LETTERA2: INTERVISTA ALL’AUTORE PIETRO GANDOLFI

[Intervista a cura di Mirko Giacchetti]

Dopo la recensione di Clayton Creed, che potete trovare qui, Lettera2 e NonSoloGore hanno il piacere di ospitare l’autore Pietro Gandolfi per una breve intervista.

[M.G.] – Ciao Pietro, grazie della tua disponibilità.

[P.G.] – Grazie a voi per lo spazio che mi concedete, lo apprezzo davvero. Cerco di coltivare da sempre il rapporto coi miei esserini – tutti coloro che hanno la sventura di leggermi e apprezzarmi e quindi continuano a farlo! – e interviste come queste mi danno l’occasione di parlare a più gente in una sede differente dalla mia pagina ufficiale o dalle presentazioni/fiere cui partecipo di solito.

[M.G.] – Vuoi raccontarci qualcosa di te?

[P.G.] – Sono un sognatore che ha scelto il mezzo attraverso il quale raccontare i suoi incubi. La parola scritta mi permette di costruire le mie storie e – incredibile, chi lo avrebbe mai detto? – riuscire persino a diffonderle. Scrivo tutti i giorni, con passione e testardaggine. Non so dove arriverò, per il momento navigo a vista, combattendo tutti i giorni per diffondere il mio lavoro, per farmi conoscere e, spero, apprezzare.

[M.G.] – Da dove nasce la tua passione per la scrittura? Incrociamo opera e autore, ti avranno chiesto mille volte perché scrivi horror, mi piacerebbe sapere se è valida anche per te la risposta citata da Frank, il protagonista: “Non sei tu che scegli il genere, è lui a scegliere te” a proposito del perché scrivi horror?

[P.G.] – Sì, direi che la definizione calza anche nel mio caso. Se si cresce leggendo, guardando e ascoltando certe storie, quando si decide di dare il proprio contributo è immancabile proporre un particolare genere. Ho cominciato a guardare film, leggere fumetti e romanzi horror a otto anni. Certo, all’inizio ero meno consapevole di quanto fosse esteso questo universo ed ero ancora in fase di esplorazione. Ho sempre avuto una passione anche per altri generi, come il fumetto americano di supereroi, e ho passato una fase in cui apprezzavo parecchio il fantasy di Howard, Moorcock e Gemmel. E poi c’è anche la musica, che in determinati periodi mi ha assorbito quasi completamente. Ma l’horror c’è sempre stato e alla fine è esploso in maniera molto più violenta rispetto a tutto il resto, soprattutto perché mi ha fatto comprendere quale fosse il mio posto. Sul perché ami questo genere e non un altro… be’, non è facile, di certo adoro le storie in cui la vita dei personaggi sembra trascorrere nella più normale delle maniere, fino a quando… Non è sempre necessario che sia presente l’elemento sovrannaturale, ma la violenza, il sesso utilizzato come arma e in generale il male insito nell’animo umano sono elementi coi quali mi piace giocare. Forse anche per esorcizzare il mio lato più oscuro. Lo abbiamo tutti, è inutile negarlo. Io lo metto su carta, altre persone lo esprimono in modo differente. E purtroppo, c’è chi non lo fa e perde il controllo su di esso.

[M.G.] – Quanto, nell’insieme, Clayton Creed può essere considerato un romanzo personale?

[P.G.] – Direi abbastanza, soprattutto nel concetto di scrittura espresso nel romanzo. Sono legato a un’idea di “artigianato della parola”, nel senso che se l’operaio deve alzarsi tutti i giorni per lavorare in fabbrica, se io riuscissi a campare della mia scrittura vorrei fare altrettanto, non restarmene seduto ad aspettare l’ispirazione. Penso sia importante continuare a scrivere, con continuità, se non facessi così, molte delle mie idee non emergerebbero, perché sono una sorta di catena, ogni anello è una trovata legata a quella precedente e a quella successiva. Se rimanessi immobile a lamentarmi del blocco dello scrittore, come fanno in tanti, non mi creerei queste opportunità. Il protagonista del romanzo lavora a questo modo, senza considerare il proprio mestiere come un’arte, qualcosa di astratto da utilizzare per darsi un tono. Credo nell’approccio più umile possibile alla scrittura. Come dicevo, sono un artigiano, non un artista: se poi nella narrazione si tocca qualche picco che è possibile definire arte, be’, non sono io a doverlo stabilire. A me interessa intrattenere, emozionare e divertire, il resto sono “menate” da salotto televisivo.

[M.G.] – In molti sostengono che il tuo stile sia molto vicino a quello di Stephen King, guardando una tua foto, ci assomigli anche… Ovviamente sto scherzando. Come lui, anche tu hai creato il tuo “Maine”, ma è chiaro che per le storie e i contenuti siete molto diversi. Vuoi parlarci degli autori a cui ti sei ispirato maggiormente?

