RECENSIONE “BEAUTIFUL PEOPLE” DI AMERIGO BRINI

[A cura di Davide Comotti]

Presentato con successo in vari festival di tutto il mondo, distribuito in DVD e Blu-Ray dalla Monster Pictures (Australia), Beautiful People (2014) è la sorprendente opera prima di Amerigo Brini. Un horror geniale, una vera goduria per gli amanti del genere diretto con freschezza dal regista, che si cala nei panni dello spettatore e mette in scena ciò che lo spettatore vuole vedere. Perché, al di là della grande cura tecnica con cui è girato, Beautiful People difficilmente può non piacere a chi ama il cinema horror, in quanto mette in scena una storia avvincente, imprevedibile, sanguinaria, in stile anni Ottanta in certi momenti: propone vari topos dei film dell’orrore, mescolandoli fra loro in modo da regalare qualcosa di nuovo, in un crescendo di tensione ed effetti gore/splatter. Brini è supportato da una produzione di un certo livello, la Doghouse Pictures, che pur rimanendo nel low-budget consente un cast e un supporto tecnico ed effettistico notevole, nonché dalla sceneggiatura di Andrea Cavaletto (su un soggetto dello stesso regista e Marco Palese), entrato ormai di diritto fra i maestri dell’horror indipendente. Non solo è fra gli autori di Dylan Dog, ma può vantare infatti un numero elevato di sceneggiature, dai film di Domiziano Cristopharo (Doll syndrome, Hyde’s secret nightmare, The transparent woman, etc.) agli horror/pulp estremi del cileno Patricio Valladares (Hidden in the woods, Dirty love, Toro Loco).

Beautiful People è sicuramente fra le sue opere più riuscite e originali, con un fluente e imprevedibile passaggio da home-invasion a zombi-movie che rende il film qualcosa di veramente unico. Da una parte abbiamo tre spietati assassini – Nibbio, il fratello Brett e Testamento (Alex Lucchesi) – che irrompono di notte nelle case facendo strage di chiunque vi abiti. Dall’altra, una famiglia apparentemente modello che abita in una villetta isolata: sono John (David White), la moglie e due figli, alle prese con la vita di ogni giorno. Una notte, i tre psicopatici fanno irruzione proprio da loro e sottopongono la famiglia a violenze di ogni tipo, fra stupri, pestaggi, minacce e sevizie psicologiche. La lunga notte di terrore conosce però un’incredibile svolta quando tutti quanti, vittime e aguzzini, devono fronteggiare all’improvviso un nemico comune: un’invasione di zombi affamati di carne umana e che contagiano chiunque venga morso.

Il paragone più immediato a cui viene da pensare è il celeberrimo Morituris (2011) di Raffaele Picchio, in cui un gruppo di stupratori assassini e le loro vittime vengono massacrati da gladiatori zombi: in entrambi i casi c’è una prima parte realistica e disturbante dove i veri mostri sono gli esseri umani, e una seconda in cui irrompe a sorpresa l’elemento soprannaturale culminante in un bagno di sangue. Morituris è un film complesso, leggibile a più livelli, che si eleva a metafora del Male universale; Beautiful People vuole essere innanzitutto un film d’intrattenimento (e ci riesce in pieno), ma in modo più o meno volontario nasconde anch’esso dei messaggi più pregnanti sulla crudeltà dell’uomo, i segreti oscuri che ciascuno custodisce e i “mostri” che nascono nelle case, nella quotidianità. A differenza del film di Picchio, Beautiful People introduce chiaramente già nella seconda macro-sequenza l’elemento orrorifico puro.

Le prime due sequenze sono funzionali a introdurre gli ingredienti principali della storia. Nella prima conosciamo il terzetto di serial killer, fra i più inquietanti e psicopatici che si siano visti nel cinema degli ultimi anni, non banali assassini ma nichilisti assetati di superomismo e di una distorta rivalsa contro i ricchi. La regia di Brini mostra subito il piacere di sorprendere lo spettatore aprendo il film con l’inquadratura di un amplesso fra un uomo e una donna: che non sia qualcosa di passionale e spontaneo lo capiamo dopo, quando la scena mostra i tre torvi individui che obbligano la coppia a fare sesso sotto la minaccia di una pistola. Sono il capo Nibbio (Daniel Cutler), grosso e dal ghigno inquietante, un italiano noto come Testamento (Lucchesi) e il fratello del capo, Brett (Alex Southern), un ragazzo intento a filmare la scena e che sembra essere l’anello debole del branco. La sequenza è intrisa di una crudeltà disturbante, non tanto per la conclusione splatter, quanto per il sadismo e voyeurismo folle reso in maniera realistica da attori veramente in parte, ciascuno con il proprio carattere e le proprie peculiarità. Memorabile la performance di Lucchesi, uno fra i “duri” per eccellenza dell’indi italiano (Anger of the dead, Eaters, Insane), qui nel suo ruolo più cattivo di sempre, il cui volto truce e impassibile e il fisico muscoloso sono incrementati dall’espressione folle e da una croce diabolica tatuata sul volto. A questa prima introduzione ne segue una seconda, quando vediamo una ragazza segregata in un misterioso laboratorio e divorata da un gruppo di zombi. E qui lo spettatore gode di sicuro, quasi incredulo di trovarsi di fronte ad effetti speciali che sembrano usciti da un film anni Ottanta, sia per il make-up dei morti viventi sia per il gore e lo splatter, con la carne di lattice strappata a morsi, fiotti di sangue che scorrono e budella strappate.

