RECENSIONE “DOC 33″

[Di Marinella Landi]

Nel 2010 Giacomo Gabrielli dirige Doc 33, titolo che altri non è che la classificazione dello stesso documento (reperto), dedicato al 33° evento paranormale certificato dai ricercatori del PWI di Innsbruck, questo a quanto ci viene dato di apprendere all’inizio del film, è un found footage in stile rigorosamente The Blair Witch Project, non solo per la tecnica utilizzata quanto per le assonanze e le numerose citazioni dedicate alla pellicola di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez, di cui è pregno questo film. Originale quindi non può essere definito per svariati fattori, storia compresa, ma se leviamo una classica prima parte introduttiva e la recitazione che ne deriva, molto amatoriale, ci si ritrova con una seconda parte che, per quanto indossi un abito riciclato, risulta inquietante, forte anche di una location parecchio idonea al contesto e ben utilizzata, e a tratti anche spaventosa soprattutto quando si ha a che fare con l’effettiva presenza, che qui viene mostrata a differenza del film omaggiato.

Avventurarsi in un terreno come questo è ormai diventato difficile, se non quasi impossibile e generare una storia che riprenda  la tecnica in questione, che di per sé è un forte rimando (non a titoli che ne sono stati i reali capostipiti, vedi Cannibal Holocaust per esempio, ma diciamo a quello che ha riscosso maggiori consensi e dal quale è partita successivamente l’”invasione”), e renderla originale non è cosa facile, almeno non dopo questa invasione, per cui, colui che si addentra in questo percorso lo fa senza dubbio consapevole del rischio che corre e in questo particolare caso, tutto è voluto tanto che, proprio all’inizio del film vengono menzionati i tre ragazzi spariti misteriosamente nei boschi di Burkittsville nel Maryland collegandosi, in maniera non propriamente filo conduttiva, a quella che è poi la storia a cui ci fa assistere il regista. Sempre molto apprezzato il (finto) repertorio di fotografie e materiale, che qui viene mostrato durante il resoconto che una delle protagoniste fa davanti alla casa/orfanotrofio/convento dove, col tempo, si sono accumulate storie e leggende di sangue.

Doc 33 non è esente da difetti e carenze, lungi da me definirlo tale, ma ha qualcosa che lo rende, difetti compresi e per quanto mi riguarda, una visione apprezzata, specie se lo si vede per quello che è senza troppe pretese. Un mockumentary che, come molti suoi colleghi, risulta scontato e dichiarato ma non per questo  privo di un lato spaventoso ed inquietante, un terrore che si manifesta al cospetto di qualcosa di umanamente e scientificamente inspiegabile. A differenza del suo secondo “End Roll”, anch’esso chiaro omaggio, in questo caso al film di Peli Paranormal Activity, risulta molto più di impatto, sebbene nel secondo ci sono diverse migliorie, e decisamente più atto a stimolare lo spettatore. Da amante anche del found footage non lo nego, mi sono ritrovata (paradossalmente) più appassionata di questo prodotto no budget e privo di alte mire (levando la prima parte), che di altri suoi fratelli.

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