RECENSIONE “17 A MEZZANOTTE” AA.VV.

[Di Davide Comotti]

“Dicono che a mezzanotte accadono cose spaventose”, recitava la tagline del cult horror Creepshow di Romero. Nel nostro film, le cose spaventose sono raccontate idealmente nei 17 minuti prima di mezzanotte, in altrettanti corti di varia durata che compongono il gustoso e riuscitissimo horror collettivo 17 a mezzanotte (2014). Ideato e prodotto dal regista Davide Pesca per la Demented Gore Production, è un progetto avviato lo scorso anno e che ha coinvolto 18 registi (un episodio è co-diretto) del cinema underground italiano. Il modello di riferimento è l’americano The ABC’s of Death, in cui per ogni lettera dell’alfabeto viene descritto un modo di morire. Eliminando l’eccessiva prolissità del suddetto, 17 a mezzanotte risulta secondo chi scrive decisamente più riuscito, con ciascun regista in grado di esprimersi secondo il proprio stile. Naturalmente, non tutti gli episodi sono egualmente riusciti (alcuni corti sono eccezionali, altri buoni, altri ancora mediocri), ma nel complesso l’opera è un bellissimo horror antologico, sicuramente uno fra i migliori prodotti del cinema indipendente italiano degli ultimi anni dove trovano spazio sia nomi già abbastanza affermati, sia registi esordienti.

Il film inizia con l’episodio-cornice, diretto da Davide Pesca: un uomo grasso tenuto prigioniero in una lurida stanza, con un orologio che scandisce i 17 minuti che mancano alla mezzanotte (e dopo ogni corto le lancette scattano sempre di un minuto), personaggio che sarà protagonista anche del finale “esplosivo” a sorpresa.

Primo episodio: Il ritorno di Elena, di Daniele Misischia. Una donna aspetta il suo fidanzato per un’intima cenetta, interrotta dalla follia dell’uomo che la stupra, la uccide e la fa a pezzi: la ragazza tornerà come fantasma per vendicarsi in maniera altrettanto sanguinaria. Trattasi dunque di un rape&revenge con variante soprannaturale che rispecchia lo stile di Misischia: autore “pulp”, i suoi film sono sempre caratterizzati da una brutalità estrema e sanguinaria (vedasi Il giorno dell’odio, Inside, Hobo di Connections), che ritroviamo anche qui. Notevoli dunque le scene di violenza: lo stupro, l’uccisione e lo smembramento della donna e il crudele contrappasso. Tipico di Misischia è anche l’uso della camera a mano, che produce un frenetico senso di vertigine. Bravissimo il protagonista maschile, Rimi Beqiri, lo stesso di Hobo. Alcuni momenti sono da brividi, come il disco che si incanta e l’apparizione del fantasma nell’ascensore. Bello “cattivo” e inquietante, è un horror puro che lascia il segno.

Secondo episodio: Peep show, di Davide Pesca. L’ideatore del film, regista del memorabile Life, death and sins (elegante mix di horror e videoarte), realizza un altro capitolo della sua visione estrema e personale del genere. Protagonista è un attempato signore, che in un nigth-club paga la spogliarellista affinché si spogli sempre di più: ma neanche averla vista completamente nuda lo appaga, così la ragazza arriverà a strapparsi carne e budella. Impressionante dal punto di vista gore, con la carne che si stacca dalla faccia e le interiora estratte come nel miglior Joe D’Amato, Peep show possiede un valore intrinseco non banale, è il voyeurismo portato all’estremo: il “guardare” è presente fin dal titolo (“peep” indica il “guardone”), che richiama volutamente il classico Peeping Tom (L’occhio che uccide di Powell), del quale condivide anche le atmosfere torbide e morbose (grazie pure all’ottimo gioco di luci e ombre della fotografia). Gli effetti speciali sono ottimi e realisticamente crudi come nella suddetta opera di Pesca, con cui si può notare una certa somiglianza stilistica, e il corto è la rappresentazione di uno sguardo crudele (anche meta-cinematografico, se vogliamo) che vuole spogliare sempre di più le cose penetrando al loro interno, come a volerne scoprire sempre di più l’essenza, giungendo al parossismo. Ottimo episodio che rimane impresso, è uno fra i più densi di significato.

