RECENSIONE “COLOUR FROM THE DARK”

[Di Joel Pagini]

Colour from the dark è l’ultima (almeno per adesso – aprile 2012) fatica di Ivan Zuccon in campo cinematografico, dopo Nympha e Bad Brains, con cui aveva abbandonato le opere di H.P. Lovecraft per i soggetti, torna alla sua passione per lo scrittore di Providence realizzando un film interamente basato su “il colore venuto dallo spazio”.

Zuccon qui riprende la trama del racconto in modo non fedelissimo, come già aveva fatto per le altre sue opere, ma di certo costante, mantenendo gli elementi principali del racconto ma con qualche elemento sottratto o aggiunto.
Il “colore” non viene infatti dallo spazio profondo, o se così è non ci vengono dati indizi di ciò, ma viene semplicemente risvegliato dal grembo della terra. Inoltre l’ambientazione è quella italiana e il periodo storico è quello della seconda guerra mondiale, cosa che consente al regista di mettere nel mezzo anche qualche riferimento al fascismo.

Eppure il vero male del film è, ovviamente, il “colore”, un’entità sconosciuta che nel film verrà del tutto resa aliena tramite artifici, o meglio, l’assenza di artifici spesso usati in pellicole che trattano esseri incorporei e paranormali: il colore non avrà mai forma, ne nome, ne voce, se non tramite quella di coloro che sono sotto il suo potere, mai dirà cosa vuole o da dove viene, il colore esiste e viene rappresentato in modo assai criptico, in modo tale che le ipotesi più svariate possano essere formulate.

L’entità odia la religione, potrebbe essere il Diavolo? Forse. Oppure una divinità esterna tanto cara a Lovecraft? Non è da escludere. Oppure semplicemente un essere superiore, talmente evoluto da trovare ridicola e quasi offensiva la fede in Cristo? Non c’è da escluderlo.

Zuccon dipinge (è il caso di dirlo, vista la fotografia, che spesso viene portata all’estremo in un b/n onirico con giusto qualche tocco di colore) uno scenario desolato dove l’uomo combatte qualcosa che non può vedere ne tantomeno comprendere, finendo per affidarsi quindi a l’unica cosa che può salvarlo, Dio, un entità altrettanto misconosciuta ma benevola, almeno nella sua visione.

La pellicola si regge quindi sulle atmosfere, che vengono in parte a mancare nella parte intermedia, che può risultare la più debole, per riemergere, potentissime, nelle fasi finali, davvero da brivido.
Ottima, come già detto, la fotografia ed il trucco (stupendo, macabro e realistico il corpo di una donna che vedremo nelle sue varie fasi di decomposizione) anche se in alcune parti qualche SFX truculento in più non avrebbe guastato.
Un po’ più debole forse la ricostruzione storica, Michael Segal, ad esempio, appare eccessivamente palestrato e ben curato per un fattore degli anni ’40, così come altre piccolezze, come la bambola dalle fattezze Burtoniane, stonano un po’. Piccolezze appunto, perchè il cuore del film rimane intatto e privo di scalfiture.

Zuccon mette a segno un altro ottimo film, togliendo forse qualcosa a livello weird narrativo (niente piani di realtà sovrapposti ne storie che scorrono parallele su differenti epoche) aumentando però le atmosfere da incubo e ricreando le atmosfere Lovecraftiane in modo impeccabile, cosa che pochi sono riusciti a fare.

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