ANTEPRIMA NSG: RECENSIONE “CONNECTIONS” di Daniele Misischia & Paolo Del Fiol

[Di Davide Comotti]

Connections (2013), un film che ha fatto venire l’acquolina in bocca agli amanti dell’horror già dall’annuncio e dal trailer, è finalmente pronto, dopo un lungo lavoro effettuato con cura e passione, e si annuncia come un nuovo fenomeno del cinema indipendente italiano. È un prodotto composto da due episodi autonomi (formula molto in voga ultimamente: vedasi anche Shock di Cristopharo e Redaelli), Hobo e Kokeshi, diretti rispettivamente da Daniele Misischia e Paolo Del Fiol: ce n’è davvero per tutti i gusti, uno più bello dell’altro, così diversi (nel racconto e nello stile) eppure in un certo senso simili e complementari. L’obiettivo, come suggerisce la tagline “The Real Italian Grindhouse”, è riproporre nel cinema indipendente quello che Tarantino e Rodriguez hanno fatto con il loro Grindhouse, cioè un film diviso in due episodi che omaggiano i cosiddetti “B-movies”: una sfida ambiziosa, che i due registi dimostrano di saper affrontare e vincere su tutti i fronti. Si tratta quindi di un prodotto orgogliosamente “di genere”, che ha come fine lo spettacolo e l’intrattenimento, con un occhio allo stile “pulp” anni Settanta e Ottanta, italiano e non solo, rivisitato secondo due stili differenti che hanno però in comune l’esibizione della violenza, personaggi voyeuristi e una fotografia dai colori saturi (in modo da esaltare gli ambienti e il rosso del sangue).

Il talentuoso Misischia, nome già noto agli appassionati come regista “pulp” (autore del crudele noir Il giorno dell’odio, dell’horror Inside e di vari fan-movie), dirige il primo episodio, Hobo. Vicino ai suoi canoni estetici e narrativi, che fanno della violenza e dell’iperrealismo i punti forti, costituisce un’ideale prosecuzione del Giorno dell’odio, non come trama, ma come estetica e ambientazione: i sobborghi della malavita romana, descritti con una mirabile crudezza, diventano teatro di una spietata lotta per la vita fra alcuni barboni (gli “Hobo”, appunto). Già nel titolo c’è, forse, un omaggio al fake trailer Hobo with a shotgun di Rodriguez, poi divenuto un omonimo film di Jason Eisener.

Rimi Beqiri interpreta un senzatetto, avvicinato da due loschi individui che gli garantiscono protezione in cambio di un favore. Pur sospettando qualcosa di losco, è costretto ad accettare dopo aver ucciso un uomo per legittima difesa: si trova così invischiato in una gang che organizza scontri all’ultimo sangue fra gli hobo per il divertimento degli scommettitori. La violenza esibita in Hobo è cruda e disturbante, la messa in scena del sangue si unisce a crudeli scontri corpo a corpo, fra occhi cavati dalle orbite e uccisioni tramite cocci di vetro o sbarre di ferro: si tratta dunque di un crudo noir metropolitano dalle tinte horror, con una rappresentazione iperrealistica della malavita borgatara e dei suoi protagonisti, fra sordidi boss, killer spietati e viscidi scommettitori. Da notare l’inconfondibile “marchio di fabbrica” di Misischia, cioè lo schizzo di sangue sulla telecamera, e le notevoli scene d’azione (un’altra peculiarità del regista), girate spesso con la camera a mano, montate in maniera volutamente frenetica e accompagnate da una colonna sonora martellante.

Kokeshi di Paolo Del Fiol cambia completamente stile, atmosfera e ambientazione, riuscendo a coniugare generi differenti come le ghost-story giapponesi, il torture-porn e il gotico sexy da fumetto anni Settanta. Protagonista è la bellissima Silvia Sorrentino, diva del burlesque e già interprete di due ottimi horror indipendenti di Christian Arioli (Il respiro di Laura e Fiaba nera), qui ancora nel ruolo di una perfida dark lady. È la “Signora”, tanto affascinante quanto crudele e affetta da sadomasochismo, che con l’aiuto del fedele “Uomo della croce” rapisce e tortura numerose ragazze, in un anonimo paesino della provincia italiana. Una delle sventurate è però una ragazza giapponese, che scaglia contro di lei una maledizione facendola perseguitare dai fantasmi delle sue vittime.

Ci stacchiamo quindi completamente dalle atmosfere di Hobo per immergerci nel mondo del soprannaturale, che il regista è abile nel proporre gradualmente dopo una prima parte da torture-porn. Un torture-porn assolutamente unico, però, in quanto ambientato in luoghi da fumetto horror-erotico tanto in voga negli anni Settanta (sullo stile del Boia scarlatto di Pupillo, per intenderci), dove erotismo e sadismo si fondono in maniera perversa: antichi sotterranei illuminati da torce, catene appese al muro, corridoi, il servo mascherato e la Signora vestita con una lunga tunica nera, il tutto valorizzato dai colori caldi della fotografia. Da notare come, rispetto a Hobo, sia accentuato anche il carattere gore oltre che splatter: gli ottimi effetti speciali ci mostrano quindi non solo sangue a volontà, ma anche ferite dettagliate, un coltello nella vagina, l’indimenticabile auto-eviscerazione dell’Uomo della croce e le mani che escono dal ventre. Pian piano, Del Fiol trasporta però abilmente la vicenda dal piano della tortura fisica a quello dell’angoscia psicologica, in cui i “fantasmi interiori” diventano veri e propri spettri evocati attraverso una bambolina giapponese (la “Kokeshi” del titolo). Il J-horror, si sa, è uno dei generi che fa più paura, perché i fantasmi giapponesi possiedono un’estetica che si discosta dalla tradizione occidentale: così avviene anche in Kokeshi, un film intriso di cultura nipponica, e la paura generata negli spettatori è aumentata dalla ricorrente canzone Kagome, un brano malinconico e sottilmente inquietante che accompagna i protagonisti verso la follia e la morte.

 

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