RECENSIONE “LEANING” DI ENRICO CONTE

[A cura di Davide Comotti]

[Attenzione presenti SPOILER] – Enrico Conte, dopo l’ottimo dramma/noir Riconoscere, offre un’altra prova di maturità con l’horror Leaning (2014). Ispirato, per esplicita dichiarazione del regista, al monumentale thriller di Charles Laughton La morte corre sul fiume (1955), vi unisce con eleganza tematiche e stili del cinema horror italiano e americano. Un’unione che può sembrare forzata, o quanto meno improbabile, ma che invece risulta perfetta grazie all’ottima regia e sceneggiatura (scritta dallo stesso Conte sulla base di un suo soggetto e vincitrice del Premio Bernardino Zapponi 2013). La storia è ambientata in un anonimo paese di campagna, sconvolto da feroci omicidi e bambini scomparsi: un giorno, una madre coi suoi due bambini riceve la visita del killer – un prete diabolico armato di croce con una lama – e viene decapitata; i figli dovranno lottare per la sopravvivenza.

Come evidente, la trama è volutamente debitrice di Night of the hunter: un prete assassino (Robert Mitchum nel classico di Laughton), una famiglia in pericolo, due bambini che devono salvarsi. Naturalmente, come ogni buon omaggio che si rispetti, la sceneggiatura si evolve poi in qualcosa di diverso – un’opera dai connotati marcatamente horror e con scene gore – fino al geniale colpo di scena che introduce un elemento soprannaturale cambiando le carte in tavola. Anche la figura del prete assassino prende le distanze dall’elegante modello di Mitchum per mettere in scena un’inquietante figura più viscida e moderna: quasi scheletrico, volto malvagio e pochi capelli sulla nuca, si muove implacabile col suo vestito nero e la croce trasformata in arma micidiale grazie alla lama montata sul fondo. Leaning assorbe le atmosfere sia dal thriller/horror italiano sia da quello americano: come dichiarato nelle note di regia, Conte ha un occhio di riguardo per Fulci e Argento, ma anche Hooper, Craven e Carpenter, sempre re-interpretati liberamente. Il killer in abito talare è infatti una figura molto diffusa anche nel thriller nostrano – Non si sevizia un paperino e Chi l’ha vista morire?  in primis. Ma in certi momenti viene spontaneo pensare ad opere “selvagge” come Non aprite quella porta o L’ultima casa a sinistra, grazie anche agli ottimi effetti splatter (la donna trafitta e decapitata, la sanguinaria lotta fra il prete e la ragazzina) e a una regia particolarmente attenta alla messa in scena della crudeltà – mai compiaciuta – anche in dettagli come i suoni che accompagnano la lacerazione della carne. Ottimo il make-up del demone che incontriamo nella seconda parte, un omaggio a La casa di Raimi.

Raffinato il comparto estetico: una fotografia (Cosimo Fiore) molto cinematografica e con prevalenza di tonalità grigie, un montaggio originale specialmente in alcune scene (vedasi “l’inganno” della soggettiva della bambina) e un prezioso riferimento nella colonna sonora. Oltre ai brani d’atmosfera composti da Stefano Sacchi, Conte recupera infatti Leaning – da cui il titolo – canzone da chiesa molto diffusa negli Stati Uniti – in due modi: in senso intradiegetico, cioè facendola fischiettare al prete assassino (come faceva Mitchum), e in senso extradiegetico lungo i titoli di coda (con un’intonazione che ricorda quella del grande attore americano). Un’ulteriore citazione da La morte corre sul fiume la troviamo sulla croce, dove sono incise le parole “love” e “hate”, che Harry Powell aveva tatuato sulle nocche delle mani. Bellissime, e significative alla luce di quanto vediamo nel corto, le tavole disegnate che accompagnano i titoli di coda: illustrazioni antiche raffiguranti inquisitori e demoni, fra cui alcuni impiccati con la specifica denominazione “suspendentes”; visto che la parola “leaning” significa anche “impiccato” oltre che “adagiato”, ecco un originale doppio senso nel titolo.

 

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