RECENSIONE “NAFTALINA” di Ricky Caruso

[Di Davide Comotti]

Naftalina (2012) di Ricky Caruso, cioè quando il “genere” incontra l’arte (o viceversa), quando l’orrore (fisico ed esistenziale) incontra il surrealismo e il simbolismo. L’esordio nel lungometraggio del regista indipendente catanese gode di un valore assoluto, non racchiudibile in uno specifico genere né in una precisa trama. Sulle orme di Alberto Cavallone, il Maestro del cinema surrealista italiano, Caruso dipinge una delle famiglie più disfunzionali e malate che si siano mai viste sul grande schermo (ai livelli di Non aprite quella porta e La casa dei 1000 corpi). In un anonimo paesino arroccato sulle montagne, vive un nucleo “familiare” assolutamente folle, dominato dallo squallore e dalla perversione. Cinque sono i membri, la severa e teutonica madre (Monika Zanchi), il padre dal volto mostruoso, e i tre figli: un maniaco omicida, un ritardato sempre intento a piagnucolare, e la figlia che vive segregata in cantina. La situazione esplode quando arriva (non sappiamo da dove) un’altra ragazza che la madre decide di utilizzare come “bambola” umana.

Per capire l’atmosfera surreale e al contempo tremendamente orrorifica e concreta che domina il film, è già sufficiente vedere le tre sequenze iniziali: una donna viene uccisa a coltellate in mezzo ad alcune rovine, mentre il carnefice infierisce con la lama sul suo corpo (quasi come surrogato di un amplesso); una ragazza è chiusa in una cantina fra i suoi escrementi, di cui deve cibarsi; un ragazzo sdraiato su un letto d’ospedale è costretto a ingurgitare un disgustoso pastone verde che sembra vomitato direttamente da Regan nell’Esorcista. Questi sono i tre figli della non-famiglia protagonista del film, a cui si aggiunge il padre, orribile nell’aspetto (il volto è una corteccia di legno) ma innocuo, e la madre, bella esteticamente ma perversa e crudele nell’animo. Interpretata dalla sempre bravissima e splendida Monika Zanchi, icona del cinema italiano anni Settanta (Spell dolce mattatoio di Cavallone, Emanuelle e gli ultimi cannibali, L’occhio dietro la parete e altri ancora), è la figura centrale di Naftalina, attorno a cui ruotano tutti i personaggi con le loro storie. Esempio supremo di madre-padrona, gode nel dominare e umiliare i figli (il marito neanche lo considera), sottoponendoli a vessazioni, privazioni e provocazioni al limite dell’incesto (vedasi, per esempio, la bellissima sequenza di ammirazione feticistica dei suoi piedi), castrando però simbolicamente la loro psicologia e sessualità: li mantiene quindi “bambini” per sempre (con tutte le conseguenze del caso), come conservati in naftalina (da qui il titolo, come spiega lo stesso Caruso).

Naftalina non è un film horror in senso stretto, ma quanto vediamo è un’espressione surrealista e simbolista di un orrore esistenziale al contempo terribilmente reale: l’angoscia e lo squallore dominano veramente ogni inquadratura, e il film passa in rassegna tutte le brutture e perversioni possibili. Vari sono gli elementi che conferiscono all’opera un sapore “cavalloniano” (il surrealismo crudele, la presenza stessa di Monika Zanchi, la coprofagia, presente sia in Spell che in Blue movie), ma troviamo anche la necrofilia di Jörg Buttgereit (non solo quella esplicita del figlio assassino che fotografa le sue vittime, ma anche quella implicita che troviamo lungo il film: i protagonisti, in fondo, sono un po’ tutti dei morti viventi). Caruso però è abile nel riuscire a proporre qualcosa di assolutamente originale, che non “imita” niente e nessuno.

Le doti del giovane regista catanese sono evidenti anche dal punto di vista tecnico ed estetico: pur girando in digitale, riesce a creare un’immagine molto cinematografica da film in pellicola, grazie alle inquadrature e alle luci giuste (ottima la fotografia di Ence Fedele, che valorizza sia i toni molto forti del chiaro che i toni bui dello scuro, con alcune variazioni psichedeliche). Le sue inquadrature preferite sono i piani-sequenza, che seguono fluidamente lo svolgersi dagli eventi, separati spesso dalla dissolvenza in nero. Curiose, infine, le didascalie iniziali con nomi e descrizioni di insetti, le cui caratteristiche sono simili a quelle dei personaggi rappresentati. Ad eccezione di Monika Zanchi, tutti gli altri attori sono esordienti (Irene Catania, Emiliano Cinquerrui, Aldo De Luca, Rosario Samuel Adonia, Chiara Segreto), ma rivelano una bravura e una forza espressiva non comune, grazie anche all’ottima regia di Caruso. Nel film, giocano un ruolo fondamentale i rumori e i silenzi della “vita” quotidiana, contrappuntati dalla colonna sonora di Fabio Vassallo ed Emiliano Cinquerrui, con melodie volutamente acute, psichedeliche e dissonanti atte ad esprimere il forte senso di disagio e orrore che permea tutta la vicenda.

 

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