RECENSIONE “INCUBO PER UNA MOSCA BIANCA” DI LIDIA PAPOTTO

[Recensione a cura di Davide Comotti]

Ci sono opere nel cinema indipendente italiano che, pur non essendo sbandierate o pubblicizzate come altre, sorprendono per la loro efficacia realizzativa: prendiamo il caso di Incubo per una mosca bianca (2015), cortometraggio della regista catanese Lidia Papotto presentato in varie rassegne cinematografiche. Il film nasce esplicitamente come omaggio al cinema di Mario Bava (lo spiega anche una didascalia prima dei titoli di coda): il maestro dell’horror gotico nostrano, le cui opere sono ancora oggi apprezzate in tutto il mondo e rimangono una lezione di cinema per uso delle luci, inquadrature e costruzione dell’atmosfera anche con pochi mezzi. La Papotto costruisce la sua personalissima opera con creatività e umiltà (dote che manca purtroppo a molti indi contemporanei), cioè non pretende di essere una “nuova Bava” ma utilizza al meglio il budget a disposizione per omaggiare l’estetica del maestro creando al contempo qualcosa di nuovo, e ci riesce benissimo. Si è parlato specificamente di “estetica” perché la riproduzione dell’immaginario baviano è rivolta volutamente all’immagine (colori e inquadrature) e non tanto alla storia narrata. La stessa regista scrive la sceneggiatura insieme a Fabio Meini e Federico Polacci, una storia semplice e allo stesso tempo complessa; l’ossimoro tra i due aggettivi è solo apparente: semplice perché non c’è una vera successione cronologica e situazioni di causa/effetto ma un susseguirsi onirico di situazioni e quadri visivi, complessa perché ricca di simbolismi e interpretazioni che sono lasciati all’immaginario dello spettatore; l’immaginario gotico/onirico di Bava e degli altri maestri si unisce quindi a qualcosa d’altro, una “favola” dark dai risvolti psicanalitici.

Protagonista è una ragazza senza nome (Ylenia Campedrer) che vaga in un ambiente misterioso e ostile: fra strade deserte, lugubri stanze e apparizioni di persone minacciose, la donna si muove in questo incubo senza fine cercando invano di uscirne. Una storia minimalista dunque, un lungo viaggio onirico, un incubo nella mente della protagonista che si avvolge su se stesso in loop; il tutto funziona benissimo ed è innanzitutto una gioia per gli occhi: con la solida regia della Papotto, Federico Polacci dirige la fotografia creando una serie di meravigliosi cromatismi aderenti all’universo visivo di Mario Bava. In particolare, è il “primo” Bava ad essere omaggiato, quello squisitamente gotico degli anni Sessanta, quello di Sei donne per l’assassino, I tre volti della paura, Operazione paura, La frusta e il corpo, basati sugli inconfondibili colori primari che compongono un caleidoscopio iperrealistico e magnetico. Incubo per una mosca bianca presenta le classiche luci verdi, rosse, blu e una serie di colori miscellanei frutto di un sapiente uso della fotografia, al servizio di una regia creativa: vediamo quindi stanze illuminate con un verde smeraldo, altre immerse in un’intensa luce rossa, ma anche nella stessa inquadratura riescono a convivere luci differenti – pensiamo alla strada verde con riflessi rossi ai lati, la stanza con la televisione in cui la tonalità rossa sfuma in varie gradazioni, oppure i volti alla finestra con sfumature verdi e giallastre. In certe scene sembra davvero di assistere a una fedele riproduzione dei tableaux vivants presenti nelle maggiori opere di Bava; in particolare, due sono i suoi film omaggiati più esplicitamente (non solo per la fotografia): da Operazione paura riprende la ragazza che insegue se stessa attraverso la stanza (come faceva Giacomo Rossi Stuart nell’originale), con la variante per cui la Campedrer non incontra il suo doppelgänger; da I tre volti della paura, la Papotto omaggia l’inquietante primo piano di Boris Karloff e degli altri vampiri che osservano dalla finestra; c’è poi una citazione diretta dal primo film di Bava, La maschera del demonio (in B/N), di cui sono proposte alcune inquadrature che il vecchio guarda in tv.

Se il comparto fotografico è così curato, altrettanto lo sono le scenografie, ricche di omaggi cinematografici ma pregne anche di un personale gusto “feticista” per gli oggetti: la palla rossa (anch’essa di baviana memoria: la bambina fantasma di Operazione paura giocava con una palla bianca), un carillon, vecchie fotografie, addirittura un’intera stanza illuminata di rosso dal cui soffitto pendono scarpe da donna – atmosfere quasi da thriller argentiano, possiamo dire. Incubo per una mosca bianca è quasi completamente muto: dai dettagli sulle bocche dei misteriosi personaggi escono parole confuse e incomprensibili, sentiamo solo alcuni dialoghi da La maschera del demonio e una criptica frase pronunciata nell’unica scena ambientata di giorno, che crea un efficace contrasto con la notte perenne attraversata dalla luna.

La storia presenta anche, se vogliamo, un coté “giallo”, con il presunto omicidio iniziale: solo alla fine scopriremo quanto accaduto, anche se non dobbiamo aspettarci una soluzione razionale proprio perché siamo in una dimensione onirica, quanto piuttosto una serie di suggestioni psicanalitiche lasciate volutamente all’interpretazione dello spettatore (così come il titolo sibillino) – per esempio gli strani individui come emanazione dei “lati oscuri” della sua personalità, e l’altra ragazza come parte di se stessa che cerca di aiutarla a uscire dall’incubo. Senza una sola goccia di sangue, la regia riesce a creare un’atmosfera opprimente e inquietante: a questo contribuiscono la storia misteriosa e accattivante, scenografie e location (pensiamo anche alla stanza con le candele), i volti grotteschi e minacciosi dei co-protagonisti (nessun attore famoso, ma tutti coi volti giusti e valorizzati dalle luci “baviane”), la protagonista continuamente inseguita come in un film di Polanski, il surrealismo che accompagna tutti i 14 minuti circa di durata, alcune trovate geniali come la Campedrer che vede se stessa nel televisore. Un’altra probabile suggestione che ha ispirato Lidia Papotto è la celeberrima favola di Alice di Lewis Carrol – lo specchio rotto e la porticina che la conduce in un altro luogo – come se la protagonista fosse una novella Alice trasportata nel mondo degli incubi di Bava e Argento (volendo, possiamo scorgere echi anche da Suspiria). Bravissima la Campedrer, dotata di una bellezza perfetta per il ruolo – una bellezza candida, quasi ingenua, trasportata in un mondo stregato – e inquadrata spesso nel singolare dettaglio dei piedi fasciati. Alla costruzione dell’atmosfera contribuisce infine, in modo determinante, la colonna sonora di Eveline’s Dust, un insieme di sonorità ossessive e sferzanti che si alternano ad altre più “morbide” e goticheggianti, sempre all’insegna del mistero.

Licenza Creative Commons Questo sito è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.
Hit counter by goldbetreview