RECENSIONE “LA ORCA”

[Di Fabio Parisi]

Titolo: La Orca

Regia: Eriprando Visconti

Anno: 1976

“Horcynus Orca” è un romanzo di Stefano D’arrigo. Ebbe una gestazione di almeno vent’anni e fu pubblicato nel 1975. Racconta il ritorno di un marinaio siciliano nel proprio paese d’origine, subito dopo l’armistizio del 1943, sconvolto dagli orrori del dopo-guerra e dall’apparizione di un mostro marino a metà fra Lovecraft e Moby Dick, l’ “Orcaferone”, trascendente metafora di morte e distruzione. Eriprando Visconti prende spunto da quest’opera per titolare il suo dittico,”La Orca” e “Oedipus Orca” (il diretto seguito necessiterebbe di un’ulteriore recensione).

Tre delinquenti, Michele (Michele Placido), Gino (Flavio Bucci, pianista cieco in “Suspiria” di Argento e stupratore ne “Lultimo treno della notte” di Aldo Lado) e Paolo (Bruno Corazzari), rapiscono Alice, figlia di un ricco industriale del Nord Italia, a scopo di estorsione. Il temperamento del Sud di Michele e la freddezza di Alice alimenteranno l’inizio di un rapporto fra i due, caratterizzandone morbosità, sesso e sentimenti a provocarne continui ribaltamenti di ruoli in maniera contrastante che andranno ad incidere sui risvolti della vicenda.

Dal plot, notiamo come le assonanze con l’opera letteraria siano quasi nulle e in effetti le uniche analogie s’intersecano fra titolo, luogo d’origine del protagonista e al fatto che Michele, frugando tra gli effetti personali di Alice, trovi una copia della succitata opera, onirizzandone soggettivamente il contenuto in alcune sequenze. L’aggettivo che meglio si addice al risultato finale è: “ibrido”.

“La Orca” tenta di amalgamare ed approfondire temi di un certo peso, comunque non riuscendoci, o solo in piccola parte.
L’ideologia di taglio marxista e la lotta di classe sembrano una scusante per mettere in scena ben altro (le grazie di Rena Niehaus alias Alice, fra le altre cose). Il che, non sarebbe stato necessariamente un male se solo questo “altro” avesse avuto uno sviluppo ben più approfondito.

Il film vira più a concentrarsi sulle psicologie dei due protagonisti, sul rapporto “vittima – carnefice”, fallendo pure su questo fronte, in quanto il tutto viene elaborato in maniera troppo frettolosa e “greve”. Un altro intento era anche quello di realizzare un film “forte”, che incorresse nei divieti della censura, e in effetti così fu, essendo stato oggetto di momentaneo sequestro da parte del Ministero. Ma in verità, anche qui io avrei molto da ridire.

Noi poveri sadici voyeur dell’estremo, in questo caso dovremo accontentarci di qualche manciata di scene erotiche di “dubbio gusto” e di dimenticabili sequenze che conservano ben poco degli aggettivi, “scandaloso, estremo, scioccante, intenso”, che sono stati attribuiti al film e che lasciano il tempo che trovano, avendo magari avuto una certa valenza all’epoca ma che sono andati sgretolandosi col passare dei decenni (nel caso di pellicole come “Salò” o le “120 giornate di sodoma”, tali aggettivi resteranno in eterno, ad esempio). Altra mancanza, sono le voragini di sceneggiatura riguardo le indagini della polizia sul sequestro, che pure portano a compimento l’epilogo.

Cosa rimane dunque?

Rimangono delle buone premesse e intuizioni malamente approfondite e sviluppate a causa della poca attenzione alla sceneggiatura e inoltre, se uno dei principali intenti sarebbe dovuto essere la ricerca dell’”estremo”, Visconti avrebbe dovuto osare un po di più. Certamente si era lungi dall’intenzione di realizzare un “rape ‘n’ revenge” duro e puro, questo è chiaro, ma in egual modo le argomentazioni “colte” e di denuncia politica e/o sociologica assumono pretestuosità facendo risultare poco perdonabile la messa in scena.

Una pellicola invecchiata male quindi, ma fortunata all’epoca in termini di incassi, costato circa 40 milioni di lire, ne incassò più di mezzo miliardo (merito anche della locandina?), e se una certa fascinazione generale data anche dall’angusta e squallida cascina, luogo di prigionia di Alice, dalle sequenze immaginarie influenzate dalla lettura del libro da parte di Michele e dall’ambiguo epilogo della vicenda, sia permeata in me, ciò rimane un mia personalissima sensazione, comunque positiva, che però non può e non riesce a giustificare i rilevanti difetti sopraelencati. A tutt’oggi infatti, non sono pochi gli estimatori de “La Orca” che erigono la pellicola a vero e proprio “culto”.

L’oggettività invece, denota che “Prandino” e l’opera “La Orca”, conservano pochi legami artistici (se non solo di sangue) con IL REGISTA, il quale aleggia come un’ombra distorta in celluloide, palesando assenza di parallelismi a causa di una (chissà) sfortunata trasmissiva deformazione del genoma in cui la vena artistica sembra essere disfuntiva. Ma nella settima arte, tutto questo non è certo una novità.

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