RECENSIONE “MY LAI FOUR”

[Di Marco Valtriani]

Se vi aspettate un film crudo, fate bene: è proprio questa la chiave con cui va visto, ma non è la sola crudezza delle immagini a rendersi evidente, è proprio il concetto che sottende questa vicenda (realmente avvenuta) che , centrale nel film, pone in primo piano le assurdità e la follia della guerra.
Il film è diviso in due atti: un montaggio alternato che si perpetua fino a metà pellicola e che si stringe molto bene verso una dead line, che in questo caso è “morte” non solo in senso di costruzione del sintagma, ma è proprio morte della ratio e sterminio di innocenti; nel secondo atto (la dead line appunto) è lampante la negazione di una qualsiasi goccia di umanità che si riverbera nei comportamenti senza scrupoli ( o “onore”) dei marines.

E’ il dramma della guerra che viene enfatizzato, evidenziato registicamente dapprima con l’uso del già citato montaggio alternato costruito sull’opposizione di una natura vergine vissuta in armonia dagli abitanti della My Lai Shrine , di contro alla natura della guerra che tutto distrugge fino a uccidere ogni briciolo di senso di realtà percepita dai militari, e in generale nella costruzione narrativa, per tutta la durata del film, la quale si basa su un’opposizione assiologica tra vittime innocenti e soldati senza onore, i quali manifestano la loro follia anche nella mancanza di un punto di vista sensato nell’agire: il loro comportamento è quello di uccidere senza tregua, manifestato da un uso della macchina da presa senza regole mentre vengono trucidati gli abitanti vietnamiti. Anche lo sguardo in camera del fucile puntato allo spettatore è emblematico, come a dire: “Attento, guarda che non ho nessuno scrupolo, potrei fare fuori anche te”… è pura follia!

La drammaticità assiologica si ripresenta anche nel trattamento del punto di vista della comunità sterminata, realistico e sensato, riesce a toccare il cuore dello spettatore, e lo fa grazie agli sguardi increduli, alle urla disperate, al riverbero di vite innocenti (si parla di bambini,fanciulli, donne e anziani) insensatamente uccise, anche alle spalle; pure le inquadrature, e bene, sostengono l’innegabile coinvolgimento emotivo, grazie a una molteplicità di piani che ricorda la tragedia della scalinata di Odessa nel capolavoro del maestro sovietico Sergej Ejzenstejn. Molto apprezzabile le due immagini fotografiche che ci ricordano che stiamo assistendo ad un dramma realmente esistito e dove peraltro si ripresenta l’opposizione tra vittime e carnefici.

E’ un film dove il montaggio assume un ruolo determinante , realizzato ad arte , per tutta la durata della storia riesce a separare distintamente l’uomo-macchina da guerra, versus, l’uomo-essere pacifico, ponendo i due elementi narrativi in un gioco degli opposti.

E’ un dramma che non si risolve nel film, neanche il momento culminante riesce a stemperare una tragedia che si continua a perpetuare fino alla fine. Così come accade nella vita che viviamo , nell’inarrestabile lotta umana tra la pace benefica e la guerra sempre e comunque gesto di follia.

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