RECENSIONE “STALKING EVA” DI JOE VERNI

[Recensione a cura di Davide Comotti]

<<<<La recensione contiene SPOILER>>>>

Gabriele Albanesi non è solo il regista del Bosco fuori e Ubaldo Terzani Horror Show, due cult dell’horror italiano contemporaneo, ma anche produttore per altri registi indipendenti “di genere”: dopo l’horror Paranormal stories (di cui ha anche diretto alcune sequenze) e il thriller Surrounded, fa da produttore associato per l’affascinante Stalking Eva (2015) di Joe Verni, prodotto dalla Extremely Rare. Albanesi è anche sceneggiatore del film insieme al regista, sulla base di un soggetto scritto dallo stesso Verni insieme a Matteo Scarfò. Trattasi di una riuscita mescolanza fra il classico giallo whodunit e il filone gotico/esoterico, ambientato nel mondo della moda e delle sette segrete, con un pizzico di rape & revenge: potremmo definirlo come “Sotto il vestito niente che incontra Tulpa”. Pur non raggiungendo la perfezione tecnico-stilistica di Zampaglione, Verni ha il merito di inserirsi in modo solido e originale in un genere consolidato e sfruttato più volte: parliamo del thriller ambientato fra modelle, alta società corrotta, droga e prostituzione, di cui il suddetto prototipo di Carlo Vanzina ha generato vari “figli” quali i suoi Mystère e Squillo, il più raffinato Sotto il vestito niente 2 di Dario Piana, fino alla ripresa dello stesso Vanzina con il recente Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata. Verni e gli sceneggiatori hanno sicuramente presente questi modelli (oltre al thriller argentiano, specie nel look dell’assassino) e, intuendo la necessità di girare qualcosa di nuovo, “contaminano” il filone con un progressivo slittamento sul piano esoterico/soprannaturale.

La storia è incentrata su Eva (Ksenia Kapinos), una ragazza ucraina che da Londra si trasferisce a Milano dalla sua amica Cindy (Philippa Bingam) per intraprendere come lei la carriera di modella. Durante una serata in discoteca, le due donne incontrano tre fotografi che sembrano chiedere prestazioni sessuali in cambio dei loro servizi, ma Eva rimane sconvolta dalla presenza di Luke, un ragazzo che la perseguita fin dal suo soggiorno londinese. Presto l’ingenua Eva si rende conto che per lavorare come indossatrice e attrice deve scendere a compromessi di natura sessuale con i manager, fatto che la disinibita Cindy accetta invece volentieri. Nel frattempo, un misterioso assassino mascherato uccide alcune fotomodelle legate a questo giro e che sembrano avere tutte a che fare con una setta segreta. Cindy, per cercare di aiutare Eva, una sera la accompagna a una misteriosa festa pagana nel bosco: ma questo rito, che secondo l’amica dovrebbe propiziare fortuna, segna per la protagonista l’inizio di un incubo.

Lo “Stalking” del titolo non ha quindi la connotazione sociologica e impegnata del dramma/thriller The stalker di Giorgio Amato, ma è assolutamente azzeccato, visto che l’essere perseguitata rappresentata la condizione primaria di Eva dall’inizio alla fine del film: è perseguitata da tutti, dallo spasimante Luke, dai tre fotografi che la violentano, dal produttore che vuole sesso in cambio di lavoro, e infine anche dall’assassino e dai membri della setta. La pellicola pullula di splendide attrici, come vuole la tradizione del thriller, e questo è sicuramente uno dei suoi punti di forza: Ksenia Kapinos e Philippa Bingam sono due indossatrici anche nella vita reale, dunque perfette per il ruolo che viene loro assegnato e nel quale si calano con credibilità: tanto ingenua e sognatrice la prima, quanto disinibita e disillusa la seconda, una femme fatale che vedremo esercitare un controllo sempre maggiore sulla mente di Eva (c’è quasi una pulsione lesbica), con un contrasto ben evidenziato anche dai volti differenti e dal make-up; così come sono convincenti le numerosi attrici che vediamo in ruoli minori (anche come scream-queen) a delineare questo mondo affascinante ma pericoloso, e le controparti maschili, altrettanto efficaci nei rispettivi ruoli – il viscido produttore Airoldi, il booker omosessuale Orlando (unico alleato di Eva in questo mondo ostile), i tre fotografi e il misterioso persecutore Luke (che non sarà però il principale stalker da cui la Kapinos deve difendersi).

