RECENSIONE “IL BOSCO FUORI”

[Di Joel Pagini]

Opera prima del regista italiano Gabriele Albanesi, il Bosco Fuori è stato presto elevato a piccolo cult nell’ambiente del cinema di genere italiano e Albanesi è diventato un po’ il portavoce dello splatter italiano, che ha poi riproposto nel suo secondo fim Ubaldo Terzani Horror Show, dove ha anche cercato di omaggiare (a mio avviso non riuscendoci) i grandi registi italiani che furono.

Il Bosco Fuori, però, è in effetti un buon prodotto?

A mio avviso si, non solo, ma se dovessi scegliere un film che omaggia il cinema italiano di genere che fu, sceglierei proprio il Bosco Fuori.
La trama del film non è da subito molto chiara, la storia ci viene introdotta da un prologo che mostra un incidente stradale letale (situazione già vista numerose volte, non meno negli ultimi anni, in film come Grace o A l’interieur, ma Albanesi, vedremo, poco importa dell’essere innovativo), cui segue un brutale omicidio davanti agli occhi di un bambino, bambino che poi fugge nel bosco e di cui non sapremo più il destino.

Spostamento temporale in avanti, non si sa di quanto, e veniamo coinvolti nelle vicende di due fidanzati che si “appartano” a bordostrada, proprio nella via che attraversa il bosco, dove però vengono raggiunti da un trio di teppisti che picchiano l’uomo e tentano di violentare la donna (e la cosa ci riporta ai Rape&revenge, come del resto il titolo internazionale “Last house in the woods”), stupro però interrotto da un uomo all’apparenza per bene, che conduce i due malcapitati nella sua casa, dovrà avrà inizio il vero orrore.

Se la trama non è nulla di che ed è anzi facilmente smembrabile e classificabile nei vari generi dell’orrore (lo stupro dei R&R, la coppietta degli slasher, la casa sperduta nel bosco dei backwoods horror più qualche altro riferimento che non dico per non spoilerare) molto più insolito è il continuo ribaltamento di fronti a cui assistiamo, così come lo scambio di una simbolica staffetta che, di volta in volta, stabilisce un nuovo protagonista nel film.
Ci immaginiamo che i teppisti che tentano lo stupro siano il nemico, ma poco dopo vedremo che il vero pericolo è un altro, così come dovremo ricrederci se pensavamo di vedere nella classica ragazzina pura e per bene la protagonista assoluta del film.

Per il resto, la pellicola scorre bene proprio grazie a questi cambi di fronte ma anche grazie ad una certa semplicità, quasi ingenuità, tipica proprio di molti film del cinema bis anni ’70 e ’80, che spesso avevano poco da offrire sul campo tecnico ma che sapevano dare al pubblico le emozioni forti che chiedeva: violenza, sangue e morte, nel Bosco Fuori c’è tutto questo e fatto piuttosto bene. Gli SFX splatter di Stivaletti non sono ai livelli del secondo film di Albanesi ma sono più che accettabili e anzi, forse il nostalgico rivedrà in essi lo stile casereccio del cinema italiano di un tempo.

Tuttavia, il film non è privo di difetti: innanzitutto una migliore gestione dei momenti di tensione sarebbe stata preferibile, sopratutto per quanto riguarda il bambino e il suo segreto (e non dico altro) , non di meno, i sopracitati bulli romani (che non sono altro che truzzi palestrati e lampadati che parlano come in un film di Boldi e DeSica) sono personaggi troppo sopra le righe che spezzano l’aura di violenza e crudeltà che dovrebbero loro stessi creare. E’ vero, sono forse lo stereotipo di cattivi ragazzi drogati equivalente ai punkettoni di “Demoni”, ma è anche vero che Demoni non si prendeva sul serio, mentre il film di Albanesi si, e quindi alcune uscite sono francamente deleterie al film stesso.

Tutto sommato però il Bosco Fuori è un film fatto in un modo che mi fa capire perchè è stato considerato un piccolo cult per molti fan, perchè è un film fatto con lo stomaco, senza fronzoli, senza troppe, forse nessuna, alta pretesa artistica, ma è maledettamente vicino a quello stile che, una volta, era il grindhouse.

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