RECENSIONE “SHOCK: MY ABSTRACTION OF DEATH”

[Di Marinella Landi]

Lunghissimo periodo di gestazione, non privo di problemi e cambi di programma, quello vissuto da Shock: My Abstraction of Death, film a episodi, Chromophobia e Between Us, diretti rispettivamente dall’ormai veterano Domiziano Cristopharo e dal giovane di talento Alessandro Redaelli, che riesce finalmente, dopo anni, a vedere la luce.

Gli episodi mostrano entrambi incubi e percezioni alterate per una realtà che finisce facilmente col confondersi al quotidiano, prendendo una posizione innaturale e sfociare, nella sua punta massima, in quello che fin da subito è stato l’intento del film; la follia umana.

Il primo episodio, Between us, mette in risalto quelle che senza dubbio sono le capacità, anche intuitive, del giovane Redaelli, mostrandoci il suo percorso attraverso Yuri (Nicolò Pessi) e Max (Massimo Onorato), amici da sempre. Le vicende, narrate non sempre con un ritmo incalzante per una recitazione ancora un po’ acerba, vedono Yuri prendersi cura dell’amico Max dopo la tragedia che ha colpito la sua famiglia lasciandolo solo. Interessanti gli sviluppi che portano all’epilogo, riuscendo a mantenere un buon equilibrio tra la storia, debole in alcuni momenti, e l’intento principale, portando lo spettatore a quella verità che a conti fatti era a portata di mano del protagonista e che una serie di eventi ha solo posticipato creato il giusto phatos. Un episodio interessante, non privo di difetti, per un giovane emergente che, col tempo e l’esperienza che si acquista sul campo, ci potrebbe dare delle grosse soddisfazioni.

Nel secondo episodio, Chromophobia, abbiamo a che fare con una realtà più navigata, nitida e lineare ad opera di Domiziano Cristopharo. Una visione più matura accompagnata da un cast professionale che non indugia e sa come muoversi. La storia vede come protagonista Celeste (Nancy De Lucia) che, a causa di un dramma subito, si trasferisce col marito (Yuri Antosonante) in una casa a buon prezzo in un paesino in gran parte distrutto da un terremoto. L’intento è quello di riprendere possesso della sua vita. Anche in questo caso il percosso si muove per andare incontro all’atto finale e sottolinearne la follia. L’atmosfera è evocativa, quasi mistica – complice la location in quel di Secinaro – e la visione esplode in più frammenti dove viene facile scorgere più di un protagonista; il luogo, disabitato e semi distrutto, la casa stessa che respira e mostra la sua essenza e la sua verità attraverso visioni e gli incubi della stessa Celeste, semplici ed insignificanti crepe e macchie su un muro che a loro volta hanno una storia da raccontare, una madre, la sempre impeccabile Lucia Batassa, che si aggira materna e protettiva. Ognuno di questi frammenti compone in maniera elegante e onirica un quadro d’altri tempi. Anche qui, però, si risente di una lentezza che finisce con l’appesantire la visione.

Gli episodi, maggiormente quello di Cristopharo, percorrono e si soffermano sulla linea sottile che divide sanità e insanità, reale e non, preferendo un linguaggio più intimista e meno “volgare” per definire la paura, inizialmente introdotta in maniera percettibile per portarla successivamente ad esploderla in tutta la sua efferatezza attraverso la perdita della ragione. Il bello sta proprio nel vedere il modus operandi, come avviene e si compone questo percorso che si lega e mantiene una certa continuità per entrambi gli episodi, sebbene girati in luoghi differenti, da mani, esperte o meno, diverse e con tutto ciò che ne consegue.

Per ultimo, ma non meno importante, un plauso al comparto musicale nel quale ritroviamo Alexander Cimini che, come di consueto, non delude mai.

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