RECENSIONE “DYLAN DOG – IL TRILLO DEL DIAVOLO”

[Di Marco Valtriani]

È sempre bello viaggiare col cinema, se poi ad accompagnarci c’è Dylan Dog, il divertimento è assicurato. Roberto D’antona (ideatore, regista, editor, interprete protagonista e presente nelle varie maestranze) è riuscito molto bene a trasportare l’indagatore dell’incubo dal fumetto al grande schermo, in un viaggio interiore che è spesso un indagine per tutti noi a partire dal momento in cui ci chiediamo chi siamo e dove andiamo. Dylan qui ci insegna che non è importante dove andiamo, e infatti gli ambienti desolati e informi del suo percorso nulla dicono del dove, l’avventura ci dice che l’importante è il come, ed infatti è lì nei momenti in cui incontriamo le difficoltà e le sorprese, che abbiamo il dovere di concentrarci e superare gli ostacoli, e non importa quale sia la verità perché in fondo siamo noi a decidere. È questo il succo del viaggio di Dylan.

Tecnicamente il film non si presenta male e gioca sulle opposizioni: nella fotografia momenti piatti si alternano a funambolici movimenti di macchina ed esaltanti contre-plongèe estremi (inquadrature dal basso), dedicati quando il personaggio merita di essere evidenziato. La messa in scena salta da ambienti desolati e al naturale, fino ad elementi scenografici e costumistici (Michele Friuli) ricercati e profondi, nonché, profonde e ben curate sono tutte le caratterizzazioni dei numerosi personaggi della pellicola.

Eccoci arrivati al montaggio che sebbene in alcuni momenti tensivi è ben organizzato e tiene bene il ritmo (estremamente incisivo nella sequenza della strega), è buono anche quando rallenta perché in fondo in un viaggio interiore si parla ed è bene fermarsi a riflettere, ma purtroppo è evidente la mancanza dei totali nei dialoghi, molto importanti perché in questo film sono le chiavi delle trasformazioni narrative e delle conclusioni degli atti della sceneggiatura: ci sarebbe voluta un po’ più di enfasi e di ordine che la mancanza assoluta dei totali, rende molto meno presente nelle sequenze chiave. La narrativa appunto, è ben studiata e architettata nei classici momenti topici, ovvero, un’introduzione che bene presenta il protagonista e il suo dramma, tre atti che fanno evolvere il viaggio, atti in cui le trasformazioni avvengono tramite dialoghi, e un finale che non intacca l’immaginario collettivo su Dylan Dog, ovvero rimane il Dylan dei fumetti, e questo è stato molto importante.

Vorrei spendere due parole per il momento conclusivo e in generale per i momenti in cui le tensioni arrivano all’apice: in queste fasi non si è riusciti ad esaltare, per via della superficialità accompagnata da un lieve tocco di banalità delle realizzazioni, delle situazioni, infatti ci si aspetterebbe originalità e forti emozioni nei colpi di scena e nelle conclusioni dei momenti enfatici, ma purtroppo in questo film tutto ciò è un po’ assente. Ma nulla da togliere alla pellicola, perché chi guarda questo film, se lo gode, è soddisfatto di starselo a guardare, si diverte e si compiace, si immedesima in Dylan e si sente in gioco con Groucho (interpretato benissimo da Francesco Emulo e trattato cinematograficamente molto molto bene). E appunto le interpretazioni sono all’altezza del fumetto, anche se delle volte ci si lascia andare un po’ troppo a una vocalità di stampo teatrale, ma il film è ben curato persino fino ai dettagli, dai combattimenti ai rumori over, dalle luci alle musiche che grandiose negli attacchi e nei cambi scena, regalano momenti ironici e momenti carichi, rimanendo fedele al gioco di opposizioni evidente per tutto il film.

Ne consiglio la visione, avevo paura di rimanerne deluso, essendo io un lettore di Dylan Dog, ma ragazzi ne vale la pena, alla fine del film ci si sente appagati, divertiti, e lascia un buon tocco di buon umore, che non guasta mai.

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