Terzo episodio: Venia mortis, di Francesco Longo. Il poco conosciuto regista, autore peraltro dell’ottima grafica dei titoli del film e di ogni episodio, dirige un discreto corto che ha il merito di risultare inquietante in certi momenti. È la storia di un ragazzo che soffre di allucinazioni ed è convinto che qualcosa o qualcuno lo perseguiti: una sera torna a casa spaventato, chiama lo psichiatra che lo ha in cura ma neanche lui gli crede. Affronterà una notte piena di incubi, e il risveglio sarà altrettanto drammatico. L’idea è molto buona, soprattutto nella continua sospensione fra allucinazioni e presenze soprannaturali, e alcune scene sono ben realizzate (per esempio, è ottimo l’incubo con le presenze spettrali e dal volto decomposto). Manca però un’interpretazione altrettanto solida, e la fotografia virata sempre al bluette risulta alla lunga fastidiosa. Rimane comunque un prodotto godibile e abbastanza inquietante.

Quarto episodio: Signori, buonanotte!, di Roberto Albanesi e Simone Chiesa. Dopo l’ottimo e disturbante Happy Easter, la coppia torna alla grande con questo divertentissimo e geniale cortometraggio, stavolta pregno di humor nero – dimostrando così una versatilità stilistica non comune. Protagonista è lo stesso Albanesi nel ruolo di se stesso, che racconta davanti a una videocamera la sua decisione di suicidarsi dopo alcuni drammatici avvenimenti narrati in maniera volutamente ironica e grottesca: l’uccisione della moglie fedifraga, una rapina andata male, uno psicologo che lo deride, il tutto narrato attraverso flashback. Eccezionale la performance di Albanesi, con una mimica facciale da vero attore, fra scatti d’ira e crolli nervosi (vedasi la scena nella doccia). Irresistibili i personaggi di contorno, fra un cuoco cinese armato di mannaia e improbabili poliziotti. Il corto non è però un divertissement fine a se stesso, ma anche un esperimento di meta-cinema e soprattutto una presa in giro dell’attuale moda di filmarsi nei momenti più impensabili e raccontare cose di sé più o meno vere. Non ci sono effetti speciali, non è neanche un vero horror se vogliamo, ma una commedia nera che non ci si stanca mai di vedere, grazie anche al finale a sorpresa che dà un ulteriore significato a quanto abbiamo visto: sicuramente fra gli episodi migliori di tutto il film.

Quinto episodio: West ‘n’ zombi, di Giorgio Credaro. Il brillante illustratore si cimenta nella regia, con molta creatività ma pochi mezzi: l’idea è quella di realizzare un “fumettone pulp” volutamente trash, ricco di situazioni assurde e personaggi sopra le righe. La storia si svolge nel vecchio West, quando da un cimitero indiano risorge un antico stregone che semina il panico nel territorio: per fermarlo, sarà necessario l’intervento del famoso pistolero Johnny Bullett. Ci sono dunque tutte le premesse per un lavoro quanto meno divertente, ma le recitazioni troppo scarse anche per un “trash” e soprattutto la fotografia piatta e le location poco credibili deludono le aspettative; il punto forte sono i momenti in cui Credaro dà spazio alla sua creatività di disegnatore, inserendo immagini da fumetto nella vicenda.

Sesto episodio: La mano di Dio, di Vincenzo Bellini. È il primo lavoro importante del regista, che ha comunque alle spalle un buon numero di cortometraggi. La storia di un monaco folle, convinto che la donna sia il male del mondo, si incrocia con quella di una ragazza rimasta con l’auto in panne: viene soccorsa proprio dall’eremita, che la conduce nel suo isolato monastero e la sottopone a torture. Vicenda semplice, buone atmosfere gotiche misto dark, interni ed esterni suggestivi: il tetro convento sperduto nei boschi, le lugubri celle, il cimitero, tutto valorizzato da una fotografia “pulsante” e a tratti quasi virata seppia. Un discreto lavoro, guastato però dall’uso eccessivo del digitale in certe inquadrature.

