RECENSIONE “IL MARCHIO”

[Di Paolo Delmarco]

In questo film, opera prima del regista Enore Montini, ci ritroviamo catapultati in una realtà distopica, apparentemente lontana, ma probabilmente non così lontana, dove il nostro protagonista decide di compiere un atto di ribellione contro il sistema, se vogliamo apparentemente di poco conto, ma man mano che ci addentreremo in quella possibile realtà, capiremo che il suo non è un gesto poi così scontato, quello di decidere di farsi rimuovere un chip sottocutaneo dalla mano destra, microchip essenziale, in quella realtà, per ogni forma di pagamento e che garantisce in quella società una connotazione sociale con determinati privilegi e garanzie i quali si azzererebbero nel momento della rinuncia dello stesso e proprio questo causerà una serie di avvenimenti a catena che metteranno a dura prova Remo (Carlo Bassetti), il nostro protagonista.

In un film di fantascienza ci siamo ormai abituati a far valere quasi sempre e in modo esclusivo l’effetto speciale anziché le idee o quel guizzo artistico che fanno la differenza, ma non in questo caso, secondo me. In questa produzione, ovviamente con budget ridottissimo, non si punta all’effetto visivo bensì troviamo un’estrema cura per la fotografia e le varie tonalità dei colori nelle scene oniriche che hanno un’ importanza fondamentale e mostrano una fortissima componente simbolica, ispirati probabilmente da una particolare tecnica ipnotica, detta T.C.T. (Triade Color Test), in più la storia ha indubbiamente diversi piani di lettura che, ad uno sguardo attento non sfuggiranno.

Il nostro protagonista è quanto mai azzeccato, contemporaneo; un disoccupato che per di più rischia davvero molto a causa della sua scelta, ed il tutto viene rimarcato grazie allo sconcerto degli amici/parenti che non riescono a comprendere il perchè del suo gesto, che in definitiva neanche lo stesso protagonista comprenderà fino in fondo, se non man mano, anche tramite strane esperienze che gli accadranno in sogno e che gli conferiranno sempre più consapevolezza.

Evidentemente stiamo parlando di un film dai tempi piuttosto dilatati, seguiremo, forse allo scopo di immedesimarci maggiormente, anche i “tempi morti”. Non aspettiamoci dunque colpi di scena clamorosi, il tutto è piuttosto lineare, un viaggio nell’io più profondo che ci sbatterà in faccia le conseguenze di una scelta e che una volta conquistata la libertà, il prezzo da pagare potrebbe anche non essere cosi facile da accettare.

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