RECENSIONE “MIND TRIP”

[Di Joel Pagini]

E’ difficile riuscire a gestire le tempistiche di un cortometraggio di circa un quarto d’ora, saper raccontare una storia in così poco tempo, molte volte infatti si vedono corti che premono troppo sull’acceleratore, costruiscono una trama che avrebbe richiesto molto più tempo per essere raccontata pensando di risolvere tutto semplicemente andando più veloci, dicendo solo l’essenziale ma perdendo molto in qualità. Altre volte la trama viene talmente tanto ridotta da essere quasi nulla e si finisce per assistere a una storia monotona e ripetitiva persino per quei pochi minuti che servono a raccontarla.

E’ stata una bellissima sorpresa vedere quindi questo corto che riesce a gestire una trama molto semplice, che farebbe pensare al secondo caso di quelli descritti, impreziosita però da citazioni, innesti onirici e metacinematografici, cambi netti di stile, sia registico che narrativo (passiamo dal western al dramma alla parodia in pochi secondi) che riescono ad accrescere l’interesse a la profondità dei personaggi con pochi tocchi essenziali senza però costringere lo spettatore ad una maratona all’interno di una trama troppo complessa per un prodotto così breve.

La storia di Mind Trip è quella di un ragazzo che preferisce vivere nel mondo, fantastico, del cinema piuttosto che in quello reale della vita di tutti i giorni, e che per questo viene additato da parenti e conoscenti. Il corto ci dà tutte le informazioni per poter giudicare, dal punto di vista etico, il comportamento del protagonista, senza troppo giudicare se quello che fa è giusto o sbagliato, certo pare ovvio che il film sia dalla parte del ragazzo, visto l’amore che l’amore per un certo tipo di cinema provato dal protagonista è lo stesso che Eros D’Antona mette in scena fra t-shirt di Evil Dead e primi piani alla Sergio Leone, tuttavia la cosa non è così palese ne forzata da guidare lo spettatore ad un giudizio facile.

Buona, ma non impeccabile, la ricostruzione iniziale del saloon da far west ed ottima, invece, la prova recitativa della nonna del protagonista.

Mind Trip forse non dice nulla di nuovo, sopratutto in un era in cui il Tarantinismo (leggi: citazionismo di film di genere) conosce la sua fase di maggior popolarità, ma riesce comunque a farsi valere grazie ad un ottima costruzione della storia, cosa che, come detto, è forse la parte più ardua di un cortometraggio.

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