“ROMA TERMINI” DI BARTOLOMEO PAMPALONI GIOVEDI 18 AL NUOVO CINEMA AQUILA

GIOVEDI’ 18 DICEMBRE ALLE 21:30 AL NUOVO CINEMA AQUILA INCONTRO CON IL REGISTA DEL DOCUMENTARIO “ROMA TERMINI” BARTOLOMEO PAMPLALONI

Comunicato Ufficiale: Giunge nella nostra sala – forte del successo ottenuto al recentissimo Festival Internazionale del Film di Roma, nella sezione ‘Prospettive Italia’ – il doc di Bartolomeo Pampaloni sul dramma dei senza tetto capitolini che affollano il principale svincolo ferroviario d’Italia. Il regista – assieme a Stefano Pili, uno dei protagonisti del doc – risponderà alle domande del pubblico al termine delle due proiezioni serali. Il prezzo del biglietto è di € 4.

Sinossi: Roma Termini, stazione centrale di Roma, principale stazione d’Italia: 480.000 passeggeri in transito ogni giorno. Tra tutta questa gente, nascosto in mezzo alla folla, vive un gruppo di uomini e donne per i quali la stazione non è un punto di passaggio, ma un luogo di vita. Roma Termini diventa allora un’immensa anonima abitazione, una città nella città che ospita queste persone e le aiuta a trovare un modo per sopravvivere senza niente. Quattro uomini, quattro storie di persone in caduta libera, che, giorno dopo giorno, si ritrovano sempre più ai margini della società. Svanire lentamente, diventare invisibili: non più Stefano, Angelo, Tonino, Gianluca, ma solo un altro, anonimo, clochard.

“Volevo un film nuovo, sincero, diretto, nato dalla strada e dalla verità di vite vissute fino in fondo, di emozioni colte sul nascere: un film senza retorica, senza ipocrisia o pietismo, un film senza distanza di sicurezza, ma crudo e vero, come la vita” ha dichiarato con eloquenza Bartolomeo Pampaloni presentando l’idea che è alla base del suo film. Così ho preso la mia piccola telecamera e sono uscito per le vie della città, ad ascoltare le centinaia di persone che si incrociamo quotidianamente: gli invisibili, coloro che vediamo passare e che presto dimentichiamo, i solitari nel caos della metropoli, ferita aperta nel cuore pulsante della città. Pian piano ho cominciato a far breccia in questo cosmo nascosto e giorno dopo giorno mi sono ritrovato sempre più coinvolto in questo progetto, che sembrava crescere e svilupparsi da solo: constatavo quanto queste persone avessero bisogno di qualcuno con cui parlare della propria vita, dei loro problemi, ma anche con cui condividere momenti spensierati e discussioni sul mondo. Sentirsi gente normale, che parla seduta ad un caffè, senza pensare, per un attimo, alle angosce del proprio quotidiano. Grazie ad un approccio molto diretto, in un’atmosfera di complicità e di fiducia reciproca che si è venuta subito a creare, ho potuto penetrare velocemente nell’intimità di ciascuno di loro, ascoltare una parola viva, sincera, assistendo in prima persona agli eventi quotidiani che mi hanno lasciato condividere con loro. E’ stato così che, sviluppando queste relazioni, entrando sempre più a fondo nelle vite delle persone che incontravo nel mio girovagare quotidiano per la stazione, si è andata formando l’idea di questo documentario di strada.”

Note di regia: Dopo aver frequentato la Scuola Nazionale di Cinema di Roma, mi sono ritrovato da solo, a casa, a cercare finanziamenti per realizzare i film che avevo scritto. Sono rimasto mesi ad attendere, inutilmente, delle risposte che non arrivavano, finché non ho capito che, se davvero volevo fare un film, dovevo farlo da solo. Volevo un film nuovo, sincero, diretto, nato dalla strada e dalla verità di vite vissute fino in fondo, di emozioni colte sul nascere: un film senza retorica, senza ipocrisia o pietismo, un film senza distanza di sicurezza, ma crudo e vero, come la vita.
Così ho preso la mia piccola telecamera e sono uscito per le vie della città, ad ascoltare le centinaia di persone che si incrociamo quotidianamente: gli invisibili, coloro che vediamo passare e che presto dimentichiamo, i solitari nel caos della metropoli, ferita aperta nel cuore pulsante della città. Pian piano ho cominciato a far breccia in questo cosmo nascosto e giorno dopo giorno mi sono ritrovato sempre più coinvolto in questo progetto, che sembrava crescere e svilupparsi da solo: constatavo quanto queste persone avessero bisogno di qualcuno con cui parlare della propria vita, dei loro problemi, ma anche con cui condividere momenti spensierati e discussioni sul mondo. Sentirsi gente normale, che parla seduta ad un caffè, senza pensare, per un attimo, alle angosce del proprio quotidiano.

