RECENSIONE “MONKEY BOY” di Antonio Monti

[Di Marinella Landi]

“Nel regno di chissà dove viveva un re e la sua bellissima figlia…”

Come in tutte le favole che si rispettano, Monkey Boy, fiaba tormentata, triste e dai toni cupi, abilmente diretta da Antonio Monti, si apre proprio così; con la bella principessa Agata che vive nel suo mondo fatto di silenzi e due dadi, “d’avorio e d’ebano”, ultimo ricordo lasciatole dalla madre morta suicida a causa di una forte depressione; due piccoli oggetti fondamentali per la quotidianità della ragazza. Agata vive col padre, un ispettore di polizia che pare non essersi ripreso del tutto dai drammi che lo hanno colpito, che si prende cura di lei. Due vite scandite da una forte solitudine vissute e trascinate quasi per inerzia. Un giorno il padre di Agata e alcuni colleghi si trovano a dover risolvere un caso di omicidio perpetrato, da quanto raccontato dall’unica testimone, da un essere dalle sembianze di scimmia; è il ragazzo scimmia del titolo che improvvisamente si vede catapultato in una realtà a lui sconosciuta, ma cosa più importante, privato della figura che lo aveva allevato e cresciuto nella quale riconosceva sua madre. Un lutto doloroso che lo porta ad abbandonare la cantina, nella quale ha vissuto in solitudine per anni, e varcare la soglia su una realtà nuova, e comportarsi di conseguenza come la “bestia” che è: sopravvivere e cacciare per cibarsi.

E’ una storia profonda in cui vengono analizzate solitudine, disagio e malessere, e si interseca alla perfezione con la fiaba che viene inizialmente narrata e che riascoltiamo, successivamente, scritta dal padre per la figlia Agata, durante un film che scorre tra flashback, salti temporali e frammenti che vanno pian piano a comporre l’intero puzzle, perchè in fondo, Monkey boy, è proprio un puzzle; una triste e cruenta ricostruzione di una storia destinata a chiudersi amaramente con uno sconsolato epilogo per il quale non è previsto il classico <…E vissero tutti felici e contenti>.

Sebbene lento nel suo incedere, Monkey Boy e un film davvero notevole che mette in scena una paura e un terrore più intimista che materiale e tangibile, ma non per questo privo di emoglobina, che sembra scavare nell’animo umano attraverso i personaggi ben caratterizzati e una storia solida. La creatura, creata ad hoc da un Carlo Diamantini che non sbaglia un colpo, è sorprendente in quanto veridicità, ottenuta anche dalla bravura dell’attore Andrea Melli, straordinario nelle movenze per un’interpretazione davvero intensa. Stesso plauso va all’ottima Giovanna Garbelli,  incredibilmente dentro la parte e soprattutto al mondo della problematica Agata. In generale i complimenti vanno senz’altro a tutti gli attori per la loro professionalità; abbiamo anche un drammatico Gianni Fantoni che funziona alla grande. A contribuire al buon lavoro svolto, la fotografia, ad opera di  Davide Crippa, molto cupa  e perfettamente allineata ai toni dark della storia. Molto d’effetto la scena del suicido della madre. In conclusione, ecco un’altra vittoria del cinema indipendente di casa nostra.

 

Licenza Creative Commons Questo sito è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.
Hit counter by goldbetreview