RECENSIONE “TUTTO IL BENE DEL MONDO” di Davide Scovazzo

[di Davide Comotti]

Due sono le principali correnti artistiche (anche mescolate fra loro) che possiamo individuare nei corti di Davide Scovazzo: l’horror e il surrealismo. Se la prima è esemplificata dal magnifico Durante la morte, la seconda è evidente in Tutto bene del mondo (2012). Si tratta di un cortometraggio muto realizzato per il contest “Tutto in 48 ore” di Rai 5, vincitore della tappa di Genova e finalista a Cinecittà come miglior fotografia, miglior colonna sonora e miglior sceneggiatura originale.
La vicenda è surreale ma al contempo realistica, semplice nello svolgersi eppure complessa nei significati. Un uomo dall’aspetto trasandato, con in testa una corona di spine e una specie di aureola, si aggira per le stradine tristi e degradate di un’anonima cittadina. Incontra una serie di persone rifiutate dalla società (una barbona, due lesbiche, una sieropositiva) e una donna perbene: a tutte porge una chiave dicendo “Buonasera. Lei non sa chi sono io. Ma le auguro tutto il bene del mondo”, ma riceve solo derisioni e viene addirittura aggredito.

Le condizioni imposte dal concorso erano: un personaggio (Gianfranca Maurelli sciampista), una frase (lei non sa chi sono io), un oggetto di scena (una chiave) e un genere (film muto). Sulla base di queste minime indicazioni, ogni regista ha potuto sbizzarrirsi nel creare un’opera assolutamente personale. Scovazzo dirige quindi Tutto il bene del mondo, una parabola surrealista sulla decadenza umana, la caduta dei valori, la crisi della religione, il rifiuto del bene. Si tratta di un cortometraggio volutamente criptico, dalle interpretazioni multiple e dalle tematiche delicate: tanto da ricevere una censura di ben tre scene da parte di Rai 5, non per la giuria ma per la messa in onda; tre scene (su un corto di 7 minuti) giudicate offensive al comune senso del pudore (le consuete assurdità del cinema italiano).

La bravura di Scovazzo si nota non solo nell’efficace confezione estetica (ottima la fotografia di Andrea Languasco e le inquadrature), ma anche nella capacità di concentrare in così poco tempo una vasta serie di situazioni e messaggi che fanno riflettere lo spettatore: Tutto il bene del mondo è un film che non dà risposte, ma pone domande. Attraverso la figura simbolica (o reale?) di questo misterioso individuo dall’aspetto cristologico (all’inizio lo vediamo addirittura in croce), compiamo un breve ma intenso viaggio fra gli “ultimi”, a cui il protagonista cerca di offrire invano un po’ di conforto. Forse una metafora di Cristo, che umilmente è sceso fra gli uomini ma è stato da loro crocefisso, forse una rappresentazione dell’egoismo umano, o forse entrambe le cose e altro ancora. L’uomo attraversa una crisi religiosa, rappresentata dalla sequenza del “dialogo” con l’immagine di Gesù, e si ritroverà a sua volta fra i derelitti, ricevendo la visita di un uomo che, come lui, gli vuole offrire del bene (il riferimento alla religione è esplicito fin dall’inizio, in cui compare la citazione di un versetto di Isaia). Il finale (da non svelare, a beneficio dei futuri spettatori) è la logica conclusione di quanto abbiamo visto in tutto il corto, e trasuda del pessimismo nichilista che pervade la poetica di Scovazzo.

Da notare la bravura espressiva dell’interprete Enrico Luly, lo stesso di Durante la morte, e la presenza illustre della celebre attrice romana Elda Alvigini (eccellente e splendida come sempre), nel ruolo della donna sieropositiva. Il gusto orrorifico di Scovazzo si nota nella rappresentazione realistica delle ferite, a cura dei make-up artist Yumee Belli e Tony Titolo. Curioso lo stile tipico da film muto, con le didascalie che sostituiscono i dialoghi. Degna di nota, infine, la colonna sonora di Stefano Agnini, che alterna melodie sacrali in stile “canto gregoriano” (in apertura e chiusura) con armonie malinconiche o angoscianti durante il percorso di Luly fra gli “ultimi”.

 

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