RECENSIONE #2 “SARCOPHAGA” di Giuseppe Peronace

[Di Davide Comotti]

“Lo diceva Orwell nella Fattoria degli animali: quattro zampe buono, due zampe cattivo”. Questa massima, pronunciata verso la fine, può essere il punto di partenza per descrivere il complesso e avvincente cortometraggio Sarcophaga (2013) di Giuseppe Peronace. Una storia crudele e violenta, amara e commovente, una storia di amore e morte decisamente insolita, visto che i protagonisti sono un ragazzo, una ragazza…e una mosca (la “sarcophaga” del titolo).

La vicenda è quella di Rita, un’aspirante fotomodella che viene contattata da un uomo per un servizio fotografico: arrivata sul posto, viene però tramortita, legata e sottoposta alle più atroci torture, come era già successo ad altre sventurate prima di lei. Ancora un torture-porn, dirà qualcuno. No, assolutamente. Perché, se da un lato il corto di Peronace funziona benissimo come horror/thriller, la piega che prende da un certo punto in poi (preannunciata dall’incipit sibillino) è del tutto particolare, possiamo dire surreale-esistenzialista. Destino vuole, infatti, che nella stanza delle torture sia presente una mosca, che si innamora della vittima e decide di vendicarla. Come possa una sarcophaga vendicarsi su un uomo, sarà un piacere dello spettatore scoprirlo. L’elemento primario che rende il film così originale è proprio la narrazione dal punto di vista dell’insetto (con la voce calda di Erik Tonelli), che introduce la storia allo spettatore, vi assiste non visto e trae le sue conclusioni, sintetizzate dalla massima di cui sopra.

Sarcophaga, scritto dal geniale Filippo Santaniello, è un forte atto d’accusa verso l’uomo e il male che può compiere, in contrapposizione al “cuore grande” degli animali, e anche una riflessione sul destino e la casualità degli eventi, pregna di un nichilismo esistenziale dal sapore quasi dylandoghiano.

Notevoli le interpretazioni dei due protagonisti, Gianluca Cortesi e Alessandra Bellini, carnefice e vittima in uno spietato gioco di morte e perversione: lo psicopatico voyeurista, che per godere ha bisogno della violenza, non si limita a infierire sulla ragazza, ma la fotografa e la filma nei suoi momenti di sofferenza (per poi masturbarsi guardando il video). Cortesi, per la struttura stessa dell’opera, trova maggiore spazio espressivo rispetto alla Bellini (comunque ottima), e offre una recitazione veramente superlativa e feroce (vedasi gli sguardi folli e gli improvvisi scatti d’ira). La violenza abbonda, e Federica Di Valerio (col contributo del grande Sergio Stivaletti) fa un ottimo lavoro sugli effetti speciali: notevole il chiodo conficcato nel piede, il “sorriso” (come dice lui) aperto col coltello, l’uccisione della donna in un bagno di sangue e le inquadrature quasi subliminali di una precedente vittima.

La regia non sembra però troppo interessata a calcare la mano sull’aspetto gore e splatter, quanto piuttosto a costruire una vicenda terribilmente cruda e realistica. Quindi, grande spazio alla violenza psicologica, al gioco di sguardi fra il carnefice che gode nel torturare la vittima e il volto di lei, sofferente e impaurita ma al contempo fiera e portatrice di dignità. Lui la tocca, le mostra i diabolici strumenti, la umilia (indimenticabile la sequenza in cui vuole farle cantare Gemme amare, bellissimo pezzo scritto dallo stesso Santaniello e cantato dagli Eureka Sound), infine mette in atto le torture. Il tutto con un effetto disturbante e malato, grazie anche alla minuziosa ricostruzione della stanza degli orrori.

L’amore impossibile fra Rita e la sarcophaga è l’elemento surreale e commovente (bellissima l’immagine della mosca in 3D che versa una lacrima), amplificato dalla struggente canzone Gemme amare che accompagna l’uccisione della ragazza, vero e proprio leit-motiv musicale del corto. A proposito di musica, da segnalare anche l’ottimo brano in stile “rock duro” dei titoli di coda, intitolato Sarcophaga (sempre ad opera del team Santaniello – Eureka Sound), e le melodie tese e vibranti da puro thriller che sentiamo durante la vicenda (composte da Matteo Consoli e Simone Iuorno).

Un lavoro bellissimo anche esteticamente, grazie alla regia di Peronace (giovane ma già validissimo), che sa trovare inquadrature giuste e originali, e alla fotografia limpida di Francesco Bonomo.

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