RECENSIONE “PSYCHOMENTARY” di Luna Gualano

[Di Davide Comotti]

La giovane regista Luna Gualano esordisce alla grande nel lungometraggio con Psychomentary (2013), un durissimo mockumentary presentato e premiato in vari festival (ricordiamo: ToHorror 2013, dove ha vinto il premio come miglior opera prima, e Fantafestival 2014) e che il prossimo ottobre uscirà nelle sale (anche in 3D). Il found-footage è un genere che sta lentamente prendendo piede anche nel cinema indipendente italiano (Road to L., Doc 33, End roll) e che nell’opera della Gualano trova uno dei suoi migliori esempi. Rigoroso nella sua forma documentaristica, assolutamente realistico e quasi “scientifico” – con la sceneggiatura del regista e criminologo Giorgio Amato (Circuito chiuso, The stalker) – è formato da un insieme di registrazioni (telecamere nascoste, video-chat) che lo psicopatico protagonista ha montato e inviato al governo italiano. Già, perché Psychomentary ha fra i suoi pregi un insolito approccio “sociologico” alla storia (oltre che psicologico, come suggerisce il titolo), ricco di retroscena e riflessioni per nulla scontate in un film di genere thriller/horror.

Un misterioso individuo (Emiliano Rubbi) ha rapito la figlia del senatore Silvestri, chiedendo un milione di euro per la sua liberazione. Conduce le trattative il capitano dei Carabinieri Brunetti (Gianluca D’Ercole), che di fronte alle pressioni del politico e alla minaccia concreta è costretto a cedere al ricatto. Ma dopo il versamento della somma il sequestratore non rilascia la ragazza, anzi mostra in diretta video al capitano e al magistrato che ha con sé altri ostaggi. Lo psicopatico è riuscito a piazzare una telecamera nascosta nell’ufficio dei carabinieri e conosce così in anticipo le loro mosse. Inizia quindi un crudele gioco al massacro fra il killer e Brunetti, con il quale sembra avere un conto in sospeso: il carabiniere sarà costretto a mettersi in gioco personalmente quando vengono toccati i suoi affetti più cari.

Psychomentary è un vero pugno nello stomaco, duro e scioccante: non solo nelle due scene gore/splatter, ma anche nella continua rappresentazione della sofferenza psicologica. Il film, diretto in maniera solida dalla Gualano, procede per accumulo di tensione e immedesimazione, è la storia di una vendetta pianificata e attuata in modo scientifico, fino all’angosciante e aperta conclusione che lascia il segno. Il bravissimo Gianluca D’Ercole conosce una singolare evoluzione da inflessibile uomo di legge a inerme ostaggio quando l’anonimo nemico rapisce la figlia. Grande anche Emiliano Rubbi, che non viene mai inquadrato in primo piano, se non di profilo o quando indossa l’inquietante maschera di gomma con becco d’uccello: ma è sufficiente la voce, profonda e contraffatta, per inquietare lo spettatore. Psychomentary è un film di sofferenza, e la regia riesce a trasmettere tutta la disperazione dei personaggi: le vittime, legate in un lurido scantinato in stile torture-porn, il senatore, il capitano, ma anche lo stesso sequestratore nel momento in cui viene svelata la sua tragica storia che lo ha spinto ad agire in maniera così violenta. Memorabili i duetti fra D’Ercole e Rubbi, prima tramite video-chat e poi dal vivo: nel corso della sfida psicologica via computer, Brunetti è costretto addirittura a scegliere due vittime da uccidere per salvare la vita alla ragazza. La scelta cade su un rumeno e una prostituta, che vengono squartati dall’assassino mentre ascolta la vivace canzone Musica per organi caldi dei Pigneto Chic: corpi sventrati e interiora estratte (poi utilizzate per fare degli hambuger) sono mostrati con dovizia di particolari – e non a caso il film ha vinto un premio per gli effetti speciali (Riccardo Montella) al ToHorror 2013. Da notare che, come in ogni autentico found-footage, tutte le inquadrature che vediamo sono frutto di un materiale immaginario filmato e montato dall’assassino attraverso i più disparati mezzi: telecamere piazzate dentro e fuori la squallida abitazione, microcamere nascoste negli uffici, video-messaggi e video-chat; ottimo il lavoro di ricostruzione visiva e grafica, con effetti e colorimetria differenti (a volte “al naturale”, a volte volutamente più amatoriali) e time-code presente sulle immagini.

Oltre al forte impatto psicologico che non può lasciare indifferenti, compresa la natura del killer che si muove in incognito fra le persone, Psychomentary trova una forte componente di interesse e originalità anche nella sua natura “sociologica” – in certi momenti quasi di denuncia, o quantomeno di riflessione. Il film si apre con il video-messaggio del sequestratore, il quale legittima le sue azioni con la necessità di ottenere quella giustizia che lo Stato non è in grado di dare. Un tema molto forte, che ritornerà in maniera più decisa anche in seguito, nel corso di una dolorosa riflessione sul valore delle vite umane e sul risarcimento che lo Stato dà ai parenti delle vittime degli incidenti, e durante il confronto finale fra D’Ercole e Rubbi.

 

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