Fin dalla sequenza iniziale, Verni mostra ciò che sarà la sostanza di Stalking Eva: un thriller con assassino da scoprire, coreografie dei delitti in stile argentiano e presenza di elementi esoterici, che man mano diventeranno sempre più importanti. In quelle che saranno le scenografie predominanti del film – appartamenti e studi fotografici moderni, discoteche e loft asettici (valorizzati dalla fotografia di Dario Germani) – una bellissima dark-lady (Elettra Capuano) viene assalita dal misterioso serial killer (con giacca e cappuccio nero) che la picchia selvaggiamente e la uccide conficcandole la gamba di uno sgabello in bocca. La regia ci fa quindi capire che non lesina sulla violenza, tanto più efficace visto che gli effetti speciali sono realizzati dal maestro Sergio Stivaletti, storico collaboratore di Argento e recentemente spesso all’opera in prodotti indipendenti. Anche la componente esoterica viene subito introdotta, visto che la futura vittima sta leggendo un diario pieno di disegni misteriosi che le viene poi sottratto dall’assassino. Questo il prologo. Dopo i titoli di testa, la sceneggiatura procede quindi per accumulo, mettendo in scena numerosi personaggi che contribuiscono ad accrescere l’alone di mistero e spingono lo spettatore a chiedersi quale ruolo abbia ciascuno. Stalking Eva si costruisce come un complesso puzzle in cui lo spettatore si identifica un po’ nella protagonista spaesata, fra personaggi e situazioni ostili in cui non sappiamo mai chi sia il vero nemico. Significativa è per esempio la sequenza in discoteca – altro ambiente topico del genere – in cui Eva incontra Luke (Tim Daish) e viene avvertita da una ragazza, Judy (Tatjana Nardone) di stare attenta alle persone che frequenta. Ma a quali persone si riferisce la donna? Non avremo naturalmente modo di scoprilo, almeno non subito, visto che la modella – dopo una lunga preparazione fra la piscina e la casa – viene uccisa dal solito killer in guanti neri che la sgozza con un pugnale sacrificale (anche qui, buona la scena di sangue), mentre sta guardando un filmato riguardante una cerimonia occulta – si fa quindi sempre più evidente il legame fra il mondo della moda di questa “Milano da bere” e la presenza di una (finora) imprecisata setta segreta.

Man mano si aggiungono vari personaggi, tutti con un fondo di ambiguità: i tre fotografi (Mehdi Mahdloo, Leonardo Sbragia e Alex Adinolfi), lo squallido produttore Airolfi (Marcus J. Cotterell) – prototipo dell’imprenditore affamato di sesso e droga – e il booker omosessuale Orlando (Douglas Dean), che si rivela essere l’unico alleato di Eva.
Nel frattempo, fra spogliarelli, passerelle e docce, le attrici hanno modo di sfoggiare le loro grazie, con un erotismo morboso ma contenuto, che non eccede nel nudo e nella volgarità e che caratterizza buona parte del film. Di pari passo, procede la componente più sanguinaria, con l’uccisione dei tre amici – colpevoli di aver violentato la protagonista in una scena tanto brutale quanto allucinata – il primo trafitto a coltellate, gli altri due assassinati freddamente con frecce da una balestra. Ma il livello di violenza è ancora a livelli bassi rispetto a quanto vedremo più avanti, quando Airoldi – legato al letto da Eva e Cindy in quella che sembrerebbe essere una sessione bondage – viene pugnalato e fatto a pezzi dalle due donne, fra schizzi di sangue e inquadrature sugli arti segati in due (una scena che ricorda vagamente due simili presenti nel Bosco fuori, da cui tornano anche i cellofane insanguinati, e in Ubaldo Terzani Horror Show, spiegabile con la presenza di Gabriele Albanesi come co-sceneggiatore). Altrettanto atroce è la fine di Orlando, trafitto al petto con il consueto pugnale rituale, e del suo compagno gay, trapassato nella testa con uno spillone. Da notare anche una scena in cui la violenza viene sublimata da un’immagine metaforica, cioè la castrazione di Luke da parte di Eva, con l’inquadratura che si ferma sul momento decisivo e viene sostituita dall’immagine di una mantide – l’insetto femmina che divora il maschio dopo essersi accoppiata.

