RECENSIONE “FLAVIA, LA MONACA MUSULMANA”

[Di Fabio Parisi]

Titolo: Flavia, la monaca musulmana Aka Flavia the Heretic

Regia: Gianfranco Mingozzi

Anno: 1974

La monaca Flavia Gaetani (la “Saffo – magnifica” Florinda Bolkan, “Maciara” nella perla fulciana “Non si sevizia un paperino”), ribelle idalgo di fulgidi ideali e giustizia e votata a Dio per imposizione dall’imponente figura paterna, sfugge dall’oppressione e dai soprusi che l’attorniano scorgendo nell’invasione saracenica la rinascita attraverso il riscatto e la libertà – sia ideologica che concreta – alleandosi con l’opposta fazione turco-ottomana e instaurando un rapporto d’amore col Re saraceno.

Il documentarista (non in tal caso) Gianfranco Mingozzi trae ispirazione dalla brutale “Battaglia di Otranto” (fine sec XV), che portò alla beatificazione di 800 martiri cristiani, portando sullo schermo una pellicola che poco si accosta col puro “nunsploitation” ed al trash de “L’altro inferno” di Bruno Mattei, ma piuttosto all’immenso “I diavoli” di Ken Russell.

La prima parte della pellicola funge da quadro generale a render consci della condizione della donna contestulizzata in epoca medievale e nella quale, feroce maschilismo e forti costrizioni di carattere religioso imperano ai danni del “sesso debole” (?), in sequenze come la blasfema danza delle “tarantolate” o quella che ritrae uno stupro nei campi a discapito di una giovinetta, perpetrato da un “nobiluomo”, e ancora la disturbante scena dell’evirazione di un cavallo che rimanda alla forzata negazione sessuale (o sotto un’altra chiave di lettura, s’interpreta l’espressione compiaciuta di una suorina come il desiderio di spodestare la virilità che padroneggia) oppure negli incisivi dialoghi a lasciar intendere la sovranità maschile, permeabile anche fra le mura di una chiesa, nel Cristo crocefisso al quale si è avvezzi (o costretti), all’ atto genuflessivo (in)corporeo o nei dipinti d’arte sacra (ne è un esempio l’effigie di San Michele alla quale le suorine attribuiscon connotati erotici) in un clima di assolutismo morale religioso a cui sia Flavia che sorella Agata (Maria Casares), si oppongono. Sorella Agata, la quale ebbe desiderio di divenir papessa, fologorando la giovane monaca Flavia con le sue ideologie rivoluzionarie (o diventiamo suore, o mogli, o puttane, esclama Suor Agata, invitando Flavia, in una sequenza, ad un inusuale ma significativo atto masturbatorio, poichè per la donna “piacere fa rima con potere”).

E se nella seconda parte, Flavia intravede una luce salvifica da parte dell’invasione saracenica nelle coste pugliesi, il terzo ed ultimo atto fa porre ulteriori quesiti su quale che sia la giusta direzione da intraprendere. Specie nell’ultima parte, un ‘tour de force’ di torture di ogni sorta, aghi, olio bollente, stupri, crocifissioni, sodomizzazioni, squartamenti, impalamenti, non viene lesinato nulla, cestinando la narrazione a favore (o discapito) dell’espressione mediante la brutalità delle immagini, e se è vero che bisogna prendere atto del contesto storico nel quale la mostruosità della violenza descritta non è certo un’invenzione, non potendo dunque eufemizzarla ne tantomeno ignorarla, al contempo il tutto sembra a dir poco ingiustificabile.

C’è da aggiungere però che il taglio dell’opera risulta poco autoriale e più “di genere”, percui vista sotto quest’ottica, il soggetto filmico non fa altro che avvalorare una pellicola concepita per rientrare in determinati canoni (di genere appunto) ennesimamente palesando esecrabilità nei confronti delle inutili pellicole odierne di nazionalità italica che peccano della totale mancanza di “attributi”, sia nel mostrare, ma ancor più imperdonabile, nell’ affrontare tematiche ‘scomode’, preferendo a iosa il puro intrattenimento.

“Flavia, la monaca musulmana”, distante dall’essere un capolavoro, merita comunque di essere riesumato, a ricordare come solo in tempi perduti si sapeva osare contenutisticamente e per far da monito a chi tutt’ora tende i fili delle deboli e quasi inesistenti sorti di un cinema che fagocita dal passato elargendo scarti visivi. La (a)morale freccia che viene scoccata a fine visione è intinta nel velenoso “oppio dei popoli” il quale si veste di mille colori per differirsi, allo scopo di agguantare anime da reificare, devitalizzando la ragione a favore di una ‘zombificazione’ delle masse. Ma tutti noi conosciamo già le devastanti conseguenze di questo processo.

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