Settimo episodio: Holdouts, di Paolo Del Fiol. Dopo l’eccezionale Kokeshi (episodio di Connections insieme a Hobo di Misischia), Del Fiol torna a esplorare l’occulto giapponese: risultato, un buon lavoro, anche se inferiore al precedente (forse per i tempi ristretti). Al termine della Seconda Guerra Mondiale, un gruppo di soldati riceve la visita di un carrarmato che sembra deserto: a bordo c’è il fantasma di una ragazza giapponese stuprata e uccisa, che viaggia ammazzando i militari che incontra per condurre la sua guerra personale. Al centro della vicenda c’è ancora la diabolica bambolina Kokeshi, su cui era incentrato l’omonimo episodio di Connections e che è sempre portatrice di maledizioni: buona l’atmosfera di mistero e inquietudine, supportata da un’immagine volutamente “sporca” con qualche graffio e tonalità virato seppia. Altrettanto buono è il comparto gore/splatter: vediamo un soldato a cui fuoriesce il cervello e un uomo col viso sanguinante intrappolato nel filo spinato. Maledizioni, fantasmi giapponesi, rape&revenge soprannaturale con un’insolita ambientazione da guerra: un mix decisamente interessante.

Ottavo episodio: La malaradis, di Chiara Moser. Fa sempre piacere trovare una regista donna, caso sempre più raro nel cinema sia mainstream che indipendente, a testimonianza che la settima arte non è un appannaggio solo maschile. L’esordiente Moser inventa un found-footage made in Italy che risulta assolutamente efficace e a tratti inquietante. Tutta ripresa nell’ideale soggettiva del cellulare ritrovato, è la storia di due ragazzi che si avventurano in un bosco dove la leggenda vuole si trovi la “malaradis”, una pianta che per una maledizione si nutre da secoli di sangue umano grazie a un contadino che le procura le vittime; scopriranno a loro spese che non si tratta solo di una leggenda. Girato veramente con pochissimi mezzi, ha il merito di ricostruire dettagliatamente il found-footage, con tanto di avvertenza iniziale sulla veridicità di quanto vedremo, unendolo a una tradizione popolare. Giocato tutto sul non-visto e sulla minaccia, regala dei brividi nel finale: fra le “nuove proposte” del film, sicuramente l’episodio migliore.

Nono episodio: Assuefazione, di Edo Tagliavini. Un episodio eccezionale, diretto non a caso da uno dei nomi più illustri del cinema indipendente italiano: Tagliavini è autore infatti dell’ottimo e imprevedibile lungometraggio Bloodline, oltre che degli episodi Valdemar e Perdita di fiato dei due film collettivi P.O.E. – Poetry of eerie e Project of evil. Qui, il geniale regista gioca sul minimalismo: un uomo paralizzato in un letto d’ospedale, il pianto assordante di un bambino; passano giorni, il pianto non smette, l’infermiera non dà ascolto alle parole dell’uomo esasperato, che giungerà così a una soluzione estrema. Angosciante e claustrofobico, dimostra come non sia necessario mettere in scena mostri o creature varie per creare paura e disagio nello spettatore: è un episodio tutto giocato sull’ossessione di questo pianto irrefrenabile e sull’immobilità dell’uomo, in cui lo spettatore finisce per immedesimarsi provando una sensazione epidermica di fastidio. Geniale, sicuramente uno dei migliori di tutta l’opera.

Decimo episodio: Corri, puttana!, di Davide Cancila. Fotografo e autore di vari cortometraggi, Cancila si confronta qui con un’idea valida ma realizzata abbastanza male. Un uomo in auto assiste a un suo doppio che rincorre con l’ascia una ragazza: poco dopo, raccoglie un’autostoppista che lo esaspera scatenando in lui un istinto omicida; la storia è destinata a ripetersi all’infinito. Il soggetto è buono, con il concetto del ripetersi circolare degli eventi e l’idea dell’uomo che vede il suo doppio: c’era quindi l’occasione per realizzare un ottimo corto, ma le interpretazioni scadenti e i pochi minuti a disposizione vanificano gli sforzi.