C’è poi tutto un discorso particolarmente curato sull’esoterismo, in una serie di situazioni e citazioni di comprensione non immediata e che proprio Joe Verni spiega nelle note di regia: sono citati alchimisti ed esoteristi come Giuliano Kremmerz, Eliphas, Aleister Crowley, il Malleus Maleficarum (il primo libro scritto dall’Inquisizione sulla caccia alle streghe), il brano “La danza delle streghe” di Paganini. Ma ciò che colpisce soprattutto, anche per la raffinatezza della messa in scena, è il sabba a cui partecipano Eva e Cindy insieme ad altri misteriosi individui, e che fa da svolta narrativa trasformando la personalità di Eva fino alla scoperta dell’assassino e a un finale più che mai aperto. Sempre nelle note di regia, Verni spiega di essersi ispirato per questa scena a un’autentica messa nera a cui ha assistito di nascosto in Boemia. In un’atmosfera sospesa tra realtà e magia, di notte, in mezzo al bosco, tra fuochi e simboli diabolici, si muovono queste inquietanti figure vestite di nero e incappucciate che coinvolgono la protagonista in un ballo sfrenato e sensualmente malefico, attorno a un pentacolo infuocato – non è azzardato ritenere che ci sia un’influenza da Suspiria, viste le citazioni argentiane negli omicidi e la presenza delle ragazze. Una sequenza “gotica” che contrasta piacevolmente con l’ambientazione moderna e cittadina predominante nel film. Di pari passo vanno anche le musiche di Andrea Bellucci, alternanti fra mood d’atmosfera moderna, brani da discoteca e musiche dal sapore “magico” ed evocativo durante il sabba.

Stalking Eva, per tutto quanto detto, funziona bene: ben girato, con la giusta dose di mistero, violenza ed erotismo, con una sceneggiatura originale e una riuscita commistione fra thriller e horror; è un film low-budget ma comunque girato con una certa disponibilità di mezzi, in modo molto professionale (si vede subito dalla qualità dell’immagine) e con un cast internazionale, composto da attrici e attori non molto conosciuti ma tutti efficaci (ottima la scelta di girare in lingua inglese). È vero che l’assassino si intuisce abbastanza presto, ma proprio per quanto sembra scontato genera il dubbio nello spettatore che la soluzione sia altrove. L’unico difetto del film, che comunque non ne rimane troppo penalizzato, è l’eccessiva lentezza di cui soffre in certi momenti, e infatti la durata complessiva di circa 102 minuti è stranamente lunga per un film indipendente: alcune sequenze sono tirate un po’ troppo per le lunghe, per esempio alcuni dialoghi, la passeggiata della Kapinos verso lo studio di Airoldi, o il prologo in piscina all’omicidio di Tatjana Nardone che ha la funzione di creare la suspense (e in parte ci riesce) ma procrastina forse troppo il compimento del delitto, che lo spettatore intuisce essere imminente ma vede realizzarsi solo in seguito, nell’appartamento della ragazza.

 

Licenza Creative Commons Questo sito è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.
Hit counter by goldbetreview