RECENSIONE “SURROUNDED” DI LAURA GIROLAMI E FEDERICO PATRIZI

[Di Davide Comotti]

Nel panorama horror/thriller stiamo assistendo di recente a un fenomeno particolare. All’estero numerosi registi dirigono film volti a omaggiare e rivisitare il genere italiano anni Settanta e Ottanta: Amer e L’étrange couleur di Cattet/Forzani, Masks di Marschall, ma anche Sonno profondo dell’argentino Onetti, e altri ancora. In Italia invece, se da un lato alcuni registi indipendenti rivisitano questo filone (Tulpa di Zampaglione, Come una crisalide di Pastore), altri si dedicano all’emulazione di modelli stranieri – americani soprattutto – in modo del tutto personale. Due ottimi esempi in tal senso li troviamo adesso al cinema, grazie alle produzioni di Gabriele Albanesi, il regista cult del Bosco fuori che da qualche anno fa a sua volta da “mecenate” per giovani registi talentuosi: Paranormal Stories (2014, AA.VV.), un Creepshow all’italiana, e Surrounded (2014) di Laura Girolami e Federico Patrizi. Quest’ultimo, su cui ci concentriamo, si inserisce nel filone dell’home-invasion: un genere horror/thriller (statunitense ma non solo) in cui un gruppo di persone deve difendersi, all’interno della propria casa, da un nemico più o meno identificato che vuole penetrarvi per ucciderle (Them, You’re next, The purge).

La vicenda è scritta dai due registi, che riescono già nella sceneggiatura a trovare dei motivi di originalità in un genere ormai abusato. Protagonista è Maryann (Tatiana Luter), una donna incinta che vive insieme al marito Carl (Daniel Baldock) in una casa isolata nella campagna. Quando l’uomo è costretto ad allontanarsi per lavoro, Maryann rimane da sola nella grande e labirintica abitazione: a causa di rumori strani e oggetti che si muovono, inizia a sospettare la presenza di qualcuno. Sospetti che si concretizzano quando, da dietro una porta, appare un inquietante individuo vestito di nero e con una maschera bianca: inizia così una spietata lotta per la sopravvivenza, una sfida psicologica col suo nemico che sembra essere ovunque. L’assassino non è una persona sola, e la loro presenza è legata a un tragico segreto.

Surrounded (sottotitolo: Circondata) è un prodotto di alto livello, sia come risultati che come target: è pensato infatti per una distribuzione internazionale (girato in inglese e poi doppiato in italiano) e diretto secondo uno stile squisitamente americano. Ancora una volta, il cinema indipendente italiano dimostra di non aver nulla da invidiare ai costosi prodotti d’oltreoceano: con un budget decisamente inferiore (mezzi, location, cast), i registi e tutta la troupe costruiscono un’opera ad alto livello di suspense, che si potrebbe tranquillamente scambiare per un film statunitense. Girolami e Patrizi (al loro esordio in regia) possiedono una solida tecnica e sanno fare di necessità virtù: con una casa, una vasta campagna attorno, maschere bianche e un accorto utilizzo di inquadrature e fotografia danno vita a una storia avvincente e che regala diverse sorprese. L’inizio, va detto, è abbastanza lento (forse la parte meno riuscita del film), a causa anche dei dialoghi non troppo convincenti fra i due attori: Daniel Baldock sparisce però dopo circa un quarto d’ora (per riapparire solo nel finale), e così tutta la scena è dominata da Tatiana Luter, che si rivela un’ottima scream-queen ma anche una brava attrice, e il film ingrana la marcia.

Ciò che colpisce di Surrounded, innanzitutto, è la perizia tecnica con cui è girato: i due registi conoscono il mestiere, e in tutto il film sfoggiano piani-sequenza (memorabile il vertiginoso grandangolo che esplora il salotto prima dell’invasione), soggettive, inquadrature dall’alto e dal basso, carrelli, alternanza fra campi lunghi e dettagli. A rischio magari di sembrare “scolastici”, ma scongiurando tale rischio rendendo ogni virtuosismo non fine a se stesso, ma volto alla costruzione dell’atmosfera. La tensione e la claustrofobia procedono per accumulo: si parte da qualche indizio (una soggettiva che scruta fra le foglie, un cucchiaio che dondola), procedendo con l’inquadratura sulle gambe dell’assassino (viste però solo dallo spettatore, non dalla protagonista) e creando un senso di inquietudine sempre più profondo che esplode con la lenta apparizione del killer da dietro la porta. Il look dell’invasore rimanda all’elemento perturbante tipico del cinema horror: la maschera bianca è un topos del genere (Halloween, Venerdì 13, Bruiser) – e anche in questo Surrounded rispecchia lo stile americano – inquietante come il vestito nero perché rappresentazione dell’ignoto, di un nemico non identificato e che non possiamo quindi combattere. Il film conosce una decisa sferzata nella suspense, che da suggerita diventa manifesta: la regia, come si diceva, gioca con vari espedienti – le carrellate dal basso, i piani sequenza – supportata da un montaggio variegato (a cura dei due registi) che alterna momenti frenetici con lunghe inquadrature.

L’opera di Girolami e Patrizi non è però pura imitazione, come dimostra il fatto che dedicano poco spazio alla violenza fisica e molto a quella psicologica. Decisiva è anche la location, una casa labirintica in cui non solo Maryann ma anche lo spettatore fatica ad orientarsi, fra scale, piani collegati, vetrate e pareti bianche. Procedendo nella narrazione, la vicenda sembra prendere una piega surreale e metafisica quando la Luter si trova circondata da una parata di maschere bianche nel salotto avvolto da una luce abbagliante: ma non c’è niente di soprannaturale in Surrounded, e tutto troverà una spiegazione tanto logica quanto angosciante, vero colpo di genio nella sceneggiatura. A proposito di luce, da segnalare l’utilizzo della fotografia a cura di Dario Germani: uno dei colori dominanti è il bianco delle pareti, che crea un ambiente quasi irreale, alternato con i giochi di luci e ombre e con alcune scene illuminate da luci psichedeliche (vedasi il neon blu del salotto che avvolge Maryann quando si affaccia sul vetro urlando). Le musiche non hanno un tema portante memorabile, ma questo è un dato riscontrabile in numerosi horror contemporanei: il compositore Andrea Bellucci ha realizzato più che altro un “tappeto sonoro” volto a sottolineare soprattutto le sequenze di suspense, alternato a silenzi altrettanto angoscianti.

 

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