Undicesimo episodio: Tunnel, di Alex Visani. Un altro nome illustre dell’horror indipendente italiano (Zombi New Millenium, il primo episodio di The Pyramid, oltre a numerosi corti) sorprende gli spettatori addentrandosi in un territorio per lui abbastanza nuovo. Abbandona infatti lo stile sanguinario dei suoi precedenti episodi per dedicarsi a un corto surreale, onirico e con toni da videoarte. Girato in un bianco e nero artistico, racconta la vita squallida di un uomo qualsiasi al giorno d’oggi: mentre alla tv passano notizie di guerra, il personaggio si muove in panorami desolati, è preda di incubi ed è ossessionato da un vicolo oscuro (un “tunnel”) che vuole oltrepassare. Davvero un curioso esperimento, quello di Visani, un non-horror che affonda le radici dell’orrore nella realtà di tutti i giorni, ambientato in questo presente (o futuro?) onirico, dylandoghiano e quasi post-apocalittico. Da notare i momenti quasi da videoarte, come l’uomo che immerge la testa nell’acqua mentre si sente il pianto di un bambino, come se fosse un bisogno di tornare alle origini. Molto criptico, ma sicuramente interessante e degno di attenzione.

Dodicesimo episodio: Il fiore, di Giacomo Gabrielli. Il regista, famoso per aver realizzato i mockumentary Doc 33 e End roll (quest’ultimo co-diretto con Misischia), si cimenta con un tema diverso, quasi croneberghiano. È la storia di un ragazzo in crisi sentimentale che riceve in dono da una vagabonda un piccolo girasole: dopo averlo portato a casa, scopre che la pianta assume una vita propria e si impadronisce sempre più di lui, trasformandolo gradualmente in un vegetale. Se Gabrielli aveva già spaventato gli spettatori con l’efficacissimo e agghiacciante Doc 33, qui propone una forma d’orrore diversa ma altrettanto spaventosa: la trasformazione di un uomo in qualcosa d’altro. Assistiamo così alla metamorfosi del protagonista, che inizia a sputare sangue e terra, vomitare petali, si trova la bocca invasa da un ramo, e così via. Ottimi gli effetti speciali, soprattutto se consideriamo il basso budget con cui sono stati realizzati. Più che la storia del “fiore maledetto”, alla regia interessa la fusione tra queste due entità differenti, in un percorso narrativo che ricorda appunto il cinema di David Cronenberg. Disturbante, è fra gli episodi migliori.

Tredicesimo episodio: Tutto il male del mondo, di Davide Scovazzo. Il bravissimo regista genovese, conosciuto soprattutto per lo splendido Durante la morte, ha occasione di realizzare con questo episodio una sorta di “secondo capitolo” dopo il precedente cortometraggio, Tutto il bene del mondo. Protagonista è una misteriosa donna che, durante la notte di Natale, si aggira per la città compiendo efferati omicidi, compreso un uomo vestito da Madonna. Scovazzo presta sempre una grande cura agli effetti speciali, fra gole tagliate, schizzi di sangue, ferite varie, e persino un occhio infilzato da una forchetta e pezzi di cervello sparsi per terra. Ma l’attenzione del regista pare, come sempre, essere focalizzata sulla messa in scena di un orrore surreale e al contempo concreto. Lo stile di Scovazzo è inconfondibile: una città astratta e semi-deserta, surrealismo crudele, ribaltamento dei simboli religiosi, nichilismo assoluto. La tecnica sempre ottima consente di inquadrare piani lunghissimi di questa città così onirica, spazi aperti e agorafobici, in cui si muovono personaggi grotteschi e quasi felliniani: fra tutti, spicca l’uomo vestito da Madonna – interpretato da un bravissimo Enrico Luly (attore-feticcio di Scovazzo, protagonista dei due suddetti corti) – con cui l’assassina consuma una comunione blasfema. Il finale è la logica conclusione del disperato “male di vivere” espresso dal regista. Eccellente, sia come horror sia come corto d’autore.

Quattordicesimo episodio: Finché morte non ci separi, di Stefano Rossi. Autore del memorabile corto horror Recording, Rossi torna alla grande con questo nuovo lavoro insieme al consolidato team Lorenzo Paviano allo script e Tiziano Martella agli effetti speciali. Una donna ha una relazione extra-coniugale col fratello del marito: durante una visita a casa di sua madre, la trova decapitata, e lei stessa andrà incontro a un’orribile fine; i due fratelli sono infatti più alleati del previsto. Rossi conferma la sua abilità di regista e narratore di storie da incubo: se il precedente Recording era impostato su una fotografia limpida e “naturale”, qui richiama invece lo stile “grindhouse”, con l’immagine rovinata, i classici graffi, i colori saturi tendenti al rosso. Martella si conferma sempre un ottimo artigiano negli effetti speciali – ricordiamo in particolare la testa tagliata. Ma ciò che conta soprattutto è il clima torbido che si respira, fra una moglie fedifraga e due fratelli imbalsamatori che ricordano Psycho e Buio omega. Da segnalare la partecipazione di Paolo Di Orazio, fondatore della rivista Splatter.