Tutto questo sarà sviluppato e amplificato nel corso del film. Si accantona momentaneamente l’elemento zombiesco, che nel frattempo stuzzica la curiosità, e si passa alla prima parte, quella più violenta, realistica e “fastidiosa”. Cavaletto è come sempre magistrale nel costruire la sceneggiatura, quindi – se prima ha introdotto alcuni personaggi – ora ne introduce altri costruendo una storia robusta, senza lanciarsi subito nell’effetto facile. La storia si concentra su una famiglia-tipo della vita comune – non è specificata l’ambientazione del film, potrebbe essere l’Italia ma anche un altro Paese: il capofamiglia John Pontecorvo è interpretato da un altro nome di punta dell’indi italiano, quel David White visto in Anger of the dead – The movie, Zombie massacre 2, Subject 0 e altri ancora, sempre a suo agio col suo volto “all’americana”, severo e impassibile, qui sposato con la bella Elena (Kate Marie Davies, attrice britannica parecchio attiva all’estero). A testimonianza di una sceneggiatura e regia solide, va notato come anche i dialoghi fra i membri della famiglia non annoiano mai, anzi coinvolgono e incuriosiscono: il nucleo della discussione è infatti l’attività del padre, scienziato impegnato nella vivisezione degli animali, e il misterioso laboratorio sotterraneo a cui accede dalla casa. Un primo elemento di inquietudine, che sembra richiamare il bunker di Martyrs (e, a ritroso, anche del classico The fly con Vincent Price). Forse Brini aveva in mente davvero lo scioccante horror francese Martyrs, visto che l’irruzione dei killer avviene con modalità simili, tanto inaspettata quanto violenta, con una fucilata improvvisa che fa schizzare sangue dappertutto. Questa scena fa da preludio a una mezzora di home-invasion veramente cattivo, quel filone oggi molto in voga e incentrato su persone chiuse in casa che devono difendersi da feroci assassini (un genere poco frequentato in Italia, ricordiamo solo Surrounded di Girolami e Patrizi).

Con tonalità quasi da torture-porn, a metà fra i moderni home-invasion e i rape & revenge anni Settanta, la regia gioca non tanto sugli effetti speciali quanto sul realismo e la morbosità di quanto vediamo: il brutale pestaggio di White, lo stupro della Davies, tutto sotto gli occhi dei due figli, e i dialoghi forti, ricchi di espressioni volgari. La tensione si taglia con il coltello – giusto per rimanere in tema, visto che il bambino è tenuto in ostaggio da Lucchesi con un rasoio – e giocano un ruolo fondamentale l’interpretazione urlata di Cutler in opposizione alla sofferenza della coppia White/Davies (il doppiaggio in inglese rende molto). Esplosioni di violenza si mescolano a torture psicologiche, con il capobanda che vuole mettere a nudo i segreti della vita sessuale dei due e minaccia di rompere la testa al figlio più piccolo. L’atmosfera pesante e claustrofobica è accentuata dalla fotografia di Paco Ferrari, incentrata su toni scuri e bluette, e dalle scenografie minimaliste – il comune interno di una casa, reso disturbante dall’irruzione della violenza; le musiche ritmate e ossessive di Giacomo Falciani, che avevamo già sentito sui titoli di testa, si alternano a momenti in cui la scena è dominata esclusivamente dai suoni intradiegetici come le urla di Cutler e le grida di dolore e paura.

La transizione dalla prima alla seconda parte avviene in maniera così morbida e fluente che quasi non ce ne si accorge. Vittime e carnefici si trovano infatti circondati da famelici zombi, grazie a un notevole twist narrativo che è bene non rivelare per non privare della sorpresa gli spettatori novelli: e il bello è che non sono le creature ruggenti e col sangue digitale che spesso vediamo nell’horror contemporaneo, ma i “bei” morti viventi di una volta, vagamente romeriani e fulciani, col volto semi-decomposto, l’andatura incespicante e gli abiti stracciati. Gli effetti speciali sono rigorosamente artigianali (nel senso buono della parola) e realizzati con grande cura un po’ in stile Tom Savini e in generale molto eighties, proprio quel tipo di horror di cui spesso si sente la mancanza oggi: non a caso, gli FX sono del veterano David Bracci, coadiuvato nel make-up da Enrico Galli e Alessandro Catalano. Beautiful People si trasforma così in un autentico zombi-movie, un tripudio gore/splatter a base di sangue, carne strappata a morsi, corpi spappolati e viscere divorate direttamente sul posto; compare persino uno zombi molto sui generis, col viso deformato da un’ammucchiata di carne che ricorda i mostri di Brian Yuzna, mentre i volti dei morti viventi hanno un’estetica un po’ sullo stile dell’Evil Dead raimiano. Come nella migliore delle tradizioni, gli zombi sono affamati di carne umana e trasformano in loro simili chiunque sia stato morso, aprendo così uno squarcio apocalittico. In queste sequenze, lo spettatore può “riposarsi” un po’ dalla grande tensione emotiva provata nel sequestro casalingo, per “divertirsi” con sequenze violentissime e splatter ma più fumettistiche e meno disturbanti, in quanto non realistiche ma attinenti al fantastico. Non siamo comunque in un horror leggero, tutt’altro, perché la mano di Brini va sempre giù pesante in quanto a suspense e brutalità di ogni tipo, sempre con le musiche di Falciani a fare da accompagnamento. Beautiful People è un horror straordinario perché si muove continuamente fra diversi livelli: è un omaggio all’horror del passato ma al contempo è un film moderno, mescola vari filoni in apparenza lontanissimi l’uno dall’altro creando però qualcosa di nuovo.

 

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