RECENSIONE “LA PROGENIE DEL DIAVOLO”

[Di Marinella Landi]

La Progenie del Diavolo è il lungometraggio d’esordio dei giovani registi Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga. La storia ruota intorno allo scrittore Emiliano Saudato (Emiliano De Magistris) e ai misteri che avvolgono il piccolo paese di Murgelaseme (anagramma, immagino voluto, di Gerusalemme). La storia si compone pian piano sotto le ricerche di Saudato al fine di scoprire cosa si cela dietro le dicerie e l’omertà degli abitanti, fino a poter raccontare la propria verità nel suo prossimo libro.

Il film in se presenta dei difetti che non passano certo inosservati anche se facilmente giustificabili dal budget ultra risicato che i due giovani registi hanno avuto a disposizione, fattore sicuramente importante e limitante al tempo stesso, ma se stiamo a guardare quanti altri lavori sono stati partoriti con un budget limitato e ne compariamo alcuni risultati, le giustificazioni inevitabilmente si annullano e perdono di consistenza, o comunque possono al massimo legarsi alle mancanze di mezzi, non certo agli errori, più di disattenzione che altro (sguardi in camera, errori di battitura su titolo di giornale ecc…), per questi, che nel contesto hanno la loro valenza, il budget centra poco. Un protagonista che non sa proprio farsi voler bene, di un’arroganza così fastidiosa che ti fa sperare che il Diavolo se lo porti il prima possibile. La recitazione in generale è abbastanza grezza, fatta eccezione per le parti che riguardano le interviste ai vari abitanti del luogo, in quanto fuori da un contesto puramente attoriale. L’utilizzo del dialetto, in molte parti del film è, a mio avviso, sempre un qualcosa in più che affascina e aiuta, in maniera notevole, nel raccontare tutti quei fatti che si basano su leggende e dicerie popolari, campo sempre interessante da esplorare. L’inquietudine a cui il film aspira, inizialmente non arriva come dovrebbe e si tende a distrarsi troppo facilmente da quanto avviene nel contesto con scene abbastanza inutili e in alcuni casi quasi ridicole, ma è proprio verso il finale che ci mostra quell’inquietudine che prima si percepiva appena, che si risollevano le sorti di quest’opera che va guardata senza troppe pretese, e per chi volesse, con un occhio di riguardo se si pensa alle enormi difficoltà che spesso comporta un’auto produzione. Quindi, da un punto di vista, abbiamo a che fare con un film dal profilo non proprio elevato, ma che punta, dall’altro, molto sulla storia, nonostante col Diavolo del titolo, satanismo e riti affini abbia poco o niente a che fare, e questo è sicuramente un punto a favore li dove spesso le storie mancano di sostanza e vita propria.

Una buona intuizione che, per una serie di motivi, non è stata sfruttata al meglio. Chiaro l’omaggio ad alcuni classici nostrani, specie da un punto di vista Avatiano. Viene infine spontaneo chiedersi quanto questa “coppia” funzioni come tale, dal momento che presi singolarmente, in modo particolare Giacomelli, i risultati proposti sono ragguardevolmente di un livello e di una professionalità superiore nonostante i limiti imposti.

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