RECENSIONE “THE PERFECT HUSBAND” E INTERVISTA AL REGISTA LUCAS PAVETTO

[A cura di Davide Comotti]

[Di seguito alla recensione un'intervista al regista dove ci svela alcuni retroscena di The Perfect Husband e i suoi progetti fututri]

Lucas Pavetto è un regista non solo fra i più talentuosi e promettenti del panorama indi italiano, con vari lavori all’attivo e altri film in pre-produzione, ma anche uno dei più “internazionali”, cioè abituato a girare con produzioni di ampio respiro, in lingua inglese e con attori stranieri. Lo vediamo soprattutto in The perfect husband (2014) e nel successivo The alcoholist (2015, attualmente in post-produzione), due thriller drammatici e con un’attenzione non banale a vari problemi sociali. The perfect husband (sottotitolo: Il marito perfetto) è un lungometraggio che Pavetto costruisce partendo dal suo omonimo mediometraggio del 2011 Il Marito perfetto, girato invece in italiano e con attori italiani (Damiano Verrocchi e la sempre bravissima Crisula Stafida). Il medio è magari più “grezzo” nelle inquadrature e nel doppiaggio, ma comunque efficace, sanguinario e con una storia ben costruita, tant’è vero che The perfect husband ne costituisce un autentico sviluppo, in certi momenti quasi un remake shot-to-shot potremmo dire, con scene e dialoghi ripresi in modo fedele: se già all’epoca Pavetto aveva dimostrato grande abilità nel lavorare con un budget ridotto, nel lungometraggio vediamo una notevole maturazione nella regia e in generale nella costruzione del film, grazie anche a una produzione più grossa – pur rimanendo nel sistema low-budget – e un doppiaggio inglese che risulta più professionale di quello italiano, come spesso accade nel cinema indipendente. Il film riprende la trama e le situazioni fondamentali del precedente lavoro, allungando e arricchendo la vicenda con vari dialoghi e sequenze – la durata passa dai 38 minuti agli 85 circa.
Scritto dallo stesso Pavetto insieme a Massimo Vavassori, The perfect husband ha come protagonista una giovane coppia, Viola (Gabriella Wright) e Nicola (Bret Roberts). La donna vive un momento psicologicamente difficile a causa di un aborto, così il marito decide di portarla nella casa in montagna di suo zio per un weekend di relax. Viola non riesce però a trovare la serenità desiderata, manifestando continuamente turbe nervose e manie di persecuzione. Nonostante le apparenze, anche l’amorevole marito non la aiuta di certo a star bene, in quanto inizia a dimostrare una forte gelosia e desiderio di possessione assoluta verso la donna: il suo comportamento diventa sempre più violento, e per Viola è l’inizio di un incubo in cui deve affrontare un nemico inaspettato, proprio la persona che credeva di amare.

Costruire un film su due soli personaggi (più alcuni altri di contorno) è sempre una sfida difficile per un regista, ma Pavetto la vince e dimostra di saperci fare davvero dietro la macchina da presa. The perfect husband è un film “di confine”, che si colloca attraverso vari generi e filoni: il thriller, il dramma, l’horror puro (con notevoli scene gore e splatter), sviluppando senza soluzione di continuità una trama in cui si passa fluidamente dal thriller psicologico al torture-porn, dall’home-invasion al survival-movie. Pavetto gioca buona parte del film sull’elemento perturbante che si genera quando il nemico è dentro la tua casa ed è la persona più vicina a te (“The face of terror is the one you love”, “La paura ha il volto di chi ami”, recitano le tagline): per questo motivo, The perfect husband risulta più disturbante di ogni altro home-invasion, in quanto ci trasporta in una dimensione terribilmente concreta e realistica, in cui il vero “mostro” risulta essere la metà oscura della persona che credevamo di amare e da cui credevamo di essere amati. Non c’è bisogno quindi di creare nemici misteriosi che vogliono entrare in casa, perché il nemico è già dentro la casa: se vogliamo, è un home-invasion rivoluzionario, perché sposta l’attenzione dall’esterno all’interno, ed è proprio dall’interno che l’intimità viene violata. Da notare qui la suddetta attenzione di Pavetto ai temi sociali: nonostante sia un film prevalentemente “di genere”, non manca una componente più impegnata, cioè il tema della violenza sulle donne e nello specifico della violenza domestica, ma anche l’aborto e le malattie mentali; tutto questo funziona grazie a una sceneggiatura articolata, dialoghi pregni di dolore e amarezza e interpretazioni intense da parte dei due attori americani (viene in mente per certi versi anche The stalker di Giorgio Amato); ricordiamo che in seguito con The alcoholist Pavetto gira un thriller incentrato sul problema dell’alcolismo, dunque coniugando sempre intrattenimento cinematografico e aspetto più socio/psicologico.

