RECENSIONE “IL GIORNO DELL’ODIO”

[Di Joel Pagini]

Il giorno dell’odio di Daniele Misichia, è un prodotto totalmente indipendente che ha richiesto un anno di lavorazione per vedere il suo compimento, un film underground che parla dell’underground con un linguaggio underground.
Lo stile del film è sporco, visivamente, e la tecnica registica fredda, documentaristica, il tutto molto apprezzabile sebbene in più punti la camera ondeggi fin troppo dando l’impressione di una mano inesperta. La musica è dura e ripetitiva, per niente melodica, in stile col film e vanno fatti i complimenti anche agli attori, che padroneggiano il parlato romanesco dando un impressione di totale naturalezza e realismo.

Il film inizia mettendo subito con una scena di sesso tra l’attore principale (Claudio Camilli, anche produttore esecutivo del film) e una prostituta, una sequenza diretta, quasi brutale per quanto non violenta e che mette subito le carte in tavola: ciò che vedremo sarà una storia sporca, ruvida e cinica.

La pellicola prosegue seguendo passo passo il protagonista durante una sola delle sue giornate e ciò a cui assisteremo sarà una follia di violenza così assurda quanto incredibilmente reale, tanto più reale perchè costruita all’interno di una realtà a noi molto vicina, e di cui possiamo anche avere esperienza diretta.

La vicenda si svolge all’interno degli intrighi della piccola criminalità organizzata, tra spacciatori da due soldi e boss di quartiere che organizzano i loro appuntamenti nel box di un garage, non c’è quindi l’intenzione di dipingere un quadro riguardante la realtà della criminalità organizzata di grosso calibro quanto far vedere come è la vita dei pesci piccoli, spesso poveri ragazzi di periferia, ma non solo. All’interno di un sistema spesso visto come altamente organizzato e dove sono i potenti a dettare legge, questo film si focalizza invece sul fattore umano incontrollato, su una scheggia impazzita che esercita il potere non dei soldi e della gerarchia, ma della pistola e del coltello, dimostrando come spesso un elemento minore, ma imprevedibile, possa mischiare le carte in tavola e come il vero potere sia quello di togliere una vita.

Se il film, prima di vederlo, mi aveva fatto pensare ad una versione nostrana de “l’Odio” di Kassovitz (ed in realtà ci sono diverse similitudini tra i due film) c’è una differenza sostanziale trai due prodotti, dove “L’Odio” finiva, ossia con la violenza, rimasta a crescere per tutto il film con rari sfoghi di rabbia, che finalmente esplodeva, “Il giorno dell’odio” lì inizia, ossia nella violenza diretta, fisica, mortale.
Non una calma discesa nell’abisso con dialoghi filosofici e un bianco e nero artistico, ma una cavalcata furibonda scandita dal dialetto ruvido della periferia romana e segnata dallo stile sporco e dal taglio freddo della telecamera.
Probabilmente l’ambientazione strettamente italiana e la parlata in dialetto limita molto l’appeal del prodotto al grande pubblico, ma se questo vuol dire avere un così forte impatto viscerale, allora peggio per il grande pubblico e meglio per chi, invece, riuscirà ad arrivare a questo film.

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