RECENSIONE “INSANUS” DI ADRIANO CERRONI

[A cura di Davide Comotti]

Il regista Adriano Cerroni, dopo aver lavorato come aiuto-regista nella docu-fiction sulla ludopatia Slot (2013) di Dario Albertini e aver diretto nello stesso anno il corto L’attesa (selezionato al ToHorror 2013), sta vivendo un 2015 felice dal punto di vista artistico. Oltre a lavorare come aiuto-operatore nel videoclip de I Nani di Richard Benson (diretto dalla guida dell’indi italiano Federico Zampaglione), dirige un nuovo cortometraggio thriller/horror, Insanus (2015), con la sua piccola factory Aigor Film. Un ottimo lavoro che conferma non solo il talento del regista ma anche l’importanza di un ottimo lavoro di squadra, che aiuta a superare i limiti del budget e a produrre un lavoro assolutamente valido. Si parte innanzitutto da una sceneggiatura solida, complessa e mai banale, e non è un caso visto che è realizzata dalla scrittrice Serena Aronica, specializzata in racconti del brivido (Colpi nel buio è il più famoso, c’è anche un book-trailer realizzato dallo stesso Cerroni) e autrice anche del soggetto.
Anni dopo la fine di un drammatico rapporto, Mina (Giulia Bernabei) riceve la visita inaspettata di Nicolas (Thomas Santu), il suo ex fidanzato di cui non gradisce la presenza. La ragazza sospetta che sia tornato in paese, insieme alla nuova compagna, proprio per tormentarla: i suoi timori sono confermati dalla scoperta che l’uomo vuole comprare una casa e stabilirsi lì. Mina è preda anche degli incubi derivanti da un aborto subito e dall’omicidio della madre, uccisa dal padre davanti ai suoi occhi in un raptus di gelosia. Tutti questi sentimenti deviati sono destinati a esplodere in una nuova spirale di sangue.
Insanus è un cortometraggio “di confine”, a metà fra il dramma psicologico, il thriller (con tanto di assassino da scoprire) e l’horror, e la regia riesce a snodare la robusta sceneggiatura passando attraverso questi generi senza soluzione di continuità, facendoli confluire con naturalezza l’uno nell’altro in un’evoluzione dei fatti sempre imprevedibile. Il corto inizia in media res: interno di un bar, vari avventori, un ambiguo clochard (il compianto Andras Kovacs) fino a giungere a Mina, colei che sarà la protagonista, subito inchiodata dalla presenza – evidentemente non gradita – di questo misterioso ragazzo, Nicolas. Intuiamo uno dei punti di forza del film sentendo i primi dialoghi, ci accorgiamo cioè che Cerroni non vuole presentare tutto e subito in modo chiaro, ma svelare gradualmente i segreti che ognuno sembra portarsi dietro. Da notare, nella sequenza iniziale del bar, un cameo di lusso dell’attrice Francesca Antonelli (I ragazzi del muretto, ma anche varie commedie e drammi di registi famosi): con un coté dark da affascinante femme fatale, scende dalle scale in una spirale di fumo e luce per sussurrare alcune calde parole a Nicolas. La scena con la Antonelli è notevole anche per il virtuosismo nell’uso della fotografia (con la luce “di taglio” che passa attraverso la coltre fumosa) e della scenografia, curate rispettivamente da Emiliano Giuliante e dalla sceneggiatrice Aronica. Una raffinatezza estetica che è un valore aggiunto nel cortometraggio e che torna, in vario modo, in diverse scene, alternate ad altre dalla fotografia più “neutra” (vedasi l’asettico ufficio). Man mano entrano in scena vari personaggi: l’agente immobiliare Valerio (vecchio spasimante di Mina), la nuova fidanzata Christine e il padre di Mina.

