RECENSIONE “CUCITO ADDOSSO”

[Scritta da Dario Magnolo – Ultimociak]

Cucito addosso rimane questo breve film ben oltre i suoi 17 minuti di proiezione. Sarà che nell’asfittico panorama del cinema italiano (anche di quello indipendente o a basso costo) non capita mai di trovarsi di fronte ad una messa in scena così fastosa, rocambolesca, ingegnosa e liberatoria. Il cortometraggio è certo di quelli che non passano inosservati (vincitore del Bifest in puglia e candidato ai David di Donatello 2012) e c’era da immaginarselo conoscendo i precedenti del talentuoso regista.

Nel veloce svolgimento si assiste ad una rivolta contadina nei confronti di uno spregevole proprietario terriero nella Sicilia del 1860 e ad un fulmineo episodio di vendetta tra il sarto di quest’ultimo e il leader della congiura che ne ha preso il posto. Non aspettatevi rigore e solennità da romanzo storico, qui siamo all’esatto contrario, al parossismo. L’intera opera sguazza vivacemente nel sangue e Giovanni La Paròla ha l’occasione di cimentarsi in effetti splatter da torture-porn al maschile, irriverente, grottesco, cattivo e ridicolo: ovvero adeguato ai nostri tempi. Un gyser incandescente che funziona sia come specchio della società (prendendo le mosse proprio dalla nostra Storia, L’Unità D’Italia) sia come scheggia cinematografica contemporanea (quella dei discepoli “spin-off “ di Tarantino). Il film in ogni modo non sarà gradito a tutti, di sicuro agli stomaci sensibili ma anche a chi è ostile a bullet-time e artificiosità affini. Se già con spiazzanti divagazioni surrealiste come l’animazione digitale della pulce nel mediometraggio Il pugile (2004) ci si trovava di fronte ad una chiara pista cinematografica espressa in tematiche e virtuosismi tipici del noto cantore della Little Italy e dei suoi tori scatenati, nell’ultima inquadratura di Cucito addosso il regista omaggia palesemente il finale di una delle pellicole più recenti e riuscite dell’amato Scorsese. Ma alla riuscita del corto giova anche e soprattutto il parallelismo tra la nascita della nostra nazione e quella dell’America vista in Gangs of New York. Le radici di entrambe non sono molto differenti, ci viene suggerito, e fa male riflettere su quanto sembri evidentemente necessario rivoltarsi e spronare l’istinto umano ad una cruda e primordiale violenza. I servi che uccidono i padroni nella Versailles conquistata dal contadino deforme Salvo (Giovanni Calcagno) e colui che imbellettava il regnante giustiziato ovvero un sarto ammutolito (Filippo Pucillo, “Terraferma”) ci svelano quanto siano simili anch’essi a chi tiranneggiava sulle loro umili esistenze imbalsamandone il corso. Se pur con eccessi di sensazionalismo ed effetti debordanti e strombazzanti non prettamente necessari ci viene ricordato che anche il nostro paese è nato dal sangue e dalla lotta che i puri e “i buoni” hanno perpetrato nei confronti dei leoniani “brutti e cattivi”. Supportato da interpreti azzeccatissimi il siciliano ribelle La Paròla, in eruzione creativa, ci manda a casa reduci da una visione selvaggia, gridata e sussurrata (in dialetto), reazionaria e megalomane, eccessiva ed eccedente. Ma anche monca, essendo inizialmente concepito per una durata di 25 minuti, risulta di fatto un po’ offuscato il filo narrativo che partiva dalla prima immagine, quella di un’asola e un bottone. Rimane però da domandarsi come potrebbe essere un intero lungo film o in alternativa come si troverebbe l’autore, amante di regni, sovranità e livree, alle prese con un’ambientazione nell’antica Roma, dunque più peplum e meno “western”.

L’abito fa il monaco? Il costume non rende super l’eroe? Qualunque siano le risposte non posso che nutrire stima per chi riesce ancora (e bene, anche con una piccola parabola) a far vedere chi siamo noi nati qui, con uno stile che inorgoglisce o in antitesi inorridisce i cinefili, ai quali appare nei due diversi casi quanto il regista faccia tesoro o scimmiotti il cinema degli americani (ma anche di un Gilliam o un Kusturica) che ci ha abituati a certe situazioni, ad altre vite, favole, spettacoli. Il cinema fatto a modo proprio purchè sia cinema, da chi lo desidera ardentemente ed ha strumenti e capacità per farlo, ci mostrerà sempre in ogni parte del mondo quello che un fantasioso menestrello (o in altri versi un poeta e via dicendo) vede, mastica, pensa e sputa riguardo la contemporaneità che gli scorre intorno. Nel caso di Cusutu’n coddu lo sguardo di La Paròla (anche sceneggiatore e montatore) ha il gusto di un ‘disincanto incantato’, tra tutto quel che si è visto e sentito raccontare in precedenza (siamo nel nostro 150esimo anniversario) e quello che egli percepisce del momento storico in cui vive. Passato e presente si fondono insieme in un Grand Guignol incazzoso e beffardo, che ride in faccia ai demoni ma anche agli uomini giusti e agli artisti che ci hanno condotti hic et nunc. Rarità della nostra cinematografia anche la presenza di una lodevole “attrice cagna” che questa volta altri non è che la compagna a quattro zampe dello stesso regista. Molto alternativo a Tornatore, un film che piacerebbe al movimento dei forconi.

Licenza Creative Commons Questo sito è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.
Hit counter by goldbetreview