RECENSIONE “LE COLT CANTARONO LA MORTE E FU… TEMPO DI MASSACRO”

[Di Joel Pagini]

Titolo: Le Colt Cantarono la Morte e Fu… Tempo di Massacro Aka Massacre Time

Regia: Lucio Fulci

Anno: 1966

Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro, o più semplicemente “Massacre Time”, titolo con cui il film è noto all’estero, è la prima escursione di Lucio Fulci nel genere dello spaghetti western, genere di cui non è mai stato protagonista ma a cui è comunque tornato saltuariamente in futuro con altri lavori.

Il film, che vede protagonista un Franco Nero reduce del successo di Django (dello stesso anno), è uno spaghetti western a prima vista piuttosto classico ma che, a ben guardare, presenta innovazioni e variazioni sul tema piuttosto rare da trovare nel genere. Fulci, che ancora non si era dato all’horror e al gore che lo renderanno immortale, dà già cenni che, col senno di poi, faranno capire che la strada del cinema estremo era già presente all’epoca: il film si apre con un sequenza estremamente cinica, in cui un uomo viene liberato e fatto correre solo per sguinzagliargli contro una muta di cani da caccia che finiranno per raggiungerlo e ucciderlo a morsi.

La trama, piuttosto classica, parla di un pistolero solitario a cui giunge il messaggio di tornare nella sua terra natale, solo per scoprire che è tenuta sotto scacco da un potente proprietario terriero e da suo sadico figlio dal grilletto facile. Ciò che è meno classico è il personaggio di Franco Nero, che a primo acchito sembra essere la fotocopia di Django, con tanto di cappello e giaccone neri, ma che nello svolgersi del film dimostra di essere piuttosto lontano dall’antieroe solitario degli spaghetti western e di essere anzi un personaggio umano con tutte le debolezze del caso: fino alla parte finale del film non spara un colpo, non solo, ma per giungere a conclusione della sua avventura avrà bisogno di un enorme aiuto per salvare la pelle in più d’un occasione e, dulcis in fundo, a conti fatti è evidente che “la pistola più veloce del west” non è certo lui.

Insomma Fulci, che ha sempre detto di essere un “terrorista dei generi”, anche qui mette a segno la sua zampata con cui fa fuoriuscire la pellicola dalle regole non scritte del genere. Il film presenta anche dei risvolti umoristici legati principalmente al personaggio del tuttofare asiatico e, in parte, al fratello del protagonista interpretato da George Hilton, tutti e due ottimi personaggi che rubano un po’ la scena a Franco Nero. Aldilà dell’humor, quello che più colpisce e rimane impresso sono di certo le sequenze più crude, su tutte la lunga rissa con le fruste, che hanno garantito a questo film la nomea di essere uno degli spaghetti western più violenti di sempre, fama dovuta anche all’enorme bodycount.

Per quanto non sia una pietra miliare del genere ne della filmografia di Fulci, questo spaghetti western piacerà di certo all’appassionato che in esso ritroverà alcune situazioni a lui conosciute e che ha imparato ad amare, unite a delle variazioni sul tema che, se non troppo rigido e purista, saprà di certo apprezzare.

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