RECENSIONE “SPELL – DOLCE MATTATOIO”

[Scritta da Fabio Parisi]

Titolo: Spell – Dolce Mattatoio aka L’uomo, la donna e la bestia

Regia: Alberto Cavallone

Anno: 1977

Durante una festa patronale in un paesino della provincia italiana, subentra un giovane, con l’aspetto di un Cristo salvifico (personaggio chiave), che farà da catalizzatore ad alcune realtà di questa piccola e mediocre comunità dove il bigottismo e le deviazioni sessuali sono le prerogative che regnano insite nell’animo di essa.

La moglie mentalmente disturbata ed erotomane del comunista di paese beve l’acqua del water (da notare come la pazzia della moglie sia attribuita dai compaesani amici del marito alla sua presa di posizione politica), una figlia che fa sesso col padre rimanendo incinta accreditando l’incesto come forma terapeutica per il bene dello stesso, in quanto depresso e schiavo delle convenzioni, il prete, più attento a vendere biglietti della lotteria per la vincita di un televisore di ultima generazione premiando i ragazzini della parrocchia incaricati del compito con immaginette sacre come ricompensa per i biglietti venduti come fossero figurine decolorandone il significato, piuttosto che dedicarsi a questioni ultraterrene, il poliziotto frequentatore di prostitute che però non lesina dal minacciare di arresto un vagabondo che dorme sul ciglio di un marciapiede perchè “sconveniente”, il macellaio che stringe quarti di bue immaginandoli “carne calda e femminea” simulando rapporti sessuali ed eiaculando in essi.

Questo l’incipt di “Spell-Dolce Mattatoio” A.K.A. “L’uomo, la donna e la bestia”, fulcro della filmografia “cavalloniana”, rimandi buñuelliani tra Sade e Bataille (la sequenza dell’occhio di bue messo nella vagina è un chiaro riferimento al capolavoro di Georges Bataille “Histoire de l’oeil”) a contraddistinguerne sequenze “shock” surrealiste a volte palesemente provocatorie, altre contornate di ermetismo chiaro solo al regista stesso (come la pittorica sequenza in cui la prostituta stesa su un tavolo da biliardo si vede tirare una palla a centrare la zona genitale o quella in cui il macellaio, colto da allucinazione, taglia la carne scoprendone un verminaio, forse, a rappresentare il marcio insito nell’ “umanità”). Una pesante denuncia sociale e anticlericale e personaggi che vanno dal sacro al profano, fondendosi in entrambe le catagorie come in un gioco di specchi, lasciano sconcerto e amaro in bocca, ma il rovescio (positivo) della medaglia sono le numerose riflessioni che ci vengono regalate attraverso tutto questo “male”.

Le provocazioni nella pellicola relative a determinate sequenze vanno contestualizzate ed è ovvio che non tutte hanno oramai la presa che avevano in quel preciso periodo (mi riferisco a provocazioni di impatto politico, invece l’ambita vincita del televisore a colori conserva l’attualità corrente).
All’interno di questo pantheon nefando della più bassa e più ipocrita natura socio – umana ,troviamo comunque un labile filo narrativo ad arginare la follia imperniata in pellicola non lasciandola sfuggire di mano, seppur non vuol esserne protagonista.

Potremmo pensare in maniera detrattiva il surrealismo di Cavallone come una derivazione di esso, “il surrealismo del surrealismo” in quanto corrente più che standardizzata già all’epoca, unita anche alla provocazione sociale o fine a se stessa. Ciò toglierebbe valenza alla poetica cavalloniana. A mio parere, questo non basta a sminuire la forza che la pellicola invece trasuda.

A dispetto dell’incipt, è tangibile una certa finezza, anche nelle scene d’erotismo, il comparto recitativo non è affatto deludente e una nota positiva va al suggestivo tema musicale che accompagna alcune sequenze del film.


Il Buñuel-Borowczyk-Makavejev nostrano confeziona un’opera satura di significati e simbolismi, a mio avviso in maniera eccelsa, un piccolo e italico precursore “dogvilleano” che Von Trier realizzerà dopo decenni (altro capolavoro).  Tutto ciò, oggi, nel nostro “Bel Paese” (?), è “chimera”.

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