Stile e narrazione vanno armoniosamente a braccetto, con un’immagine affascinante unita a un racconto che si fa sempre più inquietante e misterioso. Scopriamo ad esempio, in un frenetico flashback allucinatorio, che Mina ha subito un aborto (si alternano inquadrature su un feto e su macchie di sangue); sempre in un flashback, questa volta virato in una dimensione onirica con fotografia color seppia, entriamo nell’incubo che tormenta la protagonista, cioè il brutale omicidio della madre. Anche il padre assassino, ora impresario di pompe funebri, ricompare nella vita della ragazza, unica persona con cui condivide il terribile segreto. La vicenda si riempie man mano di connotati torbidi e crudeli, fra tutti questi incubi, ricordi e allucinazioni, creando un clima pesante e claustrofobico che trova il suo naturale sfogo nella vecchia villa di campagna che Nicolas vuole acquistare. Nella tetra magione, che sembra quasi vivere in una dimensione gotica fuori dal tempo, i personaggi trovano vecchi mobili, una stanza chiusa e soprattutto un quadro che affascina e “ipnotizza” il ragazzo. Niente di significativo in apparenza, un paesaggio con albero, ma in realtà elemento rivelatore di un altro ricordo traumatico legato questa volta all’infanzia di lui: con un’atmosfera un po’ alla Profondo rosso, complici anche uno specchio barocco e le ossessive musiche “goblinesche”, l’inquadratura del quadro si sovrappone all’immagine in flashback, annebbiata e invecchiata. Con un ritmo sempre più serrato, entra in scena l’elemento orrorifico, con sangue e gole squarciate per mano di un assassino che si aggira nella casa: gli effetti speciali sono pochi ma molto efficaci, realizzati col buon vecchio artigianato a base di lattice e sangue finto dal regista insieme alla Aronica (autentica factotum del film); la componente più marcatamente horror tornerà poi nel finale aperto, quando vedremo emergere un inquietante “demone” nero (in realtà, un prodotto della mente). Perché questo è il nucleo di Insanus, titolo più che mai azzeccato vista l’atmosfera opprimente, morbosa e veramente “insana”: i demoni della mente, la gelosia, le ossessioni, i ricordi che tormentano e producono un circolo vizioso di sangue e morte.

La fotografia dai colori saturi, con molti toni scuri opposti ad altri colorati ma sempre abbastanza cupi (specchio dell’atmosfera che si respira), viene esaltata soprattutto negli interni: oltre ai suddetti flashback sono da rilevare i rossi iperrealistici e “suspiriani” presenti nella camera ardente delle pompe funebri, le altre tonalità rossastre che caratterizzano la casa di Mina (quasi un’esplicazione dei suoi “demoni”) e i chiaro/scuri gotici della villa. Da notare anche un uso particolare del montaggio, curato dallo stesso Cerroni, in una scena dove si alternano lo scattante arrivo di Mina in casa sua e l’agente immobiliare che finge di presentare le varie stanze della casa: facendo coincidere l’apertura delle porte nelle due differenti location, si crea. quasi l’illusione che si tratti di un’unica scena. Serena Aronica, come si diceva, cura anche le scenografie, particolarmente ricche di oggetti (quasi “barocche” potremmo dire) soprattutto nelle due case. L’atmosfera ossessiva e inquietante è supportata dalle suggestive musiche (due pezzi dei The Carnival Freaks e uno di Dario Albertini), che alternano brani con sferzate elettroniche (per esempio sul delirium dell’aborto) e altri con melodie più squisitamente thriller (ricordiamo la scena del quadro).

Ad eccezione di Francesca Antonelli (peccato che non abbia avuto un ruolo più lungo), il resto del cast è alla sua prima esperienza cinematografica – anche se qualcuno proviene dal teatro, come si può notare da una certa recitazione un po’ “declamata”. In effetti è innegabile che la differenza fra la Antonelli e gli altri si nota, ma è logico che sia così, eppure tutti gli interpreti danno il massimo e riescono a offrire performance più che buone immedesimandosi bene nei ruoli (Dario Moretti è Valerio, Sharon Chima è Christine e Settimio Guredda il padre di Mina). Su tutti, emerge la protagonista, la bravissima Giulia Bernabei, perfetta nell’espressione e nella rappresentazione di un personaggio così tormentato

 

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