[P.G.] – Di certo, nelle mie storie, tocco tematiche classiche che sono passate anche per la penna di King, non lo nego, ma poi elaboro tutto alla mia maniera. Anche perché King ha una produzione talmente estesa che sarebbe impossibile non sfiorare nemmeno certi suoi argomenti. Ma non sono fattori che ha inventato lui, King ha solo aiutato a renderli più popolari. Chi mi paragona a lui lo fa semplicemente perché purtroppo in Italia si conosce poco altro, basta guardare in libreria. Rispetto a lui sono molto più diretto, non  mi dilungo in lunghe parentesi narrative o descrizioni che ritengo inutili a ciò che intendo raccontare. Poi io ci provo, ma quando dico di ispirarmi molto più a Richard Laymon, Clive Barker, lo splatterpunk e ciò che è venuto dopo, spesso la gente non capisce di cosa io stia parlando. E ci tengo a farmi leggere e comprendere da tutti, non solo dal solito ristretto cerchio di persone: anche perché, di solito, queste persone vedono l’horror come un genere “vecchio” legato a stilemi di un secolo fa. Basta, come accennavo prima, utilizzare il sesso come un’arma per far storcere il naso. E pensare che gli appassionati di horror dovrebbero essere i primi a gioire quando entrano in gioco forti emozioni, invece spesso si dividono fra usufruitori di cinema – e allora di un orrore più visivo e magari più estremo – e lettori, che però risultano spesso legati al genere in un’accezione più classica, ma forse anche sterile. Per me il problema non esiste, l’orrore è un genere e si può scegliere di volta in volta quali mezzi utilizzare. Ci tengo a sottolineare che le influenze di cui parlavo prima si riflettono nella mia scrittura, quindi penso di proporre una miscela di letteratura, cinema, fumetto e, perché no, anche musica, quando ne ho l’opportunità.

[M.G.] – Oltre ai romanzi hai anche i fumetti. Vuoi parlarci della tua collaborazione con Nicola Genzianella per The Noise?

[P.G.] – Quando ho conosciuto Nicola, lui era in cerca di un progetto stimolante per uscire dai classici stilemi bonelliani, mentre io avevo già in mente di tramutare uno dei miei tanti romanzi inediti, The Noise, in un fumetto. Abbiamo cominciato a lavorarci e dopo un numero zero, a Lucca Comics è uscito il numero uno. La nostra intenzione era proporre un prodotto a metà fra il comic book americano e un fumetto dalla sensibilità europea, e la mia storia si adattava perfettamente. Non è un tipico fumetto all’italiana e neppure un’orgia splatter, magari divertente, ma capace di annoiare alla svelta. Come nei miei romanzi, cerco di curare molto i personaggi, di renderli vivi e credibili e in questo sono aiutato tantissimo dalle matite di Nicola e degli altri disegnatori della serie, Paolo Antiga e Andrea Cucchi. Ognuno ha il suo stile e ognuno narra le vicende legate a un protagonista o un gruppo di protagonisti. E poi è magnifico vedere realizzata visivamente la mia mitologia, perché anche The Noise è ambientato del mio universo narrativo, costituito dalle cittadine cui ho dato forma, i locali, gli eventi e i personaggi, principali e non. Quando mi chiedono di cosa si tratti, lo definisco come un horror classico, alla Carpenter o Romero. È un bel progetto e il pubblico sta rispondendo molto bene.

[M.G.] – Progetti futuri?

[P.G.] – Al momento sono impegnato soprattutto nella promozione di The Noise, di Clayton Creed e dell’antologia Malombre, curata da Nicola Lombardi, alla quale ho partecipato con il racconto “Le tenebre del corpo”, poi, con il nuovo anno, arriveranno nuove uscite. Dovrebbe essere pubblicato il mio nuovo romanzo – un altro dei tanti di cui ti dicevo prima, ancora nel cassetto! – e la ristampa de La ragazza di Greenville, il primo romanzo che ho pubblicato ma che all’epoca non ha goduto di molta diffusione: ora potrà contare su un nuovo editing, una nuova grafica e anche un racconto inedito, che per esigenze narrative deve per forza di cose essere letto alla fine del romanzo. Poi alla fiera di Cartoomics, a Milano, uscirà il nuovo numero di The Noise, un episodio caratterizzato da parecchia azione, e, anche se non ha una data di uscita precisa, anche un piccolo fumetto antologico, tutto scritto da me, riguardo il quale non mi sbilancio ancora. E poi? Poi vedremo, dipenderà se salteranno fuori nuove occasioni. Non intendo fermarmi e spero che la scena underground riesca a emergere quel tanto da fornire a tutti nuove opportunità.

[M.G.] – Grazie ancora e buona scrittura!

[P.G.] – Grazie a voi e a chiunque sceglierà di leggere qualcosa di mio, di informarsi su quello che combino e magari seguirmi in maniera continuativa. Io ci credo e sto lottando con tutte le mie forze, spero che sempre più persone credano in me. Horror Rules!

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