RECENSIONE “A DARK ROME” DI ANDRES RAFAEL ZABALA

[A cura di Davide Comotti]

Il cinema indi italiano è fatto anche da registi stranieri che da anni vivono qui e hanno assorbito la nostra cultura cinematografica mantenendo però un gusto personale. È il caso, per esempio, dell’argentino Andrés Rafael Zabala: regista televisivo, documentarista e produttore, si dedica anche al film a soggetto con una piacevole black-comedy soprannaturale, A dark Rome (2014), presentato in vari festival di tutto il mondo. Scritto dallo stesso regista, vede come protagonista Patrick (David Jones Jr.), un giovane artista gallese che giunge a Roma dall’amico Frank (Michael Schermi), tatuatore presso un centro benessere diretto dal losco Gabriele (Matt Patresi) e frequentato da ambigui sacerdoti: il ragazzo inizia uno stage come factotum, ma il suo obiettivo è quello di diventare lui stesso un tatuatore. L’occasione arriva quando sospetta il tradimento di Greta (Rosanna Fedele), moglie del capo, proprio con Frank: rivela quindi tutto a Gabriele, che uccide il ragazzo e ne fa sparire il cadavere. Non era questo che voleva Patrick, ma ormai il posto è suo e inizia a farsi conoscere come artista. Però c’è un problema: il fantasma dell’amico, che solo lui può vedere, gli appare e lo tormenta nelle situazioni più scomode per convincerlo ad andare alla polizia e denunciare l’accaduto.

Mai titolo fu più azzeccato, perché nell’atmosfera del film risulta fondamentale l’ambientazione: una “Roma oscura” – come recita il brano cantato da Rosanna Fedele – dai toni grotteschi e surreali, una città soprattutto notturna dove il fantastico trova spazio all’interno di un contesto quasi pulp. Interessante e pressoché unico è innanzitutto il metodo di narrazione utilizzato: il film inizia e si intermezza con l’intervista a uno dei personaggi (il gallerista Alex De Lillo interpretato da Bruce McGuire), che si rivolge a un interlocutore parlando di quanto accaduto a Patrick. Scopriremo poi che l’intervistatore è uno dei realizzatori del film, il cui titolo è citato esplicitamente, che sta raccogliendo una testimonianza sull’accaduto: l’opera vuole dunque essere una sorta di mockumentary narrato però sotto forma delle consuete spoglie di fiction, o se vogliamo una via di mezzo fra mockumentary e narrazione tradizionale – con un tocco di meta-cinematografia. Curiosa anche la scelta di “sfidare” lo spettatore inserendo vari flash-forward, già dall’inizio, raccontando qualcosa che si capirà solo in seguito alla luce di tutta la vicenda.

A dark Rome si muove continuamente fra diversi stili, che si mescolano in modo creativo: la commedia nera, il pulp/noir, il thriller e la componente fantastica. Zabala unisce quindi umorismo, gag, personaggi stranianti e grotteschi, omicidi e apparizioni soprannaturali. Non ci sono momenti di vera suspense, fondamentalmente perché non siamo in un horror: richiamando vari classici del genere, Patrick è costretto a sopportare questa visione (forse un vero fantasma, o forse una proiezione della sua coscienza), il defunto amico Frank dal volto cadaverico e con una macchia di sangue sull’addome dove è stato pugnalato; qualche ulteriore tocco di make-up avrebbe reso più suggestivo il personaggio, ma anche così funziona abbastanza bene. Simpatiche soprattutto alcune scene in cui fa irruzione lo spettro, per esempio in bagno oppure quando il giovane si sta appartando con due belle ragazze rumene e Frank giunge a guastargli la festa, così come divertenti sono le ricorrenti scene dove il protagonista parla col fantasma – invisibile agli altri – generando equivoci a non finire. Il cast è composto da vari attori stranieri abbastanza conosciuti a livello internazionale, accanto ad attori italiani come la Fedele e altri ancora, e l’insieme funziona bene, restituendo caratteri pittoreschi: dagli stralunati Patrick e Frank alla femme-fatale Greta, dal viscido e inquietante boss Gabriele allo zio omosessuale, dal gallerista a una schiera di preti che vediamo passare nel beauty-center. Questa è un’altra peculiarità del film, una sorta di divertente satira sui sacerdoti e la religione, senza velleità sociologiche: sono loro infatti i principali frequentatori del centro benessere, amanti della bella vita, e qualche battuta fa pensare che ci siano anche altri “servizi” disponibili (si parla di “altra stanza” e “trattamenti particolari”) – da notare anche il dilemma se confessare al prete o alla polizia. A dark Rome è girato parte in inglese e parte in italiano, a seconda dei personaggi che sono in scena: da notare come il doppiaggio inglese sia più efficace rispetto a quello nostrano (e così accade in molti filmindipendenti).

Un po’ altalenante la fotografia: nelle scene diurne soffre infatti di una certa piattezza – non che sia fatta male, si vede che la realizzazione è professionale, ma forse un po’ televisiva (infatti il dop Tommaso Biciocchi lavora molto in TV). Decisamente meglio invece nelle sequenze notturne: le suggestive inquadrature romane (Castel Sant’Angelo in particolare) riprese con varie illuminazioni, insieme alle note jazz della Fedele, restituiscono il fascino di una città oscura e misteriosa.

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