Un pregio di The perfect husband è che la regia non parte subito in picchiata mostrando la violenza e trasformando quindi tutto il film in un survival-movie: Pavetto vuole raccontare una storia robusta e credibile, con personaggi il più possibile realistici e una situazione che si sviluppa man mano con soluzioni spesso imprevedibili. Se nei tempi ristretti del mediometraggio doveva per forza entrare quasi subito nel cuore della vicenda, qui concede prima ampio spazio alla rappresentazione psicologica dei personaggi, per niente banale. Il film inizia infatti nella casa dei due, non sappiamo ancora di preciso cos’è successo ma capiamo che ci sono dei problemi – solo in seguito capiremo trattarsi di un aborto; compare anche un amico del marito, un ragazzo ambiguo che può far pensare a un successivo ruolo nella vicenda. La prima parte può sembrare lenta a chi si aspetta un film tutto brividi e sangue, ma in realtà è perfettamente funzionale allo sviluppo della storia e al tipo di film, un particolarissimo dramma/thriller psicologico che solo in seguito trova sfogo in una dimensione più squisitamente orrorifica – e anche per questo più credibile e disturbante. L’incipit, il viaggio, l’arrivo nella casa possono essere definiti “impressionisti”, in quanto fanno leva su una serie di “impressioni” suscitate negli spettatori. Pensiamo soprattutto alla sosta fra le rovine deserte o alla fuga nel bosco dopo aver raccolto l’acqua – due situazioni caratterizzate da una buona suspense, con un’atmosfera minacciosa e un senso di pericolo opprimente, come se un nemico invisibile stesse seguendo Viola. Realtà o suggestione paranoica? Questo è un altro elemento su cui gioca la solidissima regia, depistando più volte lo spettatore con vari colpi di scena, soprattutto nel memorabile twist finale, che è bene non rivelare a beneficio degli spettatori novelli ma che già conosce chi ha visto il mediometraggio, visto che la storia è ripresa in modo pressoché identico. Entrano man mano in scena varie figure: la dottoressa a cui Viola telefona discutendo di un imprecisato problema, e la guardia forestale che soccorre la donna, instaurando un meccanismo di ambiguità sulla protagonista che sembra affetta da ninfomania.

Determinanti per la costruzione dell’atmosfera, claustrofobica e morbosa, sono le location: la tipica casa rustica isolata nel bosco, un topos del cinema horror, un ambiente minimalista ma con scenografie ben curate, in cui la regia inquadra vari dettagli che incrementano il senso di mistero; il tutto è supportato da un’ottima e limpida fotografia (Davide Manca) e dalle musiche sinuose e inquietanti di Giuseppe Capezzolo. Ampio spazio è dedicato ai dialoghi, con due interpreti davvero all’altezza: Gabriella Wright, bella e fragile, non fa rimpiangere Crisula Stafida, e Bret Roberts si dimostra superiore al precedente interprete sia nel ruolo di marito affettuoso sia nella successiva esplosione di violenza (memorabile quando urla al cielo col volto selvaggio, quasi da licantropo).

