RECENSIONE “E.N.D.” di Luca Alessandro, Allegra Bernardoni & Federico Greco

[Di Davide Comotti]

Federico Greco, autore con Roberto Leggio dell’ottimo e angosciante mockumentary Road to L. (2005), è anche docente presso il Cineteatro di Roma. Insieme a due allievi, Allegra Bernardoni e Luca Alessandro, co-dirige e supervisiona nel 2012 il bel cortometraggio horror E.N.D.: il film nasce come episodio pilota per una serie, non ancora prodotta, ma funziona benissimo anche come prodotto a sé stante.
Uno dei suoi punti di forza è sicuramente l’originalità, visto che spazia fra vari topos del macabro: thriller necrofilo, gotico contemporaneo e zombi-movie sono combinati in maniera imprevedibile durante i 26 minuti del corto. Tutti i personaggi ruotano attorno a una ditta di pompe funebri: l’impresario, che spaccia cocaina nascondendola nelle bare; un dipendente, che organizza festini in mezzo ai feretri e ha una passione morbosa nel truccare i cadaveri; un cliente, che vuole far costruire per il figlio una bara da cui poter fuggire; un medico legale (interpretato dallo stesso Greco), ossessionato da un presunto cadavere che era tornato in vita durante un’autopsia. Le loro vicende si intrecciano quando all’esterno una misteriosa epidemia sta trasformando gli uomini in zombi: i protagonisti si barricano quindi nell’ufficio delle pompe funebri, ma i morti viventi non si trovano solo di fuori.

E.N.D., anche a una prima visione, gode di una freschezza narrativa e stilistica non comune. L’estetica presenta un taglio abbastanza cinematografico, frutto di un ottimo lavoro sulla fotografia (a cura dello stesso Greco) e sulle inquadrature. Sappiamo che Greco ci sa fare dietro la macchina da presa, e i due allievi non sono da meno: Allegra Bernardoni e Luca Alessandro (autore dell’episodio Dream Door dell’horror collettivo The Pyramid, 2013) fanno tesoro degli insegnamenti del maestro, e dimostrano di avere talento da vendere. Il soggetto, scritto e sceneggiato dai tre registi, è accattivante per la varietà di situazioni presentate e per l’atmosfera sospesa che si costruisce man mano intrecciando le vicende dei personaggi.

Non si tratta semplicemente dell’ennesimo zombie-movie apocalittico, come invece potrebbe sembrare dalla trama: l’epidemia dei morti viventi occupa solo la parte finale del corto, e funziona sia in previsione di sviluppi futuri, sia come conclusione aperta della vicenda. Ma c’è molto altro. È una vicenda inquietante che sonda le paure più profonde dell’uomo, come la morte e la sepoltura, prima ancora di sfociare nel soprannaturale.

Il luogo scelto è essenziale ma azzeccato, come le scenografie e i colori: l’asettico ufficio di un’impresa di pompe funebri e il macabro deposito delle bare. In E.N.D. confluiscono temi gotici virati in un senso morboso e quasi necrofilo: pensiamo alla stanza coi feretri usata come teatro di feste, i ragazzi che dormono nelle bare, il gusto provato dal ragazzo nel truccare i cadaveri. Perturbante anche il tema del cadavere che si risveglia durante l’autopsia, mentre la bara con meccanismo di fuga sembra richiamare il cult di Roger Corman Sepolto vivo, a sua volta ispirato a un racconto di Poe. Negli ultimi minuti del corto, passiamo invece da questo gotico moderno a un’atmosfera claustrofobica e apocalittica, un’invasione di zombi virata in senso contemporaneo (un po’ alla 28 giorni dopo, per intenderci).

I morti viventi sono più suggeriti che mostrati: anticipati da una mano insanguinata vista in precedenza, sono rappresentati dal ragazzo che esce dalla bara col viso semidecomposto. Gli effetti speciali sono usati con parsimonia (oltre ai due suddetti, vediamo qualche schizzo di sangue durante il flashback dell’autopsia): l’impressione di chi scrive è che questa non sia una mancanza, ma una precisa scelta di regia, che punta più alla costruzione dell’atmosfera ansiogena che non al facile splatter. Notevole anche il fatto che l’epidemia di zombi sia dovuta a un fattore quasi “sociologico” (romeriano, potremmo dire), cioè la cocaina spacciata dal protagonista: non a caso, la sigla “E.N.D.” non significa solo “fine”, ma forse anche – come suggerito dalla grafica dei titoli – una formula chimica.

 

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