Grazie ad un approccio molto diretto, in un’atmosfera di complicità e di fiducia reciproca che si è venuta subito a creare, ho potuto penetrare velocemente nell’intimità di ciascuno di loro, ascoltare una parola viva, sincera, assistendo in prima persona agli eventi quotidiani che mi hanno lasciato condividere con loro. E’ stato così che, sviluppando queste relazioni, entrando sempre più a fondo nelle vite delle persone che incontravo nel mio girovagare quotidiano per la stazione, si è andata formando l’idea di questo documentario di strada. Volevo qualcosa di vivo, di vero, senza filtri, che nascesse dal contatto diretto con la quotidianità di queste persone. Volevo solo provare ad essere parte della loro vita per un momento, per mostrarne la profonda umanità, la quotidiana sofferenza, la genialità, la follia, nella radicalità di una simile vita, voluta o subìta che fosse. Nessuna troupe e nessuna sceneggiatura, per lasciare che fossero loro stessi a dirigere lo sguardo, a portarlo con naturalezza sul loro quotidiano, senza le ipocrisie, i sensazionalismi o i facili pietismi di cui spesso li sappiamo vittima dell’attenzione mediatica. Così, per più di quattro mesi, sono rimasto alla stazione Termini, dove ogni giorno andavo per mettermi all’ascolto della realtà che avevo scelto di rappresentare, senza idee preconcette sul mondo che volevo riprendere. Questo è stato il solo modo che ho trovato per restare umano, per cercare di mostrare queste persone per quello che sono e non per quello che rappresentano.

L’obiettivo era quello di fare qualcosa di sincero, di vero, che io sentissi come necessario, fresco e intenso allo stesso tempo. Non un film sui clochard, ma piuttosto un film fatto da loro stessi, dove potessero raccontarsi da protagonisti della propria vita. Volevo che, attraverso le emozioni del film ognuno potesse, per un attimo, immedesimarsi in quelle persone, che troppo spesso, comodamente, ci teniamo distanti. Per quello che ho potuto vedere, so che si tratta di uomini e donne ripiegati su loro stessi dalle proprie paure, dai risentimenti, dai dolori, dai traumi: ferite aperte che portano sulle spalle giorno e notte, senza maschere, senza distrazioni, nella solitudine delle nostre metropoli avare d’umanità. La loro silenziosa e costante domanda di aiuto è spesso sommersa dalle dipendenze, dalle cattive abitudini, dalla vergogna, dal continuo sminuirsi e spesso anche dai problemi psichici: una serie di elementi che impedisce loro di uscire dalla costante ripetizione delle medesime azioni, dove gli stessi errori li rendono incapaci di trovare una via per uscire dalla voragine che, sempre più vasta si apre attorno alle loro esistenze.

Mi sono così ritrovato ad individuare quattro persone che ho seguito nel quotidiano, ascoltando le loro storie, partecipando ai loro sforzi per restare in piedi, nel ciclico girare intorno ai traumi irrisolti. La Stazione Termini è lo scenario comune di queste storie, il luogo dove prendono vita, dove i vari personaggi si incontrano e dove la storia termina. La stazione è lo sfondo impersonale, il palcoscenico comune dove i nostri personaggi appaiono, come naufraghi sulla superficie delle acque. Ho cercato di rappresentare la stazione come un luogo enigmatico e astratto, come un limbo e tratteggiare le persone che la attraversano come uno stuolo di anime erranti, sulle rive della vita. E’ difatti in questo equilibrio precario tra astrazione e crudezza, questo mix tra attimi sospesi di poesia e immersioni in apnea nel cinema-verità, che ritrovo il mio segno, il mio modo di guardare l’esistenza.

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