RECENSIONE “INVITO A CENA” DI ANNALISA IAVARONE

[Di Davide Comotti]

Sembrerà banale dirlo, ma il cinema indipendente (anzi, il cinema in generale, ma quello underground in modo particolare) è fatto soprattutto dalle idee, prima ancora che dai mezzi: quando ci sono buone idee, si è già a metà dell’opera e si possono creare prodotti belli o quantomeno interessanti. Lo testimoniano anche piccoli lavori come il cortometraggio Invito a cena (2014) della giovane e promettente Annalisa Iavarone, filmmaker a 360 gradi (si occupa anche di scenografia) e cinefila doc. Forte della sua passione per il filone dei serial killer, scrive (insieme a Oscar Monteleone) e dirige una storia che ha il suo punto forte soprattutto nel passaggio dalla prima alla seconda parte fino alla macabra conclusione. Invito a cena si gusta ancora meglio facendo finta di non sapere a che genere appartiene: inizia infatti con un ragazzo (Simone Bisanzio) che prepara una cenetta romantica, l’arrivo della fidanzata (Diana Bologna), i piatti assaporati con lussuria, quasi a far presagire uno sviluppo passionale della vicenda. Ma, dopo il dolce, è ben altro che il protagonista ha in mente: conduce infatti la malcapitata in una sordida cantina degli orrori, dove la droga e la uccide. Non sarà la sua ultima vittima, perché nel finale vediamo un’altra ragazza (Alessia Colombo) sedersi a tavola e mangiare con gusto della carne: forse quella della giovane appena uccisa? Certo, siamo di fronte a un corto realizzato davvero con pochi mezzi, eppure il tutto risulta efficace e rivela un gusto e una ricercatezza non comuni nell’estetica, in particolare nella fotografia: diretta da Ciro Tomaiuoli, mostra come la Iavarone sia in grado di creare un’atmosfera anche solo con le luci (e con la musica), passando da un particolarissimo rosa salmonato della prima parte (che tornerà alla fine) a un rosso scuro più da torture-porn nella scena claustrofobica della cantina.

Anche in questo caso, grazie all’abilità della regista come scenografa, è sufficiente poco per creare il giusto clima: alla raffinatezza del rassicurante ambiente familiare della cucina, si contrappongono improvvisamente mura spoglie trasudanti orrore in stile Hostel, lame di vario tipo sporche di sangue, vasetti contenenti materia organica indefinita, e il gioco è fatto. Il corto, della durata di 6,50 minuti, è completamente muto, mentre svolge un ruolo importante la musica: delicata e quasi “da camera” con brani al pianoforte durante la cena, “dura” e inquietante nella cantina. Lo spirito genuino e artigianale (nel senso buono) di questo corto è frutto anche di un ottimo lavoro di squadra: attorno alla regista c’è infatti un’affiatata factory composta, oltre che dai suddetti Monteleone e Tomaiuoli, anche da Marika Zappietro al trucco e Francesco Gavardi per la post-produzione e i titoli. Nonostante la breve durata, la storia è ben costruita e suddivisa nei tempi giusti: questa giovane regista ha decisamente del talento, aspettiamo con curiosità i suoi prossimi lavori.

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