La componente violenta e sanguinaria – preannunciata da un impressionante incubo della donna in cui vede il proprio neonato sanguinare dagli occhi – esplode in modo tanto inaspettato quanto brutale: dopo aver costruito la storia e disseminato suggestioni (come la gelosia del marito), Pavetto spinge sull’acceleratore trasformando The perfect husband in un horror in piena regola. Dopo aver legato la moglie al letto preannunciando un gioco sessuale, ecco invece Roberts trasformarsi in una belva inferocita che la picchia a sangue, le spegne una sigaretta addosso e le fa ingurgitare acqua con un imbuto, per “purificarla come si faceva nel Medioevo”. È qui che si mescolano elementi da torture-porn, home-invasion, survival-movie e persino rape & revenge: inizia una spietata lotta per la sopravvivenza, con un’ansiogena fuga nel bosco di notte e una sarabanda di magnifici effetti gore e splatter in stile anni Ottanta (a cura di Giuseppe Cordivani e Mauro Fabriczky), tutti FX realizzati a mano senza l’ausilio del tanto diffuso e fastidioso digitale. Punteruoli infilzati nel collo, dita mozzate, fiotti di sangue, deorbitazioni, pugnalate, braccia amputate e teste spaccate con l’ascia (arma prediletta dall’uomo); il sangue la fa da padrone, in una violenza disturbante che non ha niente di fumettistico ma che – in sintonia col resto del film – è qualcosa di realistico unito a brutali scontri corpo a corpo (entra in scena anche un nuovo personaggio, un campeggiatore a cui la Wright chiede aiuto ma che si rivela un maniaco sessuale). Tutto questo, prima del suddetto twist conclusivo, che sbalordisce lo spettatore e conferisce a tutta la storia un aspetto forse ancora più inquietante.

Di seguito una bella intervista a Lucas Pavetto che racconta alcuni retroscena del suo The Perfect Husband, le difficoltà e i problemi con la sua lavorazione e ci parla anche dei suoi prossimi progetti! Buona lettura! 

[NSG] -  Come è nato il film e da dove hai trovato ispirazione per la storia?

[L.P.] -  Fin da piccolo ho sempre avuto una visione macabra delle cose. Quando mio padre mi diceva, “ehi guarda che bell’aereo che sta passando..” Io non potevo fare a meno di chiedergli: “ma Papà, se prende fuoco, le persone all’interno bruceranno senza poter uscire?”
Stessa cosa successe in linea di massima con The Perfect Husband. L’idea di fondo è nata nel periodo in cui stavo per diventare padre, e iniziai a immaginare le peggiori cose che sarebbero potute accadere durante il parto. Da qui nasce il nucleo originale del film. Ne ero divenuto ossessionato al punto da voler riprendere alcuni dettagli reali del parto, per poterli successivamente inserire nel film. Tuttavia, a causa di alcune complicanze i medici mi hanno impedito di entrare in sala parto, e mia figlia è nata con un cesario.
L’altro elemento che mi ha spinto verso l’ideazione del film è legato alla volontà di esplorare i rapporti di coppia. Volevo in qualche modo violare un intimità mettendo in scena la convivenza di due persone legate da una profonda conoscenza reciproca ma destabilizzate da una terribile situazione di stress. Basta un attimo per scatenare la natura maligna che alberga in ognuno di noi. Se analizzi qualsiasi fatto di cronaca, spesso sono sufficienti pochi istanti di follia per lasciare che la violenza prenda il sopravvento. Quello che nel film può sembrare, attraverso le lenti di una visione orrorifica, di fantascienza, è uno scenario molto più vicino alla realtà di quanto possiamo immaginare.

[NSG] – Quali sono stati i problemi durante le riprese del film?

[L.P.] – Lo devo ammettere, i problemi attraversati nel corso delle riprese sono stati molteplici. Purtroppo l’incompetenza di un pessimo esecutivo e di un organizzatore di produzione inadeguato hanno avuto un impatto devastante sul film. Il piano regia si è trasformato in un tour de force lungo 3 settimane, una guerra senza fine caratterizzata da ritmi di ripresa estenuanti. Nonostante avessi strutturato il film affinché venissero utilizzate un esiguo numero di location e pochissimi personaggi, la pellicola presentava comunque una serie di difficoltà verso cui si sarebbe dovuta prestare maggiore attenzione. Una sola settimana di pre produzione, ma molte sono state le figure che non mi hanno mai abbandonato come la scenografia, la fotografia e lo stesso finanziatore del film col quale ho stretto un rapporto lavorativo ma anche di amicizia.

[NSG] -  La location di The Perfect Husband“ è molto inquietante. Come hai trovato quel posto?

