua labile mente ad un livello successivo di violenza, fino a questo momento praticata solo su se stesso, mentalmente e fisicamente. La perdita del controllo e la drammaticità del quotidiano, dell’orrore che ci circonda e che arrivando alla sua punta estrema colpisce, ferisce, e nella maggior parte dei casi uccide. Un essere dalla dignità strappata e umiliata che a sua volta deve umiliare e sopraffare. Quasi un compito per lui. Una missione.

Cristopharo ci racconta quello che potrebbe essere un comune fatto di cronaca e lo fa analizzando e mostrando quello che generalmente non si conosce ne viene detto o svelato, illustrandoci una realtà dove qualsiasi cosa è possibile e per la quale troppo spesso si tende a far finta di nulla. Lo fa con il realismo che lo contraddistingue, flagellando l’immagine corporea che al tempo stesso tanto ama e innalza nei suoi film, trattando come sempre il reale per quello che è senza filtrarlo, ricreando quella sospensione con la realtà con la quale ci ha abituato nei suoi lavori. Un film privo di dialoghi dove a fare da padrona, oltre alle immagini che scorrono lente verso il baratro, è la musica (Il Cristo Fluorescente, Jarman), che si ritrova a ricoprire egregiamente un ruolo determinante e di non poca importanza.

Un cast ridotto all’osso che convince (Aurora Kostova, Nicolas Horselove), ma su tutti non può non risaltare l’incredibile interpretazione  di Tiziano Cella, soprattutto per l’ottimo lavoro – non facile – svolto sull’inespressività.

Doll Syndrome è un film difficile da assimilare, specie per chi non apprezza i film privi di dialoghi, e da accettare per la scomodità di quello che viene palesato fin dall’inizio del film, oltre che per le scene in se disturbanti. Sicuramente non è un film per tutti, ma la visione è assolutamente consigliata, con l’augurio – e un forte dubbio – che questo venga permesso…

 

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