RECENSIONE “SAID” di Joseph Lefevre (Drop Brothers)

[Di Paolo Delmarco]

Guardando quest’opera, fin dai titoli di testa, balza subito all’occhio una resa visiva notevole, con scelte stilistiche di una regia (Joseph Lefevre) coraggiosa e molto originale, che strizza l’occhio al genere pulp. La storia è condita con lunghi dialoghi ricercati che incuriosiscono e divertono, riuscendo a caratterizzare i vari personaggi in un istante. Le sequenze appaiono un po’ come una scatola dentro una scatola e così ancora e ancora, con flashback che spiazzano e che delineano il profilo del protagonista impegnato in diverse situazioni in svariate location urbane. Ci sarà però un punto fermo, al quale si ritornerà puntualmente; la stazione di benzina dove troveremo appunto Said (Kassim Yassin), impegnato nel suo turno di notte in quello che sembra in apparenza un lavoro noioso, che però, suo malgrado, gli consente di fare incontri improbabili e decisamente particolari, con personaggi che definire sopra le righe è quantomeno riduttivo.

Quello che appare chiaro fin dall’inizio è che il suo lavoro è ben altro, lui infatti è parte integrante di un grosso affare di droga e sembra quasi che questi improbabili avventori siano messi lì apposta per rendergli la vita impossibile. Lui infatti, apparentemente sembra una persona pacata e di poche parole, ma sicuramente risoluta nel voler portare a termine il proprio lavoro ed è qui che si trasforma diventando un abile mediatore, capace di raggiungere il suo scopo così da potersi godere lussi e tranquillità per se e per le persone a lui vicino, e  gli riesce anche facile grazie anche alla stima e alla simpatia che riesce ad infondere al boss di turno e sopratutto non facendosi troppi scrupoli ad attuare soluzioni anche estreme, se l’occasione lo richiede.

La cosa bella è che non tutto è come appare, e il sospetto che le situazioni possano degenerare da un momento all’altro è vivo e costante, mantenendo sempre o quasi, quel giusto clima di tensione che terrà accesa l’attenzione e che farà dubitare di tutti fino alla fine, protagonista compreso. A scandire in maniera impeccabile il balzare avanti ed indietro degli eventi, una colonna sonora che è letteralmente cucita addosso al film, realizzata ad arte dai Calibro 35, è la vera e propria colonna vertebrale, dando quelle gustose sensazioni da poliziottesco anni ’70 e dove il funk la fa da padrona, con quei classici riff incalzanti e i fiati che non ti mollano, ma non solo, le mutevoli sonorità sanno virare verso più stili, comunque azzeccatissimi. Doveroso infatti citare la collaborazione di Manuel Agnelli (Afterhours) nel pezzo di chiusura, la cover de I Corvi “Ragazzo di strada”, a dir poco stupenda.

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