RECENSIONE “RIGOROSAMENTE DISSANGUATI DA VIVI” DI DAVIDE SCOVAZZO

[A cura di Davide Comotti]

[ATTENZIONE SPOILER]

Rigorosamente dissanguati da vivi di Davide Scovazzo è il primo episodio già concluso (e presentato in anteprima a Genova) di Sangue misto, il primo horror multietnico italiano attualmente in fieri, che vedrà la luce nei prossimi mesi e di cui abbiamo già parlato in precedenza. Ciascun segmento, in sé concluso e dunque godibile anche come cortometraggio singolo, racconta una vicenda horror all’interno di un gruppo etnico in una città italiana (la comunità araba di Genova nel caso di Scovazzo), con un gusto di pura exploitation e senza nessuna velleità pseudo-moralista. Il progetto è ambizioso e coinvolge vari nomi di spicco del panorama indi italiano: certo è che se tutti i racconti avranno la potenza e la crudeltà di Dissanguati, sarà davvero un film memorabile. Il genovese Scovazzo può vantare alcuni ottimi cortometraggi (Durante la morte, Tutto il bene del mondo, Tutto il male del mondo presente nel collettivo 17 a mezzanotte) – caratterizzati da un profondo nichilismo, uno spleen baudelairiano in cui la componente horror si mescola col surrealismo. Questa è la vicenda. Al termine di una serata alcolica in discoteca, una ragazza (Iulia Laura Cifra) entra in una gastronomia araba per comprare un kebab: dopo essere stata servita da uno strano commesso (Enrico Luly), viene adescata da un elegante musulmano che la porta in uno scantinato con la scusa di fare sesso. In realtà, si trova imprigionata in una cantina degli orrori dove i proprietari del negozio la stuprano, la scuoiano e la uccidono: il loro è infatti un kebab molto particolare, a base di carne umana. E la ragazza non sarà l’unica vittima. Dissanguati  è un lavoro molto personale, e infatti scritto dal regista stesso: nei primi minuti in particolare, il regista prosegue la sua poetica (anti)descrittiva presentando una Genova decadente fatta di disagio, vomito, locali equivoci, eroinomani sul ciglio della strada, con una ricercatezza delle inquadrature che vanno dai campi lunghi frenetici e velocizzati a immagini sempre più strette sui vicoli, i graffiti, i dettagli – trasmettendo con uno stile frenetico quasi da videoclip una sensazione di squallore e abbandono.

L’affascinante protagonista ci viene presentata in una discoteca con luci psichedeliche e coloratissime in mezzo a personaggi “scovazziani” quali un uomo col volto dipinto di nero che legge racconti di Poe, un DJ con camicia tigrata e capelli verdi e un punk affacciato sulle scale. Non mancano le scenografie rosa – colore molto amato dal regista, che fra i suoi primi lavori annovera il cortometraggio Pink forever – quali i muri e la scritta “Pipì Room” indicante la toilette. Qui vediamo la prima sequenza stomachevole del film, con la Cifra che vomita nel lavandino ripresa in soggettiva dal buco dello scarico, come se lo squallore di ciò che vediamo volesse idealmente spargersi sullo spettatore. Da qui in poi, Scovazzo alza i toni orrorifici e sadici: prima i dettagli sull’eroinomane (molto realistico, più drammatico che horror), espressione della disperazione umana, poi tutta la parte più sostanziosa della vicenda – preannunciata dalle melodie arabeggianti che abbiamo sentito sulle prime inquadrature. Nel negozio di kebab incontriamo quindi Enrico Luly, attore-feticcio di Scovazzo, la cui estetica (grazie anche al trucco) ben si presta al ruolo di arabo – c’è un’inquadratura particolarissima in primo piano sul suo volto allucinato e in estasi, come se pregustasse la nuova preda. La sventurata ragazza si trova infatti presto rinchiusa in una squallida cantina degna di Leatherface, insieme a due altri inquietanti personaggi arabi – l’elegante seduttore e un uomo tarchiato e col turbante in testa.

Le scenografie con pareti spoglie, sporche e insanguinate, l’espressività degli interpreti (notevoli soprattutto la Cifra come scream-queen e Anwar il macellaio col suo volto folle) e gli effetti speciali (Fabio Taddi) producono un terribile senso di realistico orrore, una sorta di “Non aprite quella porta 2.0” (notiamo anche un cesto con pelli scuoiate), facendo quasi “percepire” allo spettatore il senso di squallore e puzza del mattatoio. Accanto a una testa di animale scuoiato, la ragazza viene prima stuprata da Anwar e poi appesa a un gancio, in una singolare rivisitazione del torture-porn. Mentre Luly riprende tutto sghignazzando sadicamente, il macellaio le amputa un seno con una sega elettrica da cucina, in un dettagliato tripudio gore/splatter che – senza voler scomodare il maestro Lucio Fulci – ricorda i bei effetti speciali artigianali di Joe D’Amato e Bruno Mattei, come pure lo schizzo e il colare del sangue che sanciscono la sua morte.

Ecco quindi che l’immagine comune del kebab si trasforma in un’orribile pasto antropofago (“Non buttiamo via niente, sappiamo cosa fare con la carne”, dice l’uomo elegante al telefono). Nell’ultima parte del corto entra in scena una guest-star d’eccezione, il cantante Johnson Righeira, in una sequenza che dimostra il genio di Scovazzo nel sorprendere lo spettatore: quando ci aspettiamo che l’episodio sia ormai finito, c’è spazio ancora per qualche inquadratura di torture e sangue, compresa una mano mozzata. Da notare infine alcune inquadrature feticiste tipiche del regista: la mannaia con cui Anwar accarezza il piede e il corpo nudo della Cifra, e (nella scena finale) i piedi coi tacchi della donna araba sul pavimento insanguinato.

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