[L.P.] – Anche la fase di location scouting è stata alquanto tribolata. Fino a poche settimane dalle riprese ci trovavamo in alto mare. Di giorno in giorno mi venivano proposte ogni genere di assurdità: ville… condomini, abitazioni totalmente incompatibili con quanto richiesto dallo script. Preso dal panico e dalla disperazione ho iniziato ad organizzare escursioni in alta montagna, nella speranza di incappare in una qualsiasi baita in mezzo al bosco. A pochi giorni dalle riprese, sulle pendici dell’Etna, il destino ha risposto ai miei numerosi appelli e ho scovato uno chalet in tutto e per tutto corrispondente alla visione che albergava nella mia testa. Come si suol dire… spesso siamo noi i fautori delle nostre fortune… basta non mollare mai il colpo.

[NSG] – In quante settimane hai girato “The Perfect Husband”? E quanto tempo ci è volute di post produzione?

[L.P.] – Abbiamo girato per tre sole settimane, con una settimana di pre-produzione. I tempi di post produzione si sono allungati a dismisura a seguito delle infauste decisioni prese delle persone già menzionate in precedenza. Lo studio a cui ci eravamo affidati (se così si può chiamare) non ha fatto altro che dilatare mostruosamente ogni fase, fino a quando non sono dovuto intervenire personalmente. Ho trovato un livello di incompetenza tale da esserne rimasto addirittura sorpreso. Il montaggio è avvenuto nel più totale caos, così come il doppiaggio e il mixaggio, cose dell’altro mondo… E la “persona” che doveva occuparsi di finire il film, era una sorta di ciarlatano incapace persino di occuparsi di post produrre il filmino del matrimonio di mia cugina. Non faccio nomi in pubblico per correttezza, ma in privato sarò ben lieto di spiegare cosa sia successo al film affinchè altri registi indipendenti non incappino in questi personaggi, come d’altronde è già successo di recente a altri miei colleghi… Abbiamo impiegato 5-6 mesi per un lavoro che, in termini di tempi effettivi, sarebbe potuto essere curato in maniera migliore in poche settimane.

[NSG] -  Quale scena è stata la più intensa?

[L.P.] -   Nonostante le difficoltà di cui ho già fatto accenno, la scena più complicata è stata quella dello stupro. Come al solito c’era pochissimo tempo per girarla, avevamo accumulato una serie di ritardi inenarrabili e la confusione sul set regnava sovrana. Quel che stavamo cercando di raccontare tuttavia necessitava di un particolare tatto, a maggior ragione dal momento che Gabriella Wright (la protagonista del film) mi aveva confessato di aver subito un’esperienza traumatica di quel tipo. Ma si trattava di una professionista e ha voluto esorcizzare attraverso l’esperienza recitativa, quel demone del suo passato.

[NSG] – Che peso hanno le metafore nel film?

[L.P.] – Il linguaggio metaforico mi ha sempre affascinato, poiché attraverso il suo utilizzo si è in grado di evocare emozioni forti senza sbattere in faccia allo spettatore il significato di quanto si sta raccontando nella sua inequivocabilità. La mantide religiosa ad esempio è un elemento ricorrente, è il simbolo di un predominio sessuale femminile ed è una sorta di monito che in qualche modo guida lo spettatore più attento dentro il racconto.
Il senso di controllo che permea il mondo di Viola, il fatto che nella prima parte del film si senta costantemente osservata, attiene al mutamento che è in atto dentro di lei. Presto Viola accetterà la follia come una silente compagna, assecondandola nelle sue più estreme conseguenze.
Ci sono piccoli dettagli molto significativi, come la scelta di Viola di sfilarsi il braccialetto ricevuto in dono. Un crollo emotivo che viene contrastato da questa volontà di rimettersi in sesto, sistemandosi il trucco.
Anche il disvelamento a cui assistiamo nel corso del finale lavora attraverso immagini allusive: le rovine di palazzi abbandonati a loro stessi si scoprono essere una normale cittadina di periferia. Questo getta in una diversa luce tutto quello a cui abbiamo assistito. Cosa è filtrato attraverso gli occhi di Viola e cosa è reale?
Nell’ultima mezz’ora, l’escalation truculenta del film ha volutamente un senso di artefatto, è tutto spinto all’eccesso, proprio per assecondare il quadro che si va concretizzando nella mente della protagonista. Come negli incubi o nelle più terrificanti fantasie, non tutti i pezzi del puzzle finiscono per combaciare. Volevo fortemente ricreare questo sensazione di racconto irrisolto per creare una sorta di disagio nello spettatore. Il non detto è sicuramente più potente di quello che possiamo vedere in superficie.

