RECENSIONE “WRATH OF THE CROWS” di Ivan Zuccon

[Di Davide Comotti]

Il cinema indipendente italiano sbarca a Hollywood! È un trionfo per il cosiddetto “underground”, un sogno che si avvera grazie all’impegno e alla bravura di Ivan Zuccon, il re dell’horror made in Italy, che ha presentato il suo nuovo film Wrath of the Crows (2013) in anteprima mondiale proprio nella capitale americana del cinema. Con una casa di produzione e una factory di collaboratori ormai consolidati, Zuccon è uno dei pochi registi che riesce a mantenersi indipendente in toto (dirigendo film che sfidano le leggi del mercato) ma nel contempo a godere di un’ottima distribuzione (soprattutto all’estero) e di un vasto consenso di pubblico e critica. Merito di tanti anni di lavoro e sperimentazioni che lo hanno portato a sviluppare progressivamente il linguaggio e la narrazione, producendo film che possono competere col grande mercato americano, suscitando l’interesse di produttori e distributori. Il cinema horror di Zuccon, spesso ispirato ai racconti di Lovecraft (sua grande passione letteraria), può soddisfare un’ampia fetta di pubblico, perché è in grado sia di regalare emozioni forti a base di brividi e splatter, sia di comunicare qualcosa di più profondo, senza mai scadere in inutili intellettualismi.

Frutto di una co-produzione fra lo Studio Interzona di Zuccon e l’americano Zack Ewans, Wrath of the Crows è probabilmente il suo capolavoro, insieme a Colour from the dark e La casa sfuggita. A differenza di questi due, il soggetto è originale (non ricavato da Lovecraft), scritto e sceneggiato dallo stesso Zuccon insieme a Gerardo Di Filippo. Il carattere internazionale della pellicola è testimoniato dalle attrici di punta, Tiffany Shepis e Debbie Rochon, ex scream-queen della Troma e già protagoniste dei suoi due precedenti horror (rispettivamente, Nympha e Colour from the dark). Il cast, oltre ai fedelissimi Michael Segal ed Emanuele Cerman, può vantare anche la presenza di Domiziano Arcangeli (House of flesh mannequins di Domiziano Cristopharo) e di altre due bellezze americane, Tara Cardinal e Suzi Lorraine.

La vicenda è ambientata in un tempo e un luogo non precisati, all’interno di uno squallido carcere dove sono detenuti gli assassini della peggior specie. Sempre in bilico fra la vita e la morte, si aggiunge presto una nuova e misteriosa compagna di prigionia (la Shepis): una bellissima donna vestita con un mantello di piume di corvo, in grado di leggere nelle loro menti, provocare orribili visioni e, apparentemente, esaudire i loro desideri. Accende i desideri sessuali degli uomini ma entra in conflitto con un’altra prigioniera (la Rochon), che la uccide con una pugnalata alla gola. La donna si rivela però un essere soprannaturale, una strega in grado di sfuggire alla morte, il cui scopo è catturare le anime perdute dei peccatori.

Zuccon, come sempre, non si perde in fronzoli e immerge fin da subito lo spettatore nell’atmosfera pesante del film: scenari apocalittici (quasi da film post-atomico), colori plumbei e dominati sempre dai toni scuri (ottima la fotografia dello stesso Zuccon), personaggi crudeli e viscidi, efferati omicidi. Insomma, già nei dieci minuti di prologo che precedono i titoli di testa, c’è di che aver paura. La prigione si configura quasi come un moderno inferno o purgatorio dantesco (e la seconda parte del film ce lo conferma), i cui ospiti sono colpevoli di atroci delitti (infanticidio, uccisione di preti e altri innocenti) e devono scontare la loro pena con l’ergastolo o la condanna a morte o atroci torture. Con un abile montaggio, vengono alternate scene di “vita” nel carcere con i flashback dei loro omicidi. Grazie allo script e alle convincenti interpretazioni, i personaggi risultano tutti efficaci, affascinanti nella loro malignità: a cominciare dalla strega, col suo coté dark e luciferino, che conferma Tiffany Shepis in grado di fare non solo la bella scream-queen ma anche l’attrice di alto livello; proseguendo con gli altri aberranti prigionieri (John Game, cioè lo “Smilzo” che vediamo nel prologo, la splendida e crudele Rochon, lo psicopatico Arcangeli, la fragile Tara Cardinal e Brian Fortune nei panni dell’anziano e viscido Hugo) e i caratteri a latere, anch’essi abominevoli: il sadico capo delle guardie (Michael Segal), il ritardato Spoon (Emanuele Cerman) e l’inquietante uomo-cannibale tenuto legato e con la museruola (Giuseppe Gobbato). Importante è anche la figura del “Giudice” (Gerry Shanahan), di cui vedremo in seguito il significato.

In Wrath of the Crows, Zuccon conferma il suo stile visionario, con un grande gusto nella composizione delle inquadrature e scene di incredibile potenza visiva, frutto di una sinestesia creativa fra luci, scenografie e suoni. Come si è detto, la fotografia predilige i toni scuri, resi sempre con grande nitidezza. Anche qui è presente l’inconfondibile “luce di taglio” che vediamo in tutti i suoi film, cioè fasci di luce che penetrano (da una fessura o da una finestra) in un ambiente oscuro, come lame che dilaniano le tenebre. Grande cura come sempre nelle scenografie, più che mai claustrofobiche e angoscianti (le luride celle, i corridoi e i muri di cinta del carcere), e nelle sonorità: nelle musiche, che alternano canti con vocalizzi dal sapore ancestrale (in stile Carmina Burana, per intenderci) e melodie volutamente stridenti e dissonanti, ma anche nei suoni intradiegetici di quanto accade sulla scena.

Wrath of the Crows si può “dividere” in due parti, che, lungi dall’essere segmenti distinti, confluiscono l’una nell’altra in maniera naturale e corrispondono alle due anime dell’horror secondo Zuccon: una più “materiale” (anche quando mostra qualcosa di soprannaturale), con brividi ed effetti sanguinari; l’altra più “metafisica” e rappresentativa di qualcos’altro che va al di là del puro horror, una sfida verso lo spettatore a interpretare questo significato ulteriore. La prima parte mostra infatti tutto il campionario orrorifico possibile e immaginabile all’interno del carcere e nei flashback degli omicidi; la seconda ne esplica invece il valore simbolico e ultraterreno, sviluppando i temi del perdono, dell’espiazione e degli orrori che affliggono l’umanità (vedasi le scene riferite alla guerra e all’Inquisizione). La prigione si rivela essere, infatti, una sorta di inferno (o purgatorio) dantesco, i carcerati sono forse già morti, e da lì partono le anime dannate sotto la guida dell’anziano e severo Giudice.

Completano il tutto gli ottimi effetti speciali gore e splatter, a cura del team Crea Fx: fra carne staccata a morsi, gole e teste squarciate, denti strappati e occhi cavati (sempre con abbondanza di sangue), ce n’è davvero per tutti i gusti.

 

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