RECENSIONE “RED KROKODIL” di Domiziano Cristopharo

[Di Stefano Cavalli - www.moveoramag.com]

L’evoluzione artistica e l’immagine pubblica (si perdoni questo termine merceologico abusato in contesti “gossippari” e “politichesi”) del cinema di Domiziano Cristopharo passa, ormai, dall’antologico “P.O.E”, parziale chiave di volta, sebbene non, evidentemente, definitiva soluzione, per un cinema, quello indipendente italiano, arrivato ad un punto nodale di stallo e non ritorno. L’arma censoria, mostratasi tramite la mostruosa e indecifrabile Commissione, che ha vietato il suddetto film ai minori di 18 anni, ha paradossalmente provocato l’effetto contrario e (in)sperato, ovvero quello di sdoganare la pellicola (che termine desueto) presso il pubblico disattento delle Vacanze di Natale e nei salotti buoni dove si parla di cinema commerciale. Impossibile quindi pensare che non ci fosse maggiore attenzione, stavolta, per questo titolo che trova recensioni anche e ben al di fuori dei tipici circuiti “bloggettari”.

La “Red Krokodil”, di cui si fa menzione, è una droga speciale, una miscela mortale di sostanze in grado di uccidere, tra atroci sofferenze e allucinazioni psicotiche, chiunque ne faccia uso, come il protagonista. Recluso all’interno di un ambiente malsano e decadente, spazio mentale ancora prima che fisico (bellissime in tal senso le “escursioni” esterne riprese con raro senso pittorico), subisce gli effetti mortali della sostanza assunta e ne vede i primi segni nella pelle squamata (ecco il riferimento al coccodrillo). Il taglio, a tratti documentaristico, a tratti visivamente e palesemente “fictionale”, costringe lo spettatore ad essere osservatore inerte del disfacimento fisico dell’uomo. Allora proprio questi ultimi aspetti rappresentano la forza e il limite del film stesso; da un lato si prende atto della capacità dell’autore, come al solito, di andare in fondo alla questione senza alcun tipo di concessione o consolazione, dall’altro si attesta che la formula, per quanto a tratti interessante, stanca e non poco.

Come sempre, ad ogni modo, si parla di un modo di fare di cinema realmente diverso e fortemente personale, in grado, come pochi o nessuno (almeno in Italia, almeno per le nostre conoscenze) di occuparsi dell’estetica dell’immagine e dei corpi (sia in disfacimento, come anche nel fiore del loro splendore) con insolita consapevolezza visiva, a discapito persino della narrazione. Peccato, quello si, per la voce over, fastidiosa e inadeguata, che rischia di far cadere quanto di buono c’è. Si tratta comunque di un difetto perdonabile per questo nuovo pezzo di un puzzle (dis)umano che il suo autore sta componendo sotto i nostri occhi.

 

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