Quindicesimo episodio: Video nasty, di Federico Tadolini. Dopo Orgia di sangue e Il collezionista, Tadolini prosegue la sua rivisitazione sanguinaria e volutamente grezza dell’horror anni Settanta e Ottanta. Al centro dell’episodio c’è un film maledetto, di tale regista Gordon King morto suicida: due cinefili (lo stesso Tadolini e Raffaele Borreca, il dentista del Collezionista) fanno partire la pellicola, che scatena però la follia omicida di uno dei due. C’è quindi il tema dell’opera maledetta (un po’ alla Cigarette burns, per intenderci, ma senza la componente metafisica) come veicolo di pazzia, e già il titolo fa riferimento ai famigerati “nasty movies” (film banditi dal Regno Unito per l’eccessiva violenza). Tadolini lavora sempre con pochi mezzi ma buone idee, e grazie – in questo caso – anche all’utilizzo di un bianco e nero “sporco” riesce a creare un’atmosfera grezza e cattiva: da notare la maschera bianca dell’assassino in stile Halloween o Venerdì 13, la musica metal che contrappunta l’esplodere della follia e il buon effetto speciale dell’eviscerazione (presente anche in Orgia di sangue).

Sedicesimo episodio: Through your lips, di Federico Scargiali. Il regista, che aveva riscosso buoni consensi con l’ottimo corto Life.Love.Regret., si cimenta qui in un episodio particolarmente impegnativo, uno dei più complessi – e al contempo più riusciti – di tutto il film. La storia si svolge in un privatissimo club, dove si paga per bere da un frutto che provoca orgasmi estremi e visioni di amplessi: ogni utilizzo di questa strana sostanza genera un nuovo frutto. Scargiali si ispira volutamente al cinema di David Cronenberg, con questa fusione tra corpo e mente e con la generazione di nuovi e sconosciuti organismi: il bravo regista, dopo il suddetto corto, si conferma in grado di dirigere storie complesse e mai banali, in cui l’orrore non è mai fine a se stesso ma una rappresentazione di qualcos’altro. L’ispirazione croneberghiana è evidente soprattutto nella rappresentazione dello strano frutto come un’escrescenza organica simile a un indefinito organo genitale, e nell’apparecchio (una vagina cubica) che lo rigenera dopo ogni orgasmo. Scargiali presta sempre attenzione alla cura estetica, tant’è vero che il direttore della fotografia è Daniele Trani, lo stesso di Across the river, l’acclamato film di Lorenzo Bianchini: da notare, nel finale, un cameo proprio di Bianchini, uno fra i più grandi registi dell’horror indipendente italiano.

Diciassettesimo episodio: Il gioco, di Andrea Malkavian. L’ultimo episodio del film è affidato a Malkavian, regista di cortometraggi poco conosciuto ma che dimostra di avere del talento. Tutto il corto si svolge sul tavolo di un’autopsia, con un medico intento a sezionare un cadavere: a un certo punto, la donna morta si risveglia e inizia un serrato confronto fra i due. La prima cosa che si nota nel Gioco è la grande eleganza visiva: ambientazione minimalista, con due soli personaggi avvolti in una luce bluette che rappresenta il limbo in cui si svolge la vicenda. Pur essendo un episodio molto crudo e concreto (vedasi i pezzi di carne strappati dal chirurgo) che sembra richiamare in certi momenti le atmosfere da torture-porn, Il gioco è in realtà un viaggio metafisico da incubo nel passaggio fra la vita e la morte: il fulcro del racconto sono infatti i dialoghi fra la defunta e questo individuo, che rappresenta una sorta di Demiurgo o di Caronte, dialoghi che mettono in scena tutto l’orrore e l’angoscia del tema trattato. Forse un po’ lento in certi momenti, ma sicuramente ben fatto e di forte impatto emotivo.

 

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