RECENSIONE “CIRCUITO CHIUSO”

[Di Marco Valtriani]

Interamente rappresentato attraverso delle telecamere di un circuito chiuso installate furtivamente da due amici di una ragazza scomparsa nella casa di colui che è sospettato, dai due, di esserne l’artefice.

L’uomo in questione appare sin da subito inquietante e l’inquietudine rimane in sospensione fino a pervaderci quando esso comincia le sue azioni, che ci accompagneranno esterrefatti nel suo male. Chi guarderà questo film ne rimarrà impressionato dai contenuti visivi, i quali di una ferocia pervasiva, ci portano fin dentro la sofferenza, per esempio vissuta da una ragazza ripetutamente abusata sessualmente, mentre, ahimè, ha davanti a sé un destino orribile. L’uso del circuito chiuso rende tutta la vicenda estremamente reale, e questo si verifica anche grazie anche alle interpretazioni degli attori e delle attrici ( Francesca Cuttica, Stefano Fregni, Guglielmo Favilla, Eléna Tchepeleva, Gaia Insenga), alle quali non c’è nulla da aggiungere proprio perché sono vive in primis, ma anche strazianti, angosciose senza esagerazioni e coinvolgenti.

Il montaggio è giocato interamente sul passaggio delle inquadrature del circuito chiuso (così come è stato per Paranormal Activity 2), rischiando però la monotonia, difetto che il regista Giorgio Amato conosce e cerca spesso di eludere, come con alcune rielaborazioni digitali nelle transizioni che seppur giocate con originalità, per dover del vero, se inizialmente attirano una certa curiosità, nello scorrere dell’ora e mezza circa del film, appesantiscono eccessivamente la visione; oppure con piccole distrazioni come un gatto che attraversa più volte l’inquadratura, o di nuovo rielaborazioni giustificate dell’immagine.

Dietro lo scorrere del film sottende la giustificazione di essere un video di proprietà della questura che indaga sulla vicenda, questo ci viene ricordato spesso con l’uso di computer grafica che mette in evidenza alcuni dettagli in una maniera da videogame, tutto questo per aiutare la narrazione che altrimenti avrebbe avuto dei buchi esplicativi; tutto sommato è un modo originale per aiutare il narrare anche se forse certe volte si eccede nel modo del “gioco”, mentre tutto ciò che accade è oltremodo serio, un vortice di sociopatia che porta alla violenza gratuita e straziante, tematica, questa, che molti film (ad esempio “Funny Games” di Michael Haneke del 1997 o “American Psycho” di Mary Harron del 2000 ) hanno affrontato nella storia del cinema. Per gli appassionati è bene sapere che nella produzione hanno partecipato anche i Manetti Bros.

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