[NSG] – Momenti positivi durante le riprese?

[L.P.] – Tra i momenti speciali annovero sicuramente le occasioni che mi hanno permesso di approfondire la conoscenza di Bret e Gabriella, prima ancora che due bravi attori, due persone davvero in gamba con le quali e nato un legame speciale. Ci siamo trovati così bene che ho deciso di affidare ad entrambi i ruoli principali del mio secondo film “The Alcoholist”. Stessa cosa per l’incontro con l’attrice italiana Tania Bambaci, con la quale sto continuando a lavorare e ad usufruire del suo talento artistico. Per il resto, si è trattato più che altro di lacrime e sangue, un periodo davvero intenso che mi ha preparato ad ogni tipo di battaglia.

[NSG] -  Cosa hai imparato dopo aver girato “The Perfect Husband”

[L.P.] – Ho imparato sulla mia pelle che la realizzazione di un film è un processo collettivo e se tutti i membri della squadra non sono devoti alla causa, il film è destinato a risentirne pesantemente. In questo senso scegliere con cura ogni singolo elemento della troupe diventerà una mia priorità assoluta in futuro. Di fatto non è diverso dall’accogliere un nuovo membro nella propria famiglia. Se si affronta questa scelta in maniera passiva, il rischio è di incappare in esecutivi cialtroni o sedicenti tali, che dal film vorranno solo spremere denaro. Sul set sono loro a diventare i tuoi peggiori nemici e la vita della pellicola purtroppo dipenderà dalle loro mani.

[NSG] -  Cosa significa per te essere un marito perfetto?

[L.P.] -  un uomo che ama sua moglie nel bene e nel male, che la rispetta e che la protegge in ogni circostanza avversa, anche schierandosi contro il senso comune. In qualche modo, pensandoci, non è diverso da come dovrebbe comportarsi un regista indipendente nei confronti del proprio film. Anche se tutto cospira contro di lui, è tenuto ad amarlo in maniera totale difendendolo fino all’ultimo con le unghie e con i denti.

[NSG] – Quali sono I tuoi progetti futuri?

[L.P.] -  Insieme a Bret e Gabriella e Tania ho appena terminato il mio ultimo thriller in America, THE ALCOHOLIST. Ad affiancarli nel cast Bill Mosley (Evil Reject di Rob Zombie) e John Robinson (Elephant, Lords of Dogtown). La trama parla di un alcolista (Bret roberts) ossessionato dalla insana volontà di uccidere il vicino (Bill Moseley). Per portare a termine il proprio scopo necessita  di restare lucido, ma le allucinazioni causate dall’astinenza lo ostacolano pesantemente. Saranno una psicologa degli alcolisti anonimi (Gabriella Wright) e la sua assistente (Tania Bambaci) ad aiutarlo, passando attraverso un drammatico turbine di follia. Al momento ho ripreso in mano un vecchio script CONFINE. Un grosso horror italiano che avevo lasciato in sospeso e che ora è in pre produzione. Le riprese inizieranno in primavera e nel cast ci sono diverse star italiane. Nel frattempo ho terminato il nuovo script di una dark comedy che girerò interamente in America.

[NSG] -  Qual’è il tuo più grosso progetto, che realizzeresti se avessi il giusto budget?

[L.P.] – Vorrei realizzare un film che, nonostante la nutrita tradizione cinematografica, vada ad esplorare una pagina oscura del 900: l’olocausto ebraico. Una sorta di Schinderl’s list virato attraverso una visione personale di alcuni eventi marginali. Lo sto scrivendo a tempo perso, ma ci vorranno anni prima di riuscire ad arrivare ad una versione dello script che mi soddisfi. Senza contare che per un progetto del genere, ho bisogno di una maggiore esperienza filmica che conto di acquisire